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giovedì 7 dicembre 2017

Messeri e buon vino da Bellagio a Vicchio.


Si legge sul sito del pittore e scultore Abele Vadacca, di Bellagio: "Uno dei simboli ricorrenti è la piuma, quale raffigurazione di leggerezza, delicatezza, libertà." E una piuma si trova piantata sul tronco di supporto a sovrastare un bassorilievo di terracotta dai colori caldi, che da domenica 3 dicembre fa mostra di sé nei locali della Casa di Giotto a Vespignano (Vicchio).
Il bassorilievo s'intitola Messeri e buon vino in viaggio nel tempo. Mostra Dante e Giotto che, in opportuna presenza di un oste compiacente, stanno per fare un brindisi di fronte la Casa di Giotto stessa. Abele è venuto dalle sponde del Lago di Como, insieme con l'amico Giulio De Bernardi, per portarlo in dono agli amici dell'Associazione Giotto e l'Angelico.
 
Giulio De Bernardi e Abele Vadacca

L'amicizia così suggellata nacque nel 2015 a Bellagio. L'Associazione Giotto e l'Angelico partecipò all'Expo. Un folto gruppo di artisti che ne facevano parte si recò a Milano. Terminata la kermesse, si presero un giorno di vacanza. Trovatisi sul Lago di Como, decisero di andare a visitare Bellagio. Vi giunsero all'ora di pranzo inoltrata. Mossi da istinti gustativi ben più che da velleità artistiche, nondimeno rimasero colpiti dall'insegna di un locale chiamato La Divina Commedia. Entrarono. Conobbero il deus ex machina Giulio De Bernardi e, tra un - prelibato - piatto e l'altro iniziarono a disquisire con lui di arte, di storia, di Toscana, di Dante, di pittura. E di Giotto. Per Giulio fu un invito a nozze, non avrebbe chiesto di meglio. Non la finivano più. "Insomma nacque un'amicizia, gli interessi comuni erano veramente tanti" mi racconta Giuliano Paladini, Presidente dell'Associazione. "Giulio è venuto a trovarci più volte a Vespignano, e ci ha voluto presentare il suo grande amico Abele. Anche con lui l'intesa è stata immediata."

Abele Vadacca, classe 1964, allievo di Floriano Bodini, della Toscana ha conosciuto soprattutto Carrara, per motivi non difficili da comprendere. Il marmo resta il suo materiale preferito ("il bronzo è un po' più puttana del marmo" ha ammesso), e poi sulle Apuane ha incontrato e conosciuto colleghi del calibro di Giacomo Manzù e Henry Moore. Di quest'ultimo ricorda ancora l'umiltà da maestro artigiano che lo caratterizzava, unita all'attenzione per le piccole e piccolissime forme della natura - conchiglie, ecc.-, lui che al grande pubblico è noto soprattutto per certe sue opere mastodontiche.
Naturalmente, cercherete invano tra le opere di Abele riferimenti diretti a Moore o ad altri maestri, perché il suo percorso estetico è assolutamente personale. Guardate, sul suo sito, tutte le variazioni sul già citato tema della piuma. Guardate le sue opere monumentali, tra cui la splendida Maternità. Oppure le sue opere pittoriche, in cui ogni volta sembra stare per cedere alla tentazione di lasciare il figurativo, ma all'ultimo tuffo al figurativo rimane fedele, non senza aver conferito alle sue forme aspetti nuovi che sfociano in interpretazioni del tutto inedite.

Giulio De Bernardi, Abele Vadacca, Fabrizio Borghini,
Adriano Bolognesi e Giuliano Paladini

L'idea del brindisi tra Giotto e Dante è stata di Giuliano. Il quale ha sempre avuto un'idea fissa, che purtroppo la storia non è in grado di confermare: che a Vespignano ci sia stato un incontro tra il padre della lingua italiana e il padre della pittura moderna. "Se questo incontro non c'è stato, mi piace immaginarmelo lo stesso. Ne ho parlato con tanti. A voler dirla tutta ne ho stressati tanti." Confermo, tra questi ci sono anch'io! "Finché alla fine ho convinto Giulio e Abele, i quali hanno accettato di buon grado di essermi complici, e hanno inventato insieme questo episodio di fronte la Casa di Giotto."


Così, Abele ha creato un bozzetto, che - a illustrare un testo di Fabrizio Scheggi, anch'egli convinto da Giuliano - è comparso sul libro Giotto, la casa, il Colle di Vespignano, realizzato dall'Associazione per le edizioni Masso delle Fate in occasione del 750° della nascita di Giotto. Per illustrare questo episodio storico che non c'è mai stato ma che in fondo tutti amiamo credere ci sia stato, Abele ha voluto ritrarre l'oste che mesce ai due illustri ospiti con le fattezze di Giulio De Bernardi.
Lo stesso bozzetto è stato presentato lo scorso 8 ottobre a Bellagio, con una cerimonia solenne e partecipata che Giuliano Paladini ancora ricorda con commozione. Del resto, sul Lago di Como Giuliano ci era tornato già varie volte.
Dal bozzetto si è approdati al bassorilievo. Abele ha preferito la terracotta per l'idea di calore, soprattutto in senso umano, che è in grado di trasmettere.
Il 3 dicembre, infine, la consegna dell'opera alla Casa di Giotto. Ultimo atto, ma solo per quanto riguarda il bassorilievo, perché non ci sono dubbi che la collaborazione tra Vespignano e Bellagio è solo agli inizi.




giovedì 13 luglio 2017

GABBATO LO SANTO 8: la bella & buona Piccarda Donati


Dante Alighieri conosceva molto bene la famiglia Donati. Aveva sposato Gemma, cugina di Forese, col quale il Poeta si batté in una tenzone poetica giunta fino a noi, costituita da sei sonetti, tre per parte. Aveva sicuramente conosciuto molto bene anche la sorella di Forese, Piccarda. Nel Purgatorio, canto XXIV, Dante stesso ne chiede notizie al fratello. Che risponde:

La mia sorella, che tra bella e bona 
non so qual fosse più, triunfa lieta
ne l'alto Olimpo già di sua corona.

Era una bellissima ragazza, Piccarda. Fra' Mariano di Ognissanti, in un manoscritto redatto nel 1555 citato dal Richa, la definì la più bella figliuola che in quel tempo fussi in Firenze. Ciò non poteva non inorgoglire i Donati. Ma, e questo li inorgogliva molto di meno, era anche una ragazza indipendente. Decideva per sé. E decise per sé di darsi in sposa a Gesù. Nonostante fosse stata promessa a un tale Rossellino della Tosa. A prometterla era stato un altro fratello: Corso Donati. La sua figura storica è abbastanza nota, e non per particolari qualità umane. Dino Compagni ne fece un ritratto al vetriolo: 

Un cavaliere della somiglianza di Catilina romano, ma più crudele di lui; gentile di sangue, bello del corpo, piacevole parlatore, adorno di belli costumi, sottile d'ingegno, con l'animo sempre inteso a malfare.

Poco prima delle nozze, Piccarda fuggì di casa nottetempo. Approdò al convento delle Suore Clarisse di Monticelli fuori da Porta Romana. Era l'edificio fatto costruire dal Cardinale Ottaviano Ubaldini senza badare a spese, anche perché la superiora era all'epoca Chiara Ubaldini.
Michele Bongini, nel suo La Piccarda Donati: racconto storico fiorentino pubblicato nel 1861, descrive la vestizione - ma soprattutto la spoliazione - di Piccarda, che assumerà il nome di Costanza, fornendo un'idea più che vivida del livello sociale di cui faceva parte la famiglia Donati. Eccone un estratto.

La badessa, suor Chiara degli Ubaldini, cominciò col togliere dal capo a Piccarda, che le stava davanti in ginocchio, tutta vestita di bianco, le filze di perle e le trecciere di filo d'oro tempestate di smeraldi: le trasse di fronte una ricchissima coronella di fiori formata con diamanti, piropi, turchese, spinelli, agate diasprine, calcedonii brizzolati, [lapis]lazzuli, lumachelle, pergmatiti, ofioliti e molte altre preziosissime pietre e con queste messe in perfetto disegno [...] le tolse dalle orecchie i balasci insigni per gli aurei castoni e i lavori di filograna. Le trasse i monili dal collo, le armille dai polsi, e finalmente le scinse dai fianchi un vago scheggiale di tocca di argento, fulgido tutto e grave di diamanti e di gariandri.

La descrizione non si ferma qui, e prosegue con la tonsura dei capelli e la consegna dell'abito e di una candela accesa, lume di Cristo, vera luce del mondo.

Il ratto in un dipinto di Lorenzo Toncini (1802-1884)

Simone, padre di Corso, non la prese bene. Fece rientrare quest'ultimo da Bologna, ove era podestà. Entrambi si recarono al convento una prima volta per cercare di convincere Piccarda, ormai Costanza, a tornare sui suoi passi, prima con le buone, poi con le minacce, ricavandone un - diremmo oggi - cortese ma netto rifiuto. Il fratello reclutò uno ladro scelerato chiamato Farinata e dodici compagni altrettanto poco raccomandabili. Dopo un primo tentativo infruttuoso - il convento era quasi come una fortezza - la notte prima della festa di S. Melchiade Papa, il 9 dicembre, con scale di seta irruppero nel convento pieni di furore come diavoli scatenati e strapparono letteralmente a viva forza Piccarda dalle mani delle altre monache (in apertura la scena in un dipinto di Raffaello Sorbi, 1844-1931). La legarono, la condussero a casa e la rivestirono di abiti secolari. Le nozze furono celebrate ugualmente a forza. 

Suor Costanza pregò intensamente il suo vero sposo Gesù affinché l'aiutasse a conservare per lui la castità, e gli chiese di renderla repellente procurandole piaghe, pustole, corruptione et vermini e tutto quanto rendesse impossibile il solo avvicinarla. Gesù l'accontentò. La fece ammalare in modo raccapricciante e, dopo otto giorni di agonia durante i quali non c'era versi nemmeno di entrare nella stanza dal fetore, volò in cielo e si ricongiunse al suo vero sposo.

Fra' Mariano narra anche come in un poscritto il pentimento di Corso Donati: 

Vedendo questi segni messer Corso fratello di Picharda, che di tanto male era stato lo autore, fu tucto compunto, et per non incorrere nel sudicio divino, venne uno giorno solemne alla Chiesa di Sancta Maria di Monticagli et spogliato di tucti e’ vestimenti colla cintura al collo, dinanzi a’ frati et alle suore et grande moltitudine di populo, salito in sul pulpito dixe la sua colpa et fu per autorità del Papa absoluto della scomunica, et ricevette la condegna penitentia per tanto peccato, et ancora hebbe per divino judicio molte tribulatione come fu manifesto a tucta la Ciptà, perché venendo in sospecto del populo, gli fu messa la casa a saccho, et lui fuggendo la furia del populo uscì fuori della Ciptà per la porta della croce et loro correndogli drieto, lo uccisono nel mezo della strada.

La morte di Corso Donati in una miniatura illustrante le Croniche del Villani

La storia, con poche varianti, è narrata da parecchi agiografi, da Rodolfo da Tossignano nella Historia Seraphica (non dimentichiamo che le suore erano dell'Ordine delle Clarisse, fondato da Santa Chiara, e Monticelli ne fu il primo convento dopo quello di San Damiano) a Silvano Razzi nel secondo volume delle Vite dei Santi e Beati Toscani, a Giuseppe Maria Brocchi nel secondo volume delle Vite dei Santi e Beati Fiorentini. Quest'ultimo, inspiegabilmente, si perde in una confutazione, lunga e pesante, dell'ipotesi da taluni avanzata che Piccarda fosse morta intorno al 1320. Quando bastava scrivere: impossibile, già nel 1300 Dante l'aveva collocata in Paradiso. La vicenda si svolse invece probabilmente nel 1288, quando appunto Corso Donati era podestà a Bologna. L'uccisione di Corso avvenne nel 1308. La data del pentimento non è chiara.


Gustave Dorè: Dante incontra Piccarda
Ma Dante, nel III Canto del Paradiso, smentisce implicitamente l'ultima parte della storia di Piccarda, quella splatter. Se ciò che riguarda il ratto e il matrimonio forzato ha fondamento storico e all'epoca fu per i fiorentini un bell'argomento di discussione e di gossip, la malattia orribile di Piccarda è un'invenzione posticcia risalente ai secoli seguenti. Fubini, nell'Enciclopedia dantesca, ne fa una lunga e luminosa dissertazione. Sarà sufficiente qui un breve riassunto.
Dante così fa parlare Piccarda (la giovinetta, naturalmente, è Santa Chiara):

Io fui nel mondo Vergine sorella,
e se la mente tua ben mi riguarda, 
non mi ti celerà l'esser più bella. 
Ma riconoscerai ch'io son Piccarda,
che posta qui con questi altri beati, 
beata son nella spera più tarda.
(...)
Dal mondo per seguir la giovinetta
fuggimmi e nel suo abito mi chiusi, 
e promisi la via della sua setta.
Huomini poi, a mal più ch'a ben usi, 
fuor mi rapiron della dolce chiostra. 
Dio lo sa, qual poi mia vita fusi. 

Dante colloca Piccarda nella spera più tarda: la sfera più bassa, che accoglie coloro che in vita, contro la loro volontà, non poterono adempiere un voto. Sono beati lo stesso perché fanno la volontà di Dio. Ma se fosse stata vera la storia del corpo putrescente, maleodorante e quant'altro, Piccarda non sarebbe stata sfiorata da Rossellino e avrebbe adempiuto il voto di castità formulato presso il convento. L'ultimo verso qui citato, poi, fa comprendere che la sua vita durò forse non molto, ma certo più degli otto giorni narrati.

La parte leggendaria della storia di Piccarda, ad ogni modo, le valse l'inserimento nel Martirologio francescano, alla data del 17 dicembre, con le parole B. Constantiae Virginis. La sua salma viene rammentata, senza precisarne l'ubicazione, tra i corpi santi elencati da Fedele Onofri nel suo Sommario historico la cui prima edizione risale al 1631.





martedì 9 maggio 2017

GABBATO LO SANTO 6. Il San Gaudenzio di San Godenzo


San Godenzo è un piccolo paese situato in posizione ai nostri occhi felice, agli occhi degli antichi molto meno, all'estremità nord orientale del Mugello. L'abbazia che porta il nome dello stesso Santo ha la meritata fama di essere stata sede di un evento storico epocale.

L'Abbazia durante la Festa del Patrono 2015

I fuorusciti e i Ghibellini giunsero quivi a convegno nel giugno 1302 e stipularono una sorta di accordo in cui la famiglia degli Ubaldini metteva a disposizione il plurifortificato castello di Monte Accianico come sorta di quartier generale per la guerra che Ghibellini e Guelfi bianchi intendevano muovere a Firenze. Questi, di contro, si impegnavano a risarcire gli eventuali danni subiti dagli Ubaldini. A questo evento era presente Dante Alighieri.

Scrive Emanuele Repetti su S. Godenzo: "Deve questo villaggio se non l'origine, di certo il nome ad una badia di Benedettini sotto l'invocazione di S. Gaudenzio monaco, le cui reliquie furono collocate in cotesta chiesa da Jacopo Bavaro vescovo di Fiesole e fondatore della stessa badia nel mese di febbraio dell'anno 1029".
Al medesimo vescovo si deve, secondo Giuseppe Maria Brocchi, l'architettura dell'edificio abbiaziale dotato di cripta, che riprende quelle della Cattedrale di Fiesole e della Chiesa di S. Miniato. Fino allora l'abbazia era stata Pieve, e infatti mantenne poi il fonte battesimale (nella foto), dopodiché dipese dalla Pieve di S. Bavello. Sempre Jacopo Bavaro donò l'abbazia e i relativi possedimenti dalla mensa vescovile ai frati. Possedimenti che furono ampliati nel 1070, quando il monastero fu consacrato dal vescovo fiesolano Trasmondo. Una serie di bolle pontificie, a partire da quella emessa da Pasquale II nel 1102, ricondussero il giuspadronato alla mensa vescovile fiesolana.


L'origine vera e propria della chiesa è però avvolta nella leggenda, così come il Santo cui è intitolata. Nonostante ci sia la salma. Sul sito www.santiebeati.it cercherete inutilmente il nome Godenzo, che è una sorta di contrazione di Gaudenzio (contrazione tra l'altro pericolosa se avete da scrivere di San Godenzo al computer, perché quasi sempre il correttore automatico lo trasforma senza pietà in un imbarazzante San Godendo). Col nome Gaudenzio figurano un beato e quattro Santi. Nessuna delle relative biografie corrisponde a quella del Gaudenzio di cui hanno narrato in tempi antichi Giuseppe Maria Brocchi, e in tempi molto più recenti il mio amico Alfredo Altieri nel suo bel volume dedicato a San Godenzo, pubblicato da Pagnini nel 2000.
Alfredo si avvale di una Leggenda di Santo Gaudenzio redatta nel 1860 da Anselmo di Piero Mazzi de' Servi. Brocchi fa invece riferimento a un'antica cronaca conservata nella stessa abbazia.

Cerchiamo di sintetizzare dalle due fonti la ricostruzione della vita del Santo. Proveniente con alcuni compagni (Marziano, Luciano, Ilario) da un paese campano, raggiunse l'Alpe in una località chiamata Ripa Alta al tempo di Teodorico (454-526), secondo Brocchi per sfuggire alle sue persecuzioni. Particolare questo decisamente poco verosimile. Ilario se ne andò (a S. Ellero?), gli altri rimasero con Gaudenzio - secondo Anselmo sopraggiunsero in seguito - e, trovato un sito detto Vossiano o Ursiano, alla confluenza di due torrenti uno dei quali era il Dicomano,  vi si stabilirono e vissero santamente da eremiti. Sulla vita non è che ci sia molto altro. Dopo la morte, poi - la cui data non è nota -, è un susseguirsi di narrazioni evanescenti e favolose, a base di visioni e apparizioni.
Molti anni dopo la dipartita del Santo, alcuni cacciatori che finalmente erano riusciti a uccidere un cinghiale che terrorizzava la zona, pare nell'855, ebbero la visione notturna di figure di bianco vestite, intorno al sepolcro di un santo. Ripresisi dallo spavento e segnato il posto, raccontarono il fatto all'allora Vescovo di Fiesole S. Romano (altra figura tutt'altro che ben tratteggiata) il quale, dopo tre giorni di digiuni, ebbe a sua volta la visione del sepolcro di S. Gaudenzio. Fatti gli scavi sul posto, fu ritrovata la salma, con l'iscrizione:

HIC IACET CORPUS B. GAUDENTII SACERDOTIS ET MONACHI.

Il corpo fu posto su un carro fatto trainare da una coppia di tori, che a un certo punto si fermò e non volle saperne di muoversi. Era il segnale per edificare in loco un tempio, ma fu giudicato fuori mano. Tentarono di costruirne uno altrove, ma misteriosamente non vi riuscirono. Un popolano ebbe allora un'altra visione: il tempio andava costruito dove si trovava una grande tela di ragno. Così fecero. Trovarono la tela. Qui sorse l'oratorio che poi sarebbe divenuto l'Abbazia di S. Gaudenzio. Brocchi vide, affrescati sulle pareti della cripta, gli episodi ora narrati. Oggi non ve n'è più traccia.
Ogni leggenda ha un fondo di verità, si dice. Ma quali verità possano esser celate dietro tutte queste storie da veglia davanti al focolare (absit iniuria verbis), davvero, vattelapesca.

Scrive il Brocchi che, ab immemorabilia, la festa di S. Gaudenzio veniva celebrata solennemente in abbazia il 26 novembre. In effetti, nel manoscritto di un antico martirologio di Beda il Venerabile, risalente al XII secolo e conservato alla Medicea Laurenziana (fondo Plutei 16.08), al VI Calendae di dicembre si trova menzionato S. Gaudenzio, seppure come confessore e non come monaco. Confessore, ricordiamolo, era definito, dal IV secolo in poi, chi proclamava la propria fede cristiana senza subire il martirio.


Sulll'Ordo Officiorum Ecclesiae Senensis, redatto dal canonico Oderico nel 1213 e stampato a Bologna nel 1766, sempre al 26 novembre, si legge: De Sancto Gaudentio Episcopo, & Confessore facimus tres Lectiones. L'ulteriore qualifica di Vescovo, certo, causa a sua volta altri dubbi sull'identità del Santo. Ad ogni modo, la popolarità del personaggio è confermata dalla presenza di un'altra chiesa a lui intitolata presso Vicchio, nella Pieve di S. Cassiano in Padule: quella di S. Gaudenzio a Loncastro, o a L'Incastro, ora abitazione civile.
Oggi, la festa di S. Gaudenzio si celebra l'ultima domenica di settembre. La sua storia ha, come abbiamo visto, tratti davvero troppo vaghi, non ci sono date precise, e di conseguenza egli non figura nel martirologio ufficiale. Nondimeno, la devozione nei suoi confronti da parte dei fedeli è tuttora molto sentita. Ancor più da quando, nel 2008, la salma fu riportata nell'Abbazia dopo una recognitio canonica e una sorta di restyling, come narrato in questo articolo da Danilo Zolfanelli.

La salma di S. Gaudenzio esposta in occasione della Festa del Patrono del 2015






giovedì 22 dicembre 2016

GABBATO LO SANTO 1. Barduccio Barducci

Ce ne sono parecchi. Molti più di quanto si pensi. Avevano condotto una vita, per l'appunto, santa, ed erano stati dei punti di riferimento per lo più in quelle che oggi chiameremmo singole realtà territoriali. Canonizzati quando ancora il procedimento era relativamente semplice e bastava il parere di un sinodo o addirittura di un solo vescovo, senza trafile, processi e proclamazioni in Piazza San Pietro. Canonizzati dunque, o anche solo beatificati, a furor di popolo. Poi, all'entusiasmo dei primi anni post mortem, faceva magari seguito uno scemare della devozione, in parte arginato dalla presenza di reliquie, se c'erano. Se non c'erano, l'oblio scendeva implacabile come il tempo. Restavano, e spesso restano tuttora, riferimenti su vecchi testi, nomi di qualche località, piccole frazioni di paese, qualche edificio sacro: oratori, chiese, non di rado anche pievi.


Giuseppe Maria Brocchi realizzò, a partire dal 1742, le sue ponderose Vite de' Santi e Beati fiorentini in tre volumi. Il secondo e il terzo sono dedicati a Quei Santi e Beati che hanno ab immemorabili il pubblico culto alle loro reliquie ed immagini quantunque di Essi non si faccia memoria nel Martirologio Romano e non se ne celebri la Festa con Messa ed Ufizio. Superano il centinaio. E son solo quelli fiorentini!
Barduccio Barducci, che non è nemmeno chiaro se fosse stato canonizzato, è apparentemente uno dei più sfortunati. Forse per questo mi è rimasto simpatico. Racconterò di altri, in futuro, ma parto da lui. Apparteneva a una famiglia benestante fiorentina che abitava nel quartiere di S. Spirito. Le notizie su di lui sono scarne. Giovanni Villani lo rammenta in un passo delle Croniche. Eccolo.


Sul suo amico e compagno di imprese di carità Giovanni da Vespignano le notizie sono (ma di poco) più ampie, anche perché le sue reliquie sono giunte fino a noi. Ma la Chiesa di S. Spirito de' Padri Eremitani di S. Agostino, dove Barduccio fu sepolto, andò a fuoco il 21 marzo 1470, e della sua salma non rimase traccia. Non rimase traccia neanche del suo operato miracolistico in vita o in morte. Per lui non ci fu scampo. Cadde nel dimenticatoio.
Non ci fosse stato il passo del Villani, non sarei neanche qui a scriverne. Ma c'era, e non si poteva prescinderne. Storici e agiografi ebbero problemi non indifferenti. Silvano Razzi, nelle sue Vite de' Santi e Beati toscani (1593), poté basarsi solo su un manoscritto del Monastero di S. Pier Maggiore, relativo più che altro a Giovanni, in cui è riferito che Barduccio sarebbe venuto a mancare all'età, decrepita per l'epoca, di 96 anni.
Domenico Maria Manni faticò anch'egli non poco per trovare qualche notizia in più su Barduccio. Citò le parole di un contemporaneo, Simone della Tosa (ca. 1300-1380), il quale aveva scritto di "S. Varduccio; che stava di casa oltrarno; e che alla sua morte concorse a vederlo a S. Spirito tutta la città". Personaggio celebre e stimato, dunque. Vi era poi un calendario antico che poneva sotto l'ottava di Pasqua di Resurrezione il Beato Barduccio, ed è la festa a a Santo Spirito. Sempre citate da Manni le parole di Franco Sacchetti. Nella novella n. 157 scrive:

"E così avviene oggi nel mondo, che li signori e gli altri viventi sono sì vaghi di cose nuove che se elli postessono, muterìano la signoria del cielo, come spesso mutano quella delle terre. Abbiamo li santi canonizzati e cerchiamo di quelli che non sappiamo se sono. Abbiamo il nostro Signore Jesu Cristo, la sua Madre, gli Apostoli e gli altri maggiori del Paradiso, e andremo dietro a san Barduccio." 

Parole per nulla lusinghiere, certo. In realtà, Sacchetti poneva un problema che davvero esisteva all'epoca (fine '300): la proliferazione di culti locali che i fedeli sentivano come più vicini e concreti, a scapito però di quelli universali della cristianità. La Chiesa stava già correndo ai ripari, anche per  riaffermare la propria centralità, promuovendo processi di canonizzazione più complessi e severi da un lato, istituendo la figura intermedia del beato dall'altro, in modo da non scontentare i fedeli. A rimetterci è il nostro Barduccio, che qui è usato come esempio di santo da quattro soldi, ultimo arrivato.
Eppure...
Eppure, secondo una interpretazione che peraltro non ebbe seguito, Barduccio, insieme con l'amico Giovanni, ebbe una velata citazione da parte di Dante. Sempre Manni riporta che "di ambedue [l'altro è Giovanni] intendeva a prova il celebre Magliabechi, che avesse parlato Dante nel Canto VI dell'Inferno, quando per la domanda da lui fatta a Ciacco se in Firenze v'era alcun uomo giusto, gli fu risposto: 


Giusti son due, ma non vi sono intesi;

cioè sono incogniti ai popolari". 
Sul celebre verso 73 ci sono state varie interpretazioni, e nessuna accettata unanimemente. Dante si riferiva a qualcuno in particolare? O parlava in senso generico, come dire che di giusti ce ne sarà un paio sì e no? Non è chiaro. Brocchi nota che l'aggettivo giusti è lo stesso usato da Giovanni Villani. All'epoca in cui si svolgono i fatti della Comedia i due benefattori laici dovevano essere in piena attività, e Dante sicuramente li conobbe. La certezza che Magliabechi avesse ragione e che i due giusti fossero davvero Giovanni e Barduccio non si può avere. Ma riconosco che mi piace crederlo.  

martedì 8 novembre 2016

Quando Dante ingaggiò una ciofeca


  

Presso Borgo S. Lorenzo, nel cuore del Mugello. La faticata che si fa a raggiungere, dal Poggio di Ronta per una stradina erta e stretta, la rocca di Pulicciano, è ampiamente compensata dal panorama mozzafiato che quasi ci aggredisce una volta affacciati al parapetto. Oggi possiamo approfittare di questa posizione per bearci pacificamente della magnificenza del paesaggio mugellano.

In passato, invece, esisteva un castello. Lo storico Carlo Celso Calzolai riporta una tradizione, di cui però non ho trovato conferme, secondo cui sarebbe stato fondato dalla Contessa Matilde. Federico II lo confermò agli Ubaldini nel 1220, ma nel 1254 lo acquistò il Comune di Firenze. Padre Lino Chini (1875) lo descrive in pochi tratti: "Questo castello (…) era uno de' più belli e più inespugnabili del Mugello. Circondato di forti mura, guernito di bastite e di torri mirabilmente serviva a tenere in rispetto i feudatari dell'Alpi, e guardare il passo degli Appennini tra le Romagne e l'agro fiorentino dalla parte di Val di Lamone. Campeggiava sublime da lungi, e parea a chi lo guardava il guardiano de' monti mugellani, dominandoli da ogni lato."
Pulicciano fu per molto tempo un luogo la cui importanza strategica era ben nota agli eserciti, e fu testimone di numerosi assedi. Sulla facciata della superstite chiesa di Santa Maria, una lapide ricorda il più importante di questi, che risale al 1303, ed ebbe tra i protagonisti indiretti Dante Alighieri. Il Divino Poeta, allora già esule, aveva aderito alla fazione dei Guelfi Bianchi, i quali insieme con i Ghibellini stavano armandosi per fare ritorno a Firenze. Alla guida del riminese Scarpetta degli Ordelaffi, 6.000 fanti e 800 cavalieri occuparono il contado fiorentino ed espugnarono il borgo, ma non la fortezza di Pulicciano. Il podestà fiorentino Fulceri da Calboli intervenne immediatamente, sconfiggendo Scarpetta e provocando lo scompiglio generale del suo esercito, la maggioranza dei cui componenti fuggì a precipizio. Degli altri, Fulceri fece poi una carneficina.


La frase sulla lapide che vuole la rocca lieta dello scampo di Dante richiede almeno due precisazioni. Innanzitutto lascerebbe supporre una presenza del Vate a Pulicciano durante l'assedio, ma non fu così: nessuno degli storici ne fa menzione, mentre è data per certa la sua partecipazione all'adunata dei Bianchi nella chiesa di San Godenzo l'anno precedente. In secondo luogo, la letizia per il suo scampo non fu immediata: dapprima, al contrario, i Bianchi gli avrebbero fatto volentieri la pelle o giù di lì, perché era stato lui a suggerire come capitano Scarpetta, poi risultato del tutto incapace. Dante si trovò insomma nella situazione di tanti odierni presidenti di squadre calcistiche, i quali sbandierano di avere acquistato lo straniero eccezionale fenomeno super campione, che poi si rivela una ciofeca. Anche allora c'era bisogno di qualcuno cui dare la colpa, e toccò al Sommo Poeta. Dante non fu certo l'unico responsabile della disfatta, ma fu allora che abbandonò la militanza nei Bianchi, dopo un anno scarso, e fece 'parte per se stesso'.



E Pulicciano? Resistette ad almeno altri due assedi degni di ricordo da parte degli storici. Nel 1351, durante l'assedio di Scarperia, una parte dello schieramento guidato da Giovanni Oleggio, braccio armato dell'Arcivescovo milanese Giovanni Visconti, tentò di espugnare la rocca, ma, nonostante la superiorità numerica, fu respinto dalla tenacia dei popolani. Sempre i Visconti, nel 1440, inviarono Niccolò Piccinino alla conquista di Firenze. Anch'egli tentò l'assalto al castello di Pulicciano. Anch'egli inutilmente, nonostante la sua abilità militare e nonostante un assedio di 28 giorni. Non ci fu scampo invece nel 1529, l'anno dell'assedio di Firenze, quando Pulicciano, al pari di Ronta, Vicchio e Gattaia, subì il saccheggio delle truppe di Balasso Naldi.
Ancora secondo Carlo Celso Calzolai ('Ronta Pulicciano Razzuolo nel Mugello', 1973), il forte fu distrutto quando il dominio della Romagna passò ai Medici e le fortificazioni al di qua dell'Appennino si resero vane. La data in cui fu raso al suolo, tuttavia, non è nota. Oggi, sul terrapieno, rimane la Chiesa di Santa Maria a Pulicciano, la cui data di fondazione è pure incerta (1220?), e che è stata più volte ricostruita e restaurata.