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sabato 10 novembre 2018

Futuristi in chiesa?!?


Davvero: Futuristi in chiesa! Vi aspetto la sera del prossimo sabato 24 novembre nell'Oratorio di S. Omobono - di fronte la Pieve - a Borgo S. Lorenzo, dove io e la mia amica Marilisa Cantini racconteremo la vicenda del Futurismo e di alcuni suoi protagonisti.
Dice: ma i Futuristi non mandavano bestemmie da far venir giù i lampadari? Eccome! Si 'deve' a Filippo Tommaso Marinetti (sotto), nella sua opera Gli amori futuristi - programmi di vita con varianti a scelta (1922), a pagina 108 la prima bestemmia stampata nella storia della letteratura italiana. Che non rimase certo l'unica.


Per di più, Marinetti parlava di svaticanizzazione dell'Italia, progetto preso in consegna dal fascismo delle origini. Né fu il solo del gruppo a non nutrire particolare simpatia nei confronti della Chiesa, e della religione in generale. Nondimeno, le vicende umane di alcuni esponenti del movimento futurista ebbero sviluppi inattesi e poco noti. Ve ne parleremo. 
Sarà poi l'occasione per superare alcuni cliché di cui il Futurismo è ancora prigioniero, e con i quali viene per lo più liquidato da chi, dopo averlo studiato al liceo, non se ne occupa più. È accaduto anche al sottoscritto. 

Nel 2007, alla Fiera del Libro di Torino, Umberto Eco tenne una straordinaria lectio magistralis dal titolo Le avventure di un bibliofilo. Potete leggerne la trascrizione integrale (se lo fate, poi mi ringraziate!) a questa pagina. Sul finire, elenca tutta una serie di epiche cantonate prese da sedicenti esperti riguardo autori, artisti, musicisti e quant'altro, e che saranno in seguito clamorosamente smentite. Nomi illustri compresi: Virginia Woolf in una lettera stronca l'Ulisse di Joyce, Ciaikowskij definisce Brahms un bastardo privo di qualità. Poi Eco dice:

Finiamo con una sola citazione dallo show business. Un dirigente della Metro, dopo un provino di Fred Astaire, nel 1928: “Non sa recitare, non sa cantare ed è calvo. Se la cava un po’ con la danza.” Che poi, a pensarci bene, non era del tutto sbagliato. Eppure era un errore. 

Allo stesso modo i Futuristi vengono ricordati dai più come un gruppo di facinorosi arroganti e maneschi, che volevano distruggere il passato, la grammatica, i musei e le biblioteche, erano dei guerrafondai e diventarono tutti fascisti. Anche in questo caso, a pensarci bene, non è del tutto sbagliato. Eppure è un errore. 
Perché si tratta di un errore contiamo di farvelo comprendere in S. Omobono. Non solo: su parecchi siti e non pochi libri, anche di notevole livello, si legge che il Futurismo è stata la prima avanguardia artistica italiana. Vi spiegheremo perché questa va considerata un'autentica boiata.
Alla fine della storia, sarà chiaro che parlare di Futuristi in chiesa, anche se a quanto ne so non ci aveva ancora pensato nessuno, ha una sua logica, e neanche tirata per i capelli. Al contrario.
Il racconto avrà un nutrito supporto di immagini, di letture e di musica, quest'ultima naturalmente suonata da Marilisa. Tranquilli: la musica non sarà eseguita con l'intonarumori, un ingombrante marchingegno inventato e usato negli anni '10 del XX secolo da Luigi Russolo. 

Russolo (coi baffi) e il suo intonarumori nel 1920 (Wikipedia)
Il Comune di Borgo S. Lorenzo patrocinerà l'evento. Un ringraziamento particolare va alla Cama Ascensori di Borgo S. Lorenzo per la sponsorizzazione.  Il ricavato della serata finanzierà il restauro dell'Organo Secentesco Stefanini. L'appuntamento è dunque per sabato 24 novembre alle ore 21 nell'Oratorio di S. Omobono a Borgo S. Lorenzo. Io e Marilisa vi aspettiamo!

