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lunedì 29 aprile 2019

Paddy Campbell. La tragedia e la speranza


Conobbi lo scultore Paddy Campbell a Vicchio nel settembre 2010 in occasione di una sua mostra dal titolo La vita, e che fu allestita nelle stanze e di fronte la Casa di Benvenuto Cellini. Ci parlai ed ebbi da lui notizie che mi lasciarono abbastanza sbigottito. Ecco quanto scrissi sul Galletto.

Blue Lady. Vicchio 2010
...stenterete a credere quanto invece Paddy Campbell mi ha confermato: che questo signore dall’aria felice, classe 1942, dopo aver svolto con successo vari mestieri, non ultimo quello di ristoratore, è approdato alla scultura non più di una decina di anni fa [adesso una ventina], complici alcuni soggiorni in Toscana. Fu allora che, dopo essere stato anche pittore, si rese conto che la scultura era il suo mezzo elettivo d’espressione. Dal 2005 ha un suo studio fiorentino in via Luna. Ed è, appunto, felice e orgoglioso di ospitare le sue opere nella casa di uno dei suoi artisti preferiti in assoluto. “Credo che i miei preferiti siano proprio Cellini e Bernini. Si tratta di due dei massimi artisti del Rinascimento, accanto, è naturale, a Michelangelo. Ho studiato anche Giotto e l’Angelico, che sono ugualmente due giganti, anche se si parla di pittura.”

Mother & Child. Vicchio 2010
Più avanti: 

L’attenzione di Paddy al particolare apparentemente insignificante ha del maniacale, ma è grazie ad essa che lo spettatore assimila il suo concetto di vita – che, non dimentichiamolo, è il titolo della mostra -. E se, come si legge sul catalogo, Paddy Campbell cerca “di vedere l’essenza di chi sono [le sue modelle] – quella parte emotiva, spirituale, che è così vulnerabile, e nello stesso tempo così potente”, vi riesce proprio al momento in cui la cura del dettaglio puramente materiale è massima. Lo si vede in quelle sculture in cui viene congelato l’attimo, o in quelle nelle quali è ripresa una situazione considerata banale, ma che l’abilità tecnica dell’artista trasfigura in immagine ai limiti del mito. C’è da essere orgogliosi del fatto che la Toscana sia stata scelta, ormai, come seconda patria da un autore che ha realizzato il ritratto ufficiale della Presidente dell’Irlanda [sotto]

da www.ul.ie 
Da allora è passata parecchia proverbiale acqua sotto i ponti, e Paddy ha realizzato una quantità di mostre principalmente - ma non solo - tra la sua Irlanda e l'Italia. Tuttavia era rimasto per lui un progetto in sospeso. Paddy aveva ascoltato, soggiornando a Vicchio, molte storie di guerra, ed era rimasto colpito in particolare da quella sulla strage di Padulivo (10 luglio 1944, 14 morti innocenti). Lui che è nato durante la Seconda Guerra Mondiale. Lui che è stato testimone della guerra fratricida combattuta in Irlanda del Nord nella seconda metà dello scorso secolo. 3.500 morti, quasi tutti civili, in tempo ufficialmente di pace. Lui che, scrive la storica e critica d'arte Anita Valentini, esprime sempre la sacralità del vivere.

Life and Death
nella Piazza di Pietrasanta
Ma era stato il racconto di Padulivo a far scoccare in lui la scintilla. A ispirargli una scultura che potesse ricordare e rendere un omaggio universale a tutti coloro che hanno perso la vita a causa della guerra e del terrorismo
Ne nacque un'opera che, intitolata Life and Death, fu presentata per la prima volta alla sua personale "Di Cuore", ovvero "From the Heart", tenutasi nell'estate 2013 in Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Oltre 50.000 visitatori poterono ammirarla. E, nell'ammirarla, riflettere. 
Fin dall'inizio Campbell aveva deciso di fare dono di Life and Death al paese di Vicchio. Ancora oggi si legge sul sito della Provincia di Firenze nella pagina relativa alla mostra: "Questa scultura è stata commissionata dal Comune di Vicchio del Mugello come memoriale alle vittime di tutte le guerre, a completamento dell’obelisco esistente in Piazza della Vittoria, dove sarà installata a settembre 2013."

Non è stato possibile, l'obelisco è storicizzato. C'è voluto altro tempo per il superamento di ulteriori ostacoli di vario genere. In questo Paddy ha potuto contare sull'aiuto determinante di Francesco Valentini, Generale di Divisione dei Carabinieri. Uno che aveva scelto anche lui Vicchio come residenza elettiva. Uno che soprattutto aveva fatto parte del Pool Antimafia. Non c'è da sorprendersi se aveva preso a cuore il progetto.

Io con Paddy Campbell
Valentini non ha potuto vedere realizzato il suo desiderio di vedere l'opera di Campbell collocata in Piazza della Vittoria a Vicchio, non a completare bensì accanto al Monumento ai Caduti. Ci ha lasciati proprio quando, nel 2018, Life and Death veniva esposta nella Piazza di Pietrasanta. Paddy non ha dimenticato, e alla base dell'installazione ha voluto collocare una targhetta in suo ricordo. L'opera è stata inaugurata in un giorno non casuale: il 25 aprile 2019. La presentazione è stata curata dalla già citata Anita, figlia di Francesco Valentini. Con questo evento il Sindaco di Vicchio Roberto Izzo, com'egli stesso ha affermato, ha concluso nel migliore dei modi i suoi dieci anni di mandato. 

Campbell si discosta del tutto dallo schema classico del monumento ai caduti. Life & Death, Morte & Vita. Death, crivellato di colpi, non giace a terra. Vola via. È risucchiato verso l’eternità. Come se il vertice dell’impalcatura piramidale fosse posto all’infinito. Campbell, forse con valenza apotropaica, per fondere la figura di Death ha anche fatto uso di autentiche pallottole e bossoli della Seconda Guerra Mondiale. 
Life protende la mano verso quella di Death. Ma sa bene che non potrà raggiungerla. O forse sì? S’intravvede un guizzo di speranza nel suo gesto. Death è la morte, e forse la rinascita. Life è tutti noi, ha spiegato Anita Valentini. E in tutti noi permane un'eco di speranza, per quanto remota. Forse nessuno come Campbell ha saputo esprimere il tragico, indescrivibile stato d’animo di chi rimane sulla terra dopo che chi gli è caro se n'è andato via in modo tanto orribile.

Inaugurazione di Life and Death, 25 aprile 2019







giovedì 31 maggio 2018

Inaugurando Cristina


Domenica 27 maggio ho avuto, più che l'onore, il blasone di presentare Oltre, la personale della mia amica Cristina Falcini inauguratasi alla Casa di Giotto a Vespignano. Come la domenica precedente - vedi il relativo post - era presente anche Toscana TV. Fabrizio Borghini e l'operatore Alberto Risaliti hanno creato il servizio che vi allego, nel quale tra l'altro riassumo parte della mia introduzione. Oltre al contributo dato all'inaugurazione da Paola e Remo, del Centro dell'Età Libera, durante il video ci si può in effetti deliziare la vista con i dipinti di Cristina per i quali ammetto di aver tradito un entusiasmo non indifferente. Un entusiasmo che però Cristina merita ampiamente. Buona visione!

Foto di Tina Pelaia Baroncini

Fabrizio Borghini, Giuliano Paladini, io e Cristina. Foto di Tina Pelaia Baroncini



Cristina con l'amica e collega Susi La Rosa, autrice anche della foto sopra



venerdì 16 marzo 2018

Il mistero del sindaco scomparso


Questa storia parla di un individuo ignobile. Un fascista arrogante e violento che negli anni 20 del XX secolo fu sindaco di Vicchio, e pareva destinato a  un luminoso avvenire, ma d'improvviso venne inspiegabilmente messo da parte, e le sue tracce a un certo punto scompaiono. Svolsi su di lui nel 2010 una ricerca, che però per motivi di spazio rimase fuori dal mio contributo a un volume storico realizzato a più mani, dal titolo Montegiovi: se son rose fioriranno. Mugello e Val di Sieve dal fascismo alla Liberazione (Polistampa 2012).

Si chiamava Marino Marchetti. Nacque il 31 gennaio 1896 a Vicchio. Il padre Carlo, fattore, viveva in un quartiere della canonica della frazione di Caselle e aveva in affitto i poderi della Pieve. Marino seguì le orme del padre e divenne agente di beni. Abitò in località Pilarciano. Nel 1922, anno in cui partecipò alla Marcia su Roma, era Segretario politico del Fascio di Vicchio e Segretario della Cooperativa Agricola vicchiese. A questo titolo, in merito a una polemica seguita a una ‘tumultuosa assemblea’ della Cooperativa stessa, il 16 aprile dello stesso anno il Messaggero del Mugello, settimanale di Borgo S. Lorenzo, pubblicò una sua lettera, che la diceva lunga sulla sua indole:

In risposta all’articolo di Pietro, o Beppe che sia, comparso sul Messaggero del Mugello in data 9 c.m., tengo a dichiarare che son sempre pronto a dar prova della mia più, o meno, robusta muscolazione quando si tratta di difendere l’onorabilità di persone per bene quali crede essere il sottoscritto tutti i componenti il Consiglio della Cooperativa Agricola di Vicchio.

Piazza dei Giardini, Vicchio, 1923
L’attività di picchiatore fascista fu da lui vantata più volte. Il  21 gennaio 1923 venne pubblicata sul Messaggero del Mugello una lettera del maestro cattolico di Borgo San Lorenzo Antonio Cassigoli, che chiamava in causa Marchetti quale capitanante il gruppo di fascisti che lo aveva costretto all’ingestione di un bicchiere di olio di ricino. Solo molti anni dopo,  Cassigoli raccontò al mio amico Aldo Giovannini che il farmacista finse di compiacere i clienti picchiatori ma, approfittando del vetro scuro della bottiglietta, la riempì d'alchermes.  S'intende che ciò non attenua certo le responsabilità degli squadristi. Sul numero seguente del Messaggero, Marchetti rispose:

Il maestro Cassigoli fu, dai fascisti di Vicchio, purgato perché aveva pronunciato a Campestri un discorso contro il fascismo, e perché aveva proibito ad alcuni soci del Circolo “Semper Virens” di indossare la Camicia Nera. (…) In quanto poi a me, egregio maestrino, c’entro proprio per volere della sorte, perché quella sera mi trovavo a Borgo, non per capeggiare i fascisti miei paesani, che con ragione vi purgarono, come voi, da diligente pipista, malignamente affermate, ma bensì per il disbrigo dei miei affari. E di quello ne può far fede la mia visita all’Ufficio del Genio Civile e la mia operazione bancaria con l’Agenzia del Monte dei Paschi di Siena di cotesto paese. Questo per la verità.

Marino Marchetti fu proclamato Sindaco di Vicchio il 23 marzo 1923, dopo le elezioni amministrative tenutesi il 4 marzo. Il 2 dicembre, “in segno di riconoscimento per i suoi altissimi meriti di fascista”, ricevette una medaglia d’oro che gli fu conferita durante quella che il Messaggero definì una grande “Festa d’italianità a Vicchio”.
Il Congresso Provinciale Fascista lo elesse nel Consiglio Federale Fascista in rappresentanza del fascismo mugellano, preferendolo al borghigiano Agostini con 1899 voti contro 891. Nell’agosto 1924 ne divenne Vice-segretario. Nel settembre 1925 fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia insieme con Luigi Santoni Guidi. Per tutto questo periodo mantenne la carica di Segretario Politico del Fascio di Vicchio. Il 2 maggio ebbe a Palazzuolo di Romagna, oggi Palazzuolo sul Senio, una medaglia d’oro per aver “tenuto con solerzia, competenza ed amore l’ufficio di Commissario Prefettizio di quel Comune". Intanto ,oltre che Fiduciario di Zona e Centurione della Milizia Volontaria Nazionale, divenne Triumviro della Federazione Provinciale Fascista. Fu il suo titolo forse di maggior prestigio. 
Il 1926 fu l'anno della riforma podestarile, ovvero l'eliminazione dell'elettività delle autonomie locali, in particolare i comuni, mediante la sostituzione del sindaco con l'imposizione della figura del podestà, scelto dal potere centralizzato, insomma dal fascismo. Marchetti era senza dubbio il personaggio più in vista di Vicchio, e la sua nomina a podestà avrebbe potuto sembrare cosa del tutto logica e automatica.
Cosa avvenne invece esattamente? Non è mai stato chiarito, ma in aprile 1927 non fu eletto alcun podestà. Fu nominato commissario prefettizio Luigi Santoni Guidi, apparentemente su proposta e incoraggiamento dello stesso Marchetti. Così il Messaggero dette la notizia:

La nomina a Commissario Prefettizio del nostro concittadino cav. Luigi Santoni Guidi, per quanto attesa, ha prodotto in paese la più lieta e favorevole impressione.
La scelta non poteva essere migliore. Fascista della primissima ora, Egli ha ricoperto la carica di Assessore Comunale in varie Amministrazioni. Presidente di tutte le Associazioni paesane, Giudice Conciliatore ed infine Consigliere Provinciale, si è sempre fatto distinguere per le sue ottime qualità di gentiluomo, di cittadino integerrimo, di benefattore del popolo.
(…) La grandiosa ed imponente dimostrazione che i cittadini vollero tributargli mercoledì scorso, sta a testimoniare con quanto piacere sia stata accolta la di Lui nomina a Commissario Prefettizio, che prelude sicuramente quella a primo Podestà di Vicchio.
(…) il nostro Sindaco cav. Marchetti improvvisò un bellissimo ed ispirato discorso, dicendosi lieto di avere anche egli contribuito affinché il cav. Santoni Guidi accettasse la nomina di Commissario, ritenendolo la persona più adatta a ricoprire tale carica.

Quando nel luglio seguente venne costituito a Vicchio il comitato dell’Opera Nazionale Balilla, Marino Marchetti – tuttora Segretario del Fascio - ne venne eletto Presidente. Ma per lui la fine, o meglio questo lento dissolversi era iniziato. Di sicuro, la mancata nomina non significò per lui neanche la destinazione verso incarichi di livello nazionale, come si sarebbe potuto pensare con un ragionamento in calcio d'angolo. Il Messaggero, da allora in poi, lo menzionò solo di sfuggita, per esempio quando partecipò al funerale di un fascista, o a una festa religiosa. Nel 1928 alla presidenza dell’O.N.B. fu chiamato Santoni Guidi.

Fascisti alla stazione di Vicchio, s.d.

Il 14 aprile 1929, sul n. 15, il Messaggero scrisse, in un trafiletto senza titolo:

Il giorno 15 aprile corr. con una cerimonia intimissima, causa il grave lutto della sposa, avrà luogo in Firenze il matrimonio della gentile signorina Maria Pia Giusti, figlia del professore arch. Comm. Ugo Giusti, col cav. Marino Marchetti, già Sindaco fascista di Vicchio e membro della Federazione Provinciale Fascista. Il Messaggero manda agli sposi rallegramenti ed auguri.

Maria Pia Giusti nacque nel 1910, quando i genitori (Ugo ed Eugenia Scotti) non erano ancora sposati. Il matrimonio avvenne nell’ottobre 1912, dopodiché Maria Pia fu legittimata. Del padre della sposa Ugo Giusti (1880-1928), architetto liberty meno noto che grande, scriverò a breve in un altro post.
Sul numero seguente del settimanale, un articolo più lungo dal titolo Le fauste nozze Marchetti-Giusti forniva maggiori particolari, ma l’incipit era piuttosto atipico:

Coronamento di un blando sogno d’amore [!], sono state, lunedì scorso, le fauste nozze celebrate tra il cav. Marino Marchetti, (…) e la gentil signorina Maria Pia Giusti, figlia del compianto architetto professore comm. Ugo Giusti. Dato il recente grave lutto della sposa le nozze sono state celebrate nell’intimità famigliare.

La cerimonia religiosa si svolse in Santa Lucia al Prato, quella civile in Palazzo Vecchio. Il seguito dell’articolo smentisce decisamente l’intimità famigliare dichiarata in principio, descrivendo (diremmo oggi) un sontuoso lunch seppure con ospiti non numerosi; ugualmente in contrasto con il lutto della sposa, si legge più avanti: “Agli sposi gentili, che erano raggianti di felicità, brindarono S.E. l’on. Gino Sarrocchi, l’on. Morelli, il Console Baldi, tutti facendo caldi voti di perenne felicità.”

Inaugurazione del Monumento ai caduti di Vicchio, novembre 1925
Quindici giorni dopo le nozze, il 1° maggio Marino Marchetti lasciò Vicchio e si stabilì a Firenze.
Le notizie su Marino Marchetti si fanno a questo punto ancor più frammentarie. Marchetti mantenne con ogni probabilità i contatti con Vicchio, ricomparendo tuttavia solo occasionalmente in cerimonie ufficiali non di particolare importanza, riguardanti per lo più la M.V.S.N di cui era Centurione. Nel 1931 sedò una rissa nel centro di Vicchio. L'anno seguente fu notato, con la moglie, tra i partecipanti alla Festa degli Alberi a Villore. Sempre nel 1932 nacque il figlio Giancarlo. Nel dare la notizia, il Messaggero del Mugello precisò che Marchetti era “attualmente Segretario Politico dell’Antella e di Bagno a Ripoli”. Quando, nel dicembre 1932, morì il settantaseienne padre Carlo, egli non partecipò di persona al funerale. Fu l'ultima volta in cui fu menzionato dal Mesaggero, che chiuse nel 1933.
Tutto ciò non sta a significare che Marchetti finì in rovina. Al contrario. Quando nel 1938 fu fatto il censimento delle abitazioni disponibili da parte del Comitato Comunale di Protezione Antiaerea, il Cav. Marino Marchetti, residente a Firenze in Piazza Beccarla 2, metteva a disposizione Villa Pilarciano in Padule (9 stanze; 4 letti; locali dichiarati di lusso; preferibilmente a un fratello con moglie e figlio) e Villa Bricciana in San Martino a Scopeto (12 stanze; 6 letti; locali dichiarati per ceto medio; con richiesta di £. 500 mensili di pigione).
Nello stesso anno, però, il Comune richiese al Prefetto l’autorizzazione a stare in giudizio contro di lui, in quanto aveva acquistato due colombari al cimitero di Vicchio, per i quali aveva versato un acconto di £. 600, ma, nonostante le reiterate sollecitazioni, non si decideva a saldare il debito di £. 1.000.

Fascisti davanti alla Casa del Fascio, s.d.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Marchetti non si smentì. Dai documenti del Comitato di Liberazione Nazionale si apprende che  aderì alla Repubblica Sociale e al Partito Fascista Repubblicano: “Squadrista; Marcia su Roma; Sciarpa littorio; senior della Milizia; fascista repubblicano. Uno dei fondatori del Fascio locale. Ha preso parte a spedizioni punitive contro antifascisti. Già segretario del Fascio locale. Ex amministratore comunale. Capitano in servizio con i tedeschi. Elemento ambizioso, privo di scrupoli e di ogni senso della morale. Attualmente al nord.” Ma al nord dove? Non se ne venne a capo.
In un elenco senza data sempre del C.L.N. Marchetti figura tra gli squadristi "particolarmente responsabili". Viene definito “uno dei massimi responsabili della rovina del paese, Console della M.V.S.N., attualmente in servizio con i tedeschi". Ma figura anche, insieme con Giovanni Materassi, Giovanni Dreoni e i fratelli Vittorio e Nello Magherini, tra i “responsabili, secondo l’opinione pubblica, di omicidio commesso in località Sagginale”. Si allude qui a un fatto di sangue risalente al 1921. Una spedizione punitiva, organizzata da squadristi per vendicare il maltrattamento di un paio di loro da parte della popolazione della frazione di Borgo S. Lorenzo, degenerò in uno scontro a fuoco in cui perse la vita il 57enne Giuseppe Margheri.
Su richiesta del Collegio Professionale dei Periti Agrari, il C.L.N. informerà nel 1946 che Marchetti

è persona di moralità indubbiamente pessima, è stato fascista, squadrista, prese parte a spedizioni punitive in Paese, seminando il terrore ovunque, provocatore e violento. A [sic.] pure rivestito cariche di una certa importanza quale ad esempio Podestà del Comune di Vicchio nell’epoca 1929-30-31 [abbiamo visto che non fu così], inoltre fu pure presidente della cooperativa Edili di Vicchio, dove dovette subire un processo per emettere assegni a vuoto per oltre 300.000 lire prelevando dalla Banca Agricola Italiana a quell’epoca con sede a Torino. Fu pure senior della M.V.S.N. aderì e collaborò attivamente al movimento fascista repubblichino.”

Sempre nel 1946 Marchetti compare su un elenco su un registro del Tribunale di Pisa, come collaborazionista. È l'ultima traccia su di lui che riuscii a reperire quando realizzai la ricerca. Una traccia niente affatto riabilitativa.

Cosa sia stato in seguito di lui non ci fu verso di sapere, né tuttora si può comprendere  come mai questo individuo venne d'improvviso emarginato dal regime. All'epoca della ricerca non lo scrissi esplicitamente, ma ipotizzai, non senza una certa romantica ingenuità, che il fascismo non apprezzasse il suo legame con una - allora - minorenne. Ora penso - ma ripeto, non si può che formulare ipotesi - che quegli assegni a vuoto per oltre 300.000 lire   abbiano ben maggiori probabilità di essere un buon motivo perché Marchetti venisse, con discrezione ma senza tanti complimenti, ostracizzato.

Ringrazio Adriano Gasparrini che, con la cortesia di sempre, mi ha fornito la foto d'apertura, in cui si vede il Principe Umberto a Vicchio insieme con Marchetti con fascia da Sindaco, e il ritratto del medesimo.
Le altre foto appartengono all'Archivio Fotografico del Comune di Vicchio.





mercoledì 14 febbraio 2018

L'Angelico che nacque presso Vicchio

Domenica 18 febbraio, presso la Casa di Giotto a Vespignano, alle 16, racconterò a chi vorrà esserci la vicenda artistica di Guido di Piero, ovvero Fra' Giovanni da Fiesole, insomma il Beato Angelico. Dopotutto, dal 1984 in questa data è celebrata la sua festa in quanto patrono universale degli artisti.

In post precedenti ho affrontato alcune questioni particolari che lo riguardano. Un esempio è il problema irrisolto del cognome. Ne ho scritto qui e qui.
Ma di problemi irrisolti sulla figura di Fra' Giovanni da Fiesole ce ne sono parecchi. Un altro  riguarda il luogo esatto di nascita, e so che, scrivendone, farò arrabbiare parecchi amici. Purtroppo la storia non concede deroghe.
E dunque diciamo subito che da un lato sì, sappiamo con certezza che Guido di Piero nacque nel Mugello presso Vicchio, dall'altro la località esatta è tuttora sconosciuta.
Molti documenti originali testimoniano l'origine mugellana dell'Angelico. Quello forse più importante fu esaminato  da Padre Stefano Orlandi, grande studioso dell'Artista, nel 1954 (Rivista d'Arte, vol. XXIX). Si tratta della Cronaca quadripartita di S.  Domenico di Fiesole redatta da Padre Giovanni Maria di ser Leonardo Tolosani nel 1516. È chiamata quadripartita perché Tolosani vi scrisse la storia del convento, l'elenco dei Priori, il Registro della vestizione religiosa dei frati e l'obituario. Nel Registro della vestizione compaiono, senza data,

Fr. Ioannes Petri de Mugello iuxta Vicium optimus pictor qui multas tabulas e parietes in diversis locis pinxit accepit habitum in hoc conventu (... spazio bianco) et sequenti anno fecit professionem. 
Fr. Benedictus Petri de Mugello iuxta Vichium germanus predicti fratris Ioannis qui et fuit scriptor optimus e multos libros scripsit et notavit pro cantu: accepit habitum clericorum (...spazio bianco) et sequenti anno fecit professionem. 

L'assenza di date ha causato problemi e discussioni. Ma questa è un'altra storia. Quello che ora c'interessa è l'indicazione relativa al Mugello presso Vicchio, inequivocabile. E infatti l'origine mugellana dell'Angelico non è mai stata messa in discussione.

Moriano
Naturalmente, sorge il quesito: ma presso Vicchio dove? Ancora Padre Orlandi, dieci anni più tardi, nella sua opera Beato Angelico - monografia storica della vita e delle opere con un'appendice di nuovi documenti inediti (Olschki 1964), tentò di dare una risposta. Formulò l'ipotesi che la località di nascita dell'Artista potesse essere la frazione di Moriano, nel popolo di S. Michele a Rupecanina. 
La traccia seguita dallo studioso, per sua stessa ammissione piuttosto labile, era costituita da due documenti, scrive Orlandi,

concernenti due prestiti fatti dal B. Angelico, a nome del convento di S. Domenico di Fiesole, a Martino di Giovanni da Moriano nel Mugello e ad Antonio, suo figlio, abitanti assieme in Firenze nel popolo di S. Reparata, o S. Maria del fiore, dove esercitavano l'arte di cofanai. 

I prestiti risalgono al 1433 e al 1436, ed erano curiosamente senza interessi. Il che fece ritenere che ciò potesse essere dovuto a una qualche parentela tra l'Angelico e i beneficiari. Ma Padre Orlandi non riuscì a rintracciare vincoli di sorta.  Nondimeno, scovò a Moriano la presenza di tale Antonio di Piero di Contadino, i cui terreni confinavano coi beni di Martino di Giovanni. Calcolò che il Piero padre di Antonio avrebbe potuto avere un'età adatta per essere verosimilmente anche quel Piero padre dell'Angelico. Antonio avrebbe potuto così esserne, se non fratello, fratellastro. Padre Orlandi ammise che si trattava solo di una congettura, mancante "del solido appoggio di un riferimento diretto"

Questa congettura venne a cadere con il ritrovamento, avvenuto a Cortona, di un documento datato 1438. Ne parlò per prima Diane Cole Ahl nel 1977:  è il testamento di Giovanni di Tommaso, mercante e probabile committente dell'angelichiano Trittico di Cortona. Il testamento fu stilato alla presenza, tra gli altri, di  fratre Johanne Pieri Gini de Mugello comitatus Florentie magistro picture.

Il Trittico di Cortona. Cortona, Museo Diocesano
Ecco dunque una ulteriore conferma dell'origine mugellana dell'Angelico. In più, però, per la prima e unica volta compare il nome di suo nonno: Gino. Non poteva dunque trattarsi del Piero di Contadino di cui parlava l'Orlandi. La evanescente traccia che conduceva a Moriano svaniva.
Il documento poteva, è vero, essere un ottimo nuovo punto di partenza per giungere non solo alla località, ma anche alla data di nascita dell'Angelico, altra questione annosa e irrisolta. Ma le indagini compiute da Diane negli archivi non hanno portato a nulla. Esisteva solo un Piero di Gino in San Bartolo in Farneto, ma che non aveva figli chiamati Guido, Benedetto o Checca (sorella dei due). Ulteriori ricerche, a quanto ne so, non ne sono state fatte. Siamo di nuovo punto e daccapo.

Rupecanina
Né può essere d'aiuto quanto mi era stato segnalato riguardo la chiesa di S. Michele a Rupecanina, che l'Angelico avrebbe dipinto sul Trittico di S. Pietro Martire. Spiace dirlo, ma innanzitutto va ricordato che la mentalità di oggi è completamente diversa da quella dei tempi di Fra' Giovanni, e allora a un artista non passava neanche per l'anticamera del cervello di rendere un nostalgico e commosso omaggio, dipingendoli, ai luoghi della propria infanzia o altre simili alzate d'ingegno.

Il Trittico di S. Pietro Martire. Firenze, Museo di S. Marco.
In secondo luogo, quella che si vede in uno degli spazi tra le guglie del Trittico è una chiesa solo un po' somigliante a quella di Rupecanina, per di più come è oggi. E ben difficilmente come poteva esserlo oltre seicento anni fa. Francesco Niccolai, nella sua Guida del Mugello e Val di Sieve (1914) non mostra di disporre di molti elementi in merito: 

Della chiesa, che non ha nessuna apparenza di vetustà, il documento più antico risale a un atto del 1333 in cui un Lapo di andrea di guccio pittore si offriva di risarcirne la canonica; ma doveva già esistere alla fine del secolo XII quando era cominciata già la prima giurisdizione vescovile del luogo. (...) Il disegno primitivo della Chiesa di cui non resterebbero oggi che delle eleganti mensoline del sec. XVI, rimase occultato dopo il rifacimento che ne operava un Lastrucci aprendovi tre archi e mal riducendola all'attuale forma di capanna.

Aldo Giovannini mi ha inviato un disegno che venne eseguito all'indomani del terremoto di Vicchio (29 giugno 1919). 

Non si può sapere a quando risalisse il grande campanile a vela che evidentemente dopo il sisma fu demolito. 

L'Angelico continua dunque a essere oggetto di ricerche, tuttora attive, a volte arenatesi, e discussioni anche accese, non solo sul piano storico documentario, ma anche e, direi, soprattutto sul piano artistico. Nei due post precedenti ve ne ho dato due esempi gemelli. Ma, se domenica 18 febbraio alle 16 venite alla Casa di Giotto a Vespignano, ve ne racconterò altri.

domenica 24 dicembre 2017

Buon Natale!


Quando gli uomini vivevano con la natura, nel tempo dell'anno che il Sole ritornava a salire nel cielo, sentivano di dover festeggiare il grande avvenimento adornando un abete nella foresta e, nella radura luminosa, con danze e canti si rallegravano nel cuore. 
Poi, dal Paese dove il mare non gelava mai, un giorno arrivarono alcuni uomini ad annunciare la grande novella: era nato Uno che portava la luce. La luce dentro di noi, non fuori di noi. Così per festeggiare quest'Uomo unirono la sua nascita alla festa del Sole.
(Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, Einaudi 1991)


lunedì 12 giugno 2017

Vicchio nel Secolo dei Lumi


Con il libro di Adriano Gasparrini e Alfredo Altieri La comunità di Vicchio nel Settecento (ed. Noferini 2017) siamo al secondo, e si spera non ultimo, capitolo della riscoperta & rivalutazione della figura e soprattutto dell'opera di Valentino Felice Mannucci.
Mannucci, nato nel 1702, non ebbe inizialmente una gran fortuna. Di famiglia nobile caduta in disgrazia, conobbe anche il carcere. Finché nel 1732 non sposò Barbara Bruschi, di una ricca famiglia livornese. La tranquillità economica che ne derivò gli consentì di darsi da fare su diversi fronti. Adempì agli obblighi tipici di una famiglia nobiliare. Nel 1743 fu nominato podestà a Vicchio, e nel 1745 a Castelfiorentino (sarebbe morto prematuramente due anni dopo). Su sostegno e insistenza dell'erudito Domenico Maria Manni, girò il Mugello annotando e scrivendo su tutto ciò che riteneva degno di nota, con grande meticolosità. Secondo la storica Rossella Tarchi si comportò da viaggiatore, consultatore, intervistatore. Il risultato fu (è) una sorta di guida anche più moderna della celebre e quasi coeva Descrizione della Provincia del Mugello (1748) di Giuseppe Maria Brocchi.
Alfredo Altieri rinvenne il suo manoscritto di ben 239 carte in uno scaffale della Biblioteca Medicea Laurenziana, e iniziò un paziente lavoro di trascrizione, che condusse alla pubblicazione, nel 2009, di Notizie del Borgo San Lorenzo in Mugello e suo territorio raccolte da Valentino Felice Mannucci nel 1742-1743 (Protagon Editori) relativo dunque al Borgo a S. Lorenzo, e arricchito dalle foto dello sterminato archivio di Aldo Giovannini.

Presentazione del libro a Vicchio: da sin. Altieri, Gasparrini, Roberto Izzo,
Carla Giuseppina Romby, Giovanna Del Gobbo

Chi ha letto il volume ricorda due particolarità: Uno, che le dimensioni di chiese, pievi, oratori, edifici in generale, non erano date in unità di misura, ma in capienza: quante anime possono contenere. Due, sono riportati in modo quasi maniacale i testi di tutte le lapidi incontrate dall'Autore. Poi magari il lettore le sorvola perché sono quasi tutte in latino, e tutte senza quasi pesantucce, ma gli fa piacere sapere di averle a disposizione.

Oggi esce il libro con la parte delle notizie di Mannucci dedicate a Vicchio. Si ritrovano anche qui le particolarità ora citate. Il testo è scritto in un italiano tutto sommato abbastanza scorrevole, considerando l'epoca a cui risale. Tuttavia, lavorando insieme con una intesa e una sinergia non comuni, i miei amici Alfredo Altieri e Adriano Gasparrini hanno integrato nella pubblicazione una quantità di altre notizie storiche sul '700 vicchiese, concependo così la guida di Mannucci come elemento centrale di un'opera su Vicchio che, se non raggiunge la completezza, ci si avvicina per davvero: La Comunità di Vicchio nel Settecento sbalordisce per la ricchezza di informazioni, al punto di risultare quasi un testo universitario. Roba elitaria, da studiosi? Pesante tomo accademico? Neanche per sogno. Ecco cosa si legge tra l'altro nella presentazione redatta dal Sindaco di Vicchio Roberto Izzo e dall'Assessore alla Cultura Carlotta Tai: "Se alcune parti del libro saranno apprezzate solo dai lettori specializzati, non mancano però dettagli curiosi e divertenti che lo rendono godibile a tutti, tanto più che è stato arricchito con illustrazioni, disegni, carte e cabrei di notevole valore, parte dei quali riprodotti per la prima volta."

Presentazione del libro in S. Omobono a Borgo S. Lorenzo.
Da sin. Aldo Giovannini, Rossella Tarchi, Filippo Bellandi, Gasparrini, Altieri

Mi azzardo così a raccomandare questo libro a chi, abitando nel Mugello e non solo a Vicchio, abbia in famiglia un ragazzo in età scolare, dalle medie in su. Non necessariamente perché lo legga dall'inizio alla fine (non è un romanzo), ma perché lo consulti, volta a volta. Per saperne di più sulla terra dove è nato e/o dove vive, in particolare come era nel secolo dei lumi. La curiosità farà il resto. Il libro è in grado di risvegliarla.
E un ulteriore auspicio: che Altieri e Gasparrini completino l'opera di trascrizione del ponderoso manoscritto di Mannucci con le parti dedicate a Dicomano e San Godenzo.


giovedì 29 dicembre 2016

E come vide Siena in Montaperti,


nel prendere le palle siamo esperti! Lo cantava Riccardo Marasco in Palle in costume (1990). Si torna a parlare di Montaperti grazie a un libro appena pubblicato dal mio amico Fabrizio Scheggi. S'intitola Il Mugello nel libro di Montaperti. 
Probabilmente la storia la conoscete. Tra le conseguenze della battaglia che il 4 settembre 1260 oppose fiorentini e senesi con la vittoria totale di questi ultimi, ci fu il sequestro come preda di guerra di un corposo fascicolo di fogli pieni di nomi e numeri. Fascicolo di cui per secoli non si comprese il valore. Dopo essere rimasto a Siena per 300 anni, tornò a Firenze nel 1570. Solo nella seconda metà dell'800 lo storico e archivista Cesare Paoli,  cui tutti dovremmo essere grati, lo esaminò, ricompose, riordinò, fino a trascriverlo e farlo stampare dal Gabinetto Viesseux nel 1889. Oggi è scaricabile su Internet e ha avuto una ristampa anastatica nel 2004.
Il Libro di Montaperti non è un volume poetico. È quanto di più prosaico si possa immaginare. È una serie di registri. Elenchi su elenchi, nomi, luoghi. E poi leggi, emanazioni, regolamenti. Ma è anche quasi un elenco telefonico di Firenze & Contado anno 1260, con in omaggio i modelli Unico, 740 e/o 730 di tutti i suoi abitanti, già compilati. Renato Stopani ne analizzò alcune parti in Il contado fiorentino nella seconda metà del dugento (Salimbeni 1979). Scrive Stopani:

Il Libro di Montaperti (...) consta di vari registri, quaderni e carte che servirono ai diversi uffici militari e amministrativi dell'esercito fiorentino nel 1260, in occasione della guerra contro Siena. (...) Alcune parti del libro riguardano in particolare i popoli ed i comuni del contado e costituiscono un documento prezioso, non solo per la determinazione topografica, politica ed ecclesiastica del territorio fiorentino, ma anche per una valutazione comparativa