Io e Marilisa in una foto scattata da A. Giovannini al Museo di Vicchio nel 2013







sabato 8 settembre 2018

Su questo ponte passò Annibale (mah, forse, dice)


Nonostante alle elementari i sussidiari ci avessero inculcato tanto odio e disprezzo per il bieco e sanguinario cartaginese Annibale, acerrimo nemico di quella Roma i cui generali spesso non erano da meno, la toponomastica a lui dedicata supera ogni immaginazione. Proviamo a cercare su Google "ponte d'annibale", virgolettato. Troviamo nella prima pagina notizie di quattro ponti con questo nome: quello sulla Sieve a Sagginale presso Borgo S. Lorenzo, favorito per avere anche una via ad esso intitolata; il ponte sull'Arno a Bruscheto tra Reggello e Incisa val d'Arno; il ponte tra Rapallo e Santa Margherita Ligure; a sud, il ponte a Ricigliano, in provincia di Salerno ma quasi al confine con la Basilicata. 

Il ponte d'Annibale a Bruscheto. Sandro Fabrizi ne parla qui
Esistono poi non distanti da quest'ultimo almeno altri due ponti d'Annibale: uno sul Titerno a Cerreto Sannita (Benevento); l'altro che incredibilmente, nonostante l'antichità, il terremoto del 1980 non riuscì ad abbattere, è posto sul fiume Melandro che scorre tra le province di Potenza e Salerno.
Siamo già a sei ponti intitolati al condottiero cartaginese, e sempre con la motivazione che secondo un'antica tradizione vi transitò Annibale. Di sicuro ce ne sono altri, ma fermiamoci pure qui, e anzi restiamo nella zona appenninica.

Il ponte d'Annibale su Titerno a Cerreto Sannita

In un reportage storico dedicato appunto ad Annibale (poi divenuto un libro intitolato appunto 'Annibale', Feltrinelli 2008), il giornalista Paolo Rumiz stila un breve e certo anch'esso non esaustivo elenco di siti relativo al centro nord: 

Casteggio: fontana di Annibale. Modigliana: pozzo di Annibale. Due ponti d'Annibale sull'Arno e due sulla Sieve. Un canto d'Annibale nel Mugello. Un monte Annibolina verso le spiagge di Rimini. Una singolar, popolarissima tenzone medioevale a Faenza, chiamata 'palio del Niballo'. Pievepelago passa ogni limite: passo di Annibale, ponte d'Annibale, via d'Annibale, campi d'Annibale. Poi un paese di nome Magona (da Magone, si dice, il fratello minore di Annibale), una frazione di nome Tàrtago e un'altra di nome Zerba, fantasticamente attribuite a Cartago e Djerba dai valligiani piacentini.
Pazzesco. Nella sua Blitzkrieg [guerra lampo] il Nostro ha attraversato Emiia e Toscana quasi di corsa, eppure il suo nome è ovunque. Perché? (...) Come sulle Alpi, dove almeno venti passi si contendono la palma dell'attraversamento, anche in Appennino tutti vorrebbero far passare il Cartaginese da casa loro. Ma mentre sulle Alpi la memoria si sorregge anche su dibattiti accademici, qui essa affonda soprattutto nell'immaginario - nel subconscio quasi - della nazione. Entra nella carne del paese, diventa leggenda.  

Il ponte d'Annibale sul Melandro

Annibale come Garibaldi, insomma: un suo passaggio e magari una bella lapide commemorativa non si nega a nessuna località. Tanto, se non si può dimostrare con certezza che c'era stato, come si fa a smentire con certezza che non c'era stato?

Il ponte di Sagginale, tra Vicchio e Borgo San Lorenzo (foto d'apertura), colpisce l'immaginazione, data la sua architettura forse esagerata rispetto al corso d'acqua che permette di superare. Pur essendo piuttosto stretto - in definitiva a una sola corsia -, poggia su ben sei ampie arcate. Giorgio Batini, nel suo bel libro Toscana fuoristrada (Bonechi 1969), afferma: "risulta dai documenti che il ponte fu ricostruito in pietra nel 1331, con il concorso della gente di vari paesi, sopra le pile di un ponte romano.", confermando quanto scritto da Brocchi (1748): "fabbricato sopra le pile del Ponte antico, il quale dicono, che vi fosse fino (d)a tempo de' Romani". Ciò renderebbe per lo meno plausibile una tradizione secondo la quale il condottiero in persona fece costruire il ponte; o più semplicemente sfruttò il ponte già esistente, per attraversare la Sieve con il suo esercito (40.000 soldati, più cavalli, carriaggi ecc.). In realtà si tratta di una tradizione impossibile sia da dimostrare, sia da smentire. Certo, il viadotto sagginalese è ben più corposo e robusto rispetto agli altri 'ponti d'Annibale' - alcuni di essi poco più che passerelle, per quanto suggestive -, e ci s'immagina istintivamente che avrebbe sopportato un transito così abnorme. Il problema è che non si saprà mai con precisione il tragitto che Annibale compì dopo varcate le Alpi e prima di giungere al Trasimeno, dove nel 217 a.C. vinse una delle battaglie cruciali della Seconda Guerra Punica. I testi storici di riferimento (Tito Livio e Polibio) sono stati interpretati in vari modi dagli studiosi, senza giungere a una conclusione certa. Le conseguenze ce le dice ancora Rumiz: 

Non c'è una delle valli da Piacenza a Cesena che non rivendichi il blasone del transito illustre. (…) Giogo della Scarperia! Ma no, non esiste, il posto giusto è il Sasso di San Zenobio. La Futa! Fu sicuramente la Futa! Macché Futa, a quei tempi la strada migliore per l'Arno era il valico di Porta Collina, poco oltre Porretta. Niente affatto, giurano alcuni: la strada è Forlì, Meldola, passo del Muraglione. No, no e poi no, giurano altri, Lui è passato per Castel dell'Alpi. Oppure in Val Lamone.

Il tabernacolo al centro del ponte d'Annibale a Saggnale


Ad ogni modo, secondo Emanuele Repetti (1846) "non lascia più dubbio [eh, magari] il passaggio d'Annibale per il toscano Appennino, escluso quello del Lucchese e della Lunigiana (…) dopo tutto ciò devesi convenire, che tale traversa non poté aver luogo altrove fuori che per la montagna di Pistoja o per l'Appennino del Mugello". Chini, nella sua Storia antica e moderna del Mugello (1875), formula l'ipotesi più precisa di un passaggio "dalla valle del Santerno ascendendo l'Appennino e calando co' suoi feroci affricani in mezzo alla val di Sieve. Piegando quindi a levante e prendendo la via che ora dal Borgo S. Lorenzo conduce a Vicchio (…)". Non si sono tuttavia trovati - tanto per cambiare - riscontri sicuri a questa tesi. Né alle altre. Nondimeno, Chini prosegue: "Che Annibale passasse di Mugello è anche costante tradizione popolare", ma il ponte di Sagginale, da lui come dagli altri storici, non viene nominato. Cita invece un non meglio precisato 'Canto d'Annibale' - quello citato anche da Rumiz - di cui però oggi non è rimasta memoria. Il ponte di Sagginale, nei secoli, ha assistito certamente a parecchi eventi storici oltre che naturali. Può darsi che chissà, in antico, una quantità di individui guidati da un africano lo abbiano superato.

Di sicuro altri individui, oltre settant'anni fa, riuscirono per la prima volta, in parte, a distruggerlo. Venne subito ricostruito. La lapide sotto al tabernacolo posto al centro del ponte è datata 8 settembre 1947. La (ri)costruzione di un ponte è sempre qualcosa che induce alla speranza e oggi, qualunque sia il suo passato, il ponte d'Annibale collega ancora le due sponde della Sieve, tra Borgo San Lorenzo e Vicchio.
La collocazione di un tabernacolo su un ponte è peraltro retaggio di una usanza fatta risalire al medioevo, quando - ce lo ricorda la mia amica Beatrice Pucci nel suo prezioso Le romite del Ponte alle Grazie - "Le cappelle costruite sugli attraversamenti fluviali in onore della Madonna e dei Santi Patroni garantivano l'intervento divino che neutralizzava il pericolo delle acque sottostanti". Pericolo che in tempi recenti si è manifestato almeno due volte, nel marzo 2013 e nel febbraio 2017, quando la Sieve si ingrossò in modo preoccupante, lambì le arcate e costrinse alla chiusura al traffico del ponte. Ma in entrambi i casi la minaccia rientrò senza danni rilevanti. Non fu così nel febbraio 2014, quando la Sieve esondò. Il campo sportivo finì sotto 70 centimetri d'acqua. La piazza di Sagginale, giardini e orti, scantinati, alcune case, furono allagati.

La lapide sul tabernacolo (8 settembre 1947)

sabato 11 febbraio 2017

Elisa Marianini e il Nuovo Umanesimo di Tito Chini


Tito Chini (Firenze 1898 Desio 1947), figlio di Chino e fratello di Augusto, studiò presso la Scuola d'Arte in Piazza Santa Croce a Firenze e si diplomò nel 1916. Collaborò giovanissimo con le Fornaci San Lorenzo divenendo nel 1925 direttore artistico dopo l'abbandono di questo ruolo da parte di Galileo. Fu protetto dal conte Guglielmo Pecori Giraldi, maresciallo d'Italia e suo superiore in guerra. Ottenne varie committenze per la decorazione di ville gentilizie in Mugello ed anche di memorie legate al ricordo dei caduti della Grande Guerra, in particolare eseguì affreschi a Palazzuolo sul Senio, nell'Oratorio del Pasubio, nel Duomo di Schio, nel Tempio Ossario di Bassano del Grappa e nel Caffè Margherita di Viareggio, eseguì le vetrate dell'Hotel Roma a Firenze, collaborò alla progettazione del complesso termale di Castrocaro realizzando tutto l'apparato decorativo interno ed esterno. Numerosa e artisticamente importante risulta la sua produzione in Mugello spesso offuscata dalla celebrità di Galileo Chini. A Borgo San Lorenzo nel 1931 progettò e decorò il Palazzo Comunale (la foto d'apertura lo ritrae davanti al Sacello Ossario sul Pasubio).

Questa nota biografica, straordinaria nella sua essenzialità, è opera della mia amica Elisa Marianini, pittrice, restauratrice, divulgatrice ecc. ecc. (non ne conosco tanti che, a nominare le loro attività, possono permettersi un ecc. ecc.!).
Elisa con la figura di Tito Chini ha da sempre un rapporto privilegiato. L'atto più recente di questo rapporto è la pubblicazione di uno splendido volume pubblicato dai tipi di Francesco Noferini, intitolato Percorsi di luce - una lettura esoterica del palazzo comunale di Borgo San Lorenzo e di altre opere di Tito Chini, frutto di un lavoro durato oltre dieci anni.

Elisa Marianini presenta il suo libro nella Sala consiglio del palazzo comunale di Borgo S. Lorenzo
Durante la presentazione, tenutasi lo scorso 18 dicembre nello stesso palazzo comunale, Elisa parlò di un nuovo umanesimo come elemento decisivo nella vicenda di questo artista che si sposò nella cappella dei pittori in SS. Annunziata a Firenze, si batté perché l’arte entrasse nella quotidianità e, in una lettera redatta due anni prima della morte, scrisse di vedere il futuro come un serramento infinito.
"Nuovo umanesimo" mi spiega adesso Elisa "nel senso che Tito voleva porre in primo piano i valori dell'uomo come costruttore di se stesso, un'idea vicina a quella di un Pico della Mirandola. Questi assegnava all'uomo un privilegio: quello di poter forgiare se stesso in modo da poter cambiare la sua posizione, salendo o scendendo di grado in dignità e valore. Una possibilità agli animali - e agli angeli - del tutto preclusa."
Tito si riconobbe nei principi della Massoneria (che, tanto per chiarire, sta alla P2 come l'Islam sta all'Isis) a partire dal primo dei comandamenti: conosci te stesso. E dal compito fondamentale assegnato a ognuno, quello di contribuire, ognuno coi propri mezzi e le proprie possibilità, alla costruzione di una sorta di grande tempio morale.

Foto di Francesco Noferini
"Tutto ciò emerge in quella che è forse la sua opera più significativa. Nel palazzo comunale di Borgo domina la stella, cioè la luce, e il simbolo più evidente a chiunque, anche profano, vi entri, è il passaggio dal buio alla luce che si compie nel salire le scale."

Foto di Francesco Noferini
Non importa soffermarsi sul resto della complessa simbologia rappresentata nel palazzo stesso, e che è minuziosamente quanto chiaramente spiegata nel libro. Ciò che importa è comprendere che, quanto più Tito Chini aveva creduto nei valori umani e umanistici, tanto più ricavò delusioni profonde e terribili frustrazioni dal susseguirsi dei fatti storici. "Tito aveva aderito a un fascismo che inizialmente gli pareva non essere privo di affinità con l'ideologia massonica. Poi però ne divenne la negazione - annullamento, altro che valorizzazione dell'uomo! -, e infatti mise la Massoneria fuori legge. Scontò in prima persona le tragiche vicende della Seconda Guerra Mondiale: il bombardamento e distruzione delle Fornaci, la disoccupazione, la disperazione." Era ridotto a uno scheletro quando scrisse del già citato serramento infinito. Era il 1945. Sarebbe vissuto (malissimo) ancora due anni.
Dopo la morte ha rischiato e, ammettiamolo, tuttora rischia un oblio causato anche dal giganteggiare straripante della figura del più celebre ed estroverso Galileo. "Solo un'analisi superficiale" precisa Elisa "può accostare i due stili artistici. I loro caratteri erano, si può dire, opposti. Uno estroverso e un po' esibizionista, l'altro del tutto schivo. Galileo Chni fu uno dei maggiori esponenti italiani del liberty. Il suo pane erano le curve, gli arabeschi, i coup de fouet, i colpi di frusta. Si deve riconoscere che non di rado percorreva volentieri strade artistiche già collaudate e sicure. Tito apparteneva all'Art nouveau, e infatti aveva come cifra stilistica, al contrario, la simmetria, le linee rette, le linee spezzate. Mai del tutto soddisfatto del proprio lavoro, si rimetteva costantemente in discussione. Di ritorno da una visita a una villa affrescata dal Tiepolo, scrisse una volta alla moglie quanto si sentiva, a confronto, una nullità."

lunedì 19 dicembre 2016

Pietro Nelli da Rabatta, dopo l'oblio



Il pittore Pietro Nelli da Rabatta non fu forse un grande innovatore. Fu discepolo – alla lontana - di Giotto, subì l'influenza di Bernardo Daddi e lavorò come un bravo professionista che seppe non solo farsi apprezzare, ma anche far fruttare abbondantemente la sua abilità. Guadagnò senza dubbio cifre ragguardevoli. Fece sposare la figlia a un notaio con cinquecento fiorini di dote, che non erano bruscolini. 
Dopo la morte, però, fu dimenticato del tutto. Capitò anche a Vivaldi. Non compare nelle Vite del Vasari. Il Baldinucci, nel XVII secolo, nelle sue sterminate ‘notizie de’ professori del disegno dal Cimabue in poi’, lo ignorò. Solo nel 1872 Gaetano Milanesi pubblicò una ricevuta di pagamento per la parte superiore di una tavola (foto d'apertura) raffigurante la Beata Vergine con angeli apostoli e santi, custodita allora nella sacrestia della Pieve di S. Maria all’Impruneta e oggi - con vistose ferite causate dall'ultima guerra - sull'altar maggiore. La ricevuta era firmata piero di nello.

S. Caterina d'Alessandria.
Museo di Maastricht
Milanesi ne fece tornare alla luce la figura, pur basandosi su pochi elementi biografici. Scrisse in una breve monografia: “Pietro di Nello o Nelli fu da Rabatta, villaggio presso Borgo San Lorenzo di Mugello, e nacque intorno al 1345. Si matricolò tra i pittori all’Arte de’ Medici e Speziali ai 28 di aprile del 1382, abitando allora in Firenze nel popolo di San Pier Maggiore; e nel 1411 fu scritto alla Compagnia de’ Pittori fiorentini, essendo del popolo di Santa Maria Alberighi.”. Ad ogni modo non dovette perdere i contatti con la terra d’origine, dato che sposò la figlia di uno stovigliaio di Rabatta, dalla quale ebbe a sua volta la figlia di cui abbiamo detto. Possedeva sempre a Rabatta un podere che, non avendo figli maschi, donò alla Compagnia del Bigallo.
La maggioranza delle sue opere era, allo stato delle conoscenze del Milanesi, andata perduta. Lino Chini, nel 1875, citò quasi per intero lo scritto del Milanesi in una rara “Vita di Giotto” (messami gentilmente a disposizione da Aldo Giovannini) e nella sua Storia del Mugello. Niccolai, nella sua Guida del Mugello (1914), riportò: “Soavità celestiale ispirò alle sue figure Piero Nelli da Rabatta (1345-1416), che aveva dipinto per la Chiesa di Santa Maria a Cardetole e per i Frati di San Francesco del Borgo San Lorenzo”. In realtà morì nel 1419, come affermato da Milanesi e confermato da Marco Pinelli in una nota del 1994 su Il Filo.
La riscoperta di Pietro Nelli è andata avanti in epoca recente, e Carlo Celso Calzolai, nel 1974, lo definì ‘il primo fra tutti gli artisti mugellani’. Evidentemente considerava Giotto e l’Angelico come fuori concorso. A Pietro sono ora attribuite numerose opere: ne sono esempi alcuni affreschi di Santi in San Miniato a Firenze (nelle guide degli anni 30 risultavano di autore ignoto).

Gli affreschi di San Miniato

Il tabernacolo ora a S. Maria Mater Dei al Lippi.
Sempre a Firenze l’affresco, precedentemente attribuito a Paolo Uccello, del tabernacolo di Lippi e Macia, e ora nella chiesa di S. Maria Mater Dei al Lippi. All’Impruneta, il polittico Madonna con bambino e Apostoli di cui parlava il Milanesi. Alcuni affreschi nella chiesa di S. Pietro in Palco. Una delicatissima Annunciazione e un Cristo in Pietà nella Pieve di San Pietro a Ripoli.

Cristo in Pietà, Pieve di S. Pietro a Ripoli

A Bagno a Ripoli contribuì agli affreschi nella scarsella dell’Oratorio di Santa Caterina, in collaborazione col Maestro di Barberino. In seguito, Spinello Aretino decorò la seconda navata con uno dei più straordinari cicli affrescati mostranti la storia della titolare dell'Oratorio. Dimenticato dalla storia come Pietro Nelli, anche l’Oratorio andò incontro a un degrado che pareva inarrestabile, al punto che all’inizio degli anni 80 del secolo scorso era adibito a pollaio e fienile. Al termine di un lungo, meticoloso restauro, dal 1998 è stato restituito alla meritata ammirazione del pubblico nonché alle attività culturali (è sede di mostre, concerti, convegni), e ai matrimoni di lusso.

Disputa di Caterina coi filosofi, oratorio S. Caterina, Bagno a Ripoli
Resta poco, invece, del lavoro di Pietro Nelli in patria: del trittico affrescato nella Chiesa di S. Francesco a Borgo S. Lorenzo fu in passato sacrificata la parte destra, e anche per la rimanente i lavori di restauro, pur ammirevoli, non hanno avuto del tutto ragione dei danni causati dal tempo e dall'incuria dei secoli scorsi. Secondo Niccolai era stato realizzato nel 1382 per monna Niccolosa del Maestro Lodovico. "Vi aveva esso pure", continua Niccolai, "per dodici fiorini d'oro, affrescato un'altra parete, come rilevasi anche da un'iscrizione consunta: Petrus Nelli hoc opus fecit". Di quest'ultima opera, purtroppo, come dell'iscrizione, non è rimasta traccia.

L'affresco nella Chiesa di S. Francesco a Borgo S. Lorenzo

domenica 30 ottobre 2016

Sant'Ansano e una leggenda (quasi) metropolitana


Nella notte tra il 23 e il 24 novembre 1903, ignoti si introdussero nella isolata chiesa di Sant’Ansano (Borgo San Lorenzo) e rubarono un quadro su tela raffigurante il santo titolare, che “vuolsi sia opera antica di insigne autore”, come riportato sul Messaggero del Mugello del 29 novembre (il ritaglio l’ho avuto dall’inesauribile Aldo Giovannini). Di questo dipinto, a quanto mi risulta, non se ne è saputo più nulla. Sarà nella collezione di qualche antiquario, magari oltreoceano. Rimane a tutt’oggi irrisolto un ulteriore dubbio, quello sul suo autore. Era stato ipotizzato fosse di Francesco Furini. Possibile? Quasi di sicuro no, e vedremo perché.



Francesco Furini (1603-1646) fu un pittore fiorentino. “Studiò presso il Passignano, G. Bilivert e M. Rosselli, e con Giovanni da S. Giovanni; lavorò a Roma all'affresco della Notte nel Casino di palazzo Pallavicini-Rospigliosi. A Firenze si rese noto con numerose opere di soggetto mitologico (Ila e le ninfe, ecc.) e religioso, che ottennero grande successo specialmente per la delicatezza con cui vi seppe trattare il nudo femminile, prediligendo suggestivi effetti di sfumato” (Treccani).

Ila e le Ninfe, prima del 1633, Galleria Palatina, Firenze

Lot e le figlie, dopo il 1634, Prado, Madrid

I suoi nudi furono giudicati sensuali e spesso audaci per l’epoca, il che da un lato gli procurò una critica estremamente severa da parte del quasi coevo storico Filippo Baldinucci, e dall’altro risultò ancor più stridere con la sua decisione, nel 1633, di farsi prete. Difficile dire se fu spedito nella sperduta frazione di Sant’Ansano anche per questo motivo; secondo il Baldinucci, ebbe la vocazione “per poter in una quasi solitudine attendere agli studi dell’arte sua, e molto più allontanarsi dalle occasioni del mondo”. Lo storico Arturo Stanghellini, nel 1913, sostiene più prosaicamente che “quella del Furini più che una crisi spirituale, fu probabilmente una crisi economica”. Ad ogni modo gli storici concordano sul fatto che, belle modelle a parte, fu ottimo parroco e si prodigò per aiutare i parrocchiani, ai quali in sostanza donò la più parte dei suoi guadagni.

Ma torniamo al nostro dipinto. Il Messaggero del Mugello, abbiamo visto, non si sbilancia sull’autore. Francesco Niccolai, nella sua Guida del Mugello (1914) in cui è pubblicata, per quanto ne so, l’unica fotografia dell’opera, afferma “…prima che Francesco di Filippo Furini (…), vi dipingesse sotto i patroni Baldovinetti il suo S. Ansano vestito alla romana, stato disavventuratamente rubato…”. Padre Lino Chini, nella sua Storia antica e moderna del Mugello (1875), scrive: “La tradizione porta che il quadro dell’altar maggiore della detta prioria, figurante il santo titolare, sia lavoro suo”.
Tuttavia gli altri storici, trattando più o meno diffusamente di Francesco Furini, non menzionano mai il Sant’Ansano. Non lo nomina Stanghellini, né il Brocchi nella sua “Descrizione della provincia del Mugello” (1748). Né il Baldinucci, le cui “Notizie sui professori di disegno” furono compilate tra il 1681 e il 1728, e la biografia del Furini ivi contenuta è ampia e documentata. Sono poi degne d’attenzione, a mio parere, due ulteriori fonti. Nelle sue “Notizie del Borgo San Lorenzo” raccolte nel 1742-3, Valentino Felice Mannucci è categorico: “Alla suddetta chiesa di S. Ansano non lasciò il Furini altra memoria che una figura a fresco di Nostra Donna fuori alla Compagnia sopra la porta, la quale non più si vede”. Nell’inventario dell’archivio dei Baldovinetti (S. Ansano era loro patronato), la curatrice Rita Romanelli, oltre a riportare una nota di Giovanni di Jacopo su Francesco Furini, aggiunge: “Giovanni di Poggio [un altro Baldovinetti], in una nota a margine de memoriale, ha precisato che il pittore si fosse trasferito a Firenze, in via delle Ruote, da S. Ansano, il 30 aprile 1645, e che nella chiesa avesse dipinto una Nostra signora a fresco fuori, nella facciata”. In entrambi i casi, dunque, si fa riferimento a un affresco sulla facciata della chiesa, ma non a una tela all’interno. Difficile pensare a una doppia dimenticanza. La sicurezza assoluta non si può avere, certo, ma l’ipotesi che il dipinto trafugato fosse opera del Furini risulta a questo punto davvero poco probabile. L’ipotesi più realistica è che si sia trattato – e saremmo in accordo con il Chini – di una specie di leggenda metropolitana. Beh, metropolitana a Sant’Ansano non è proprio il termine giusto… diciamo una storia raccontata durante le veglie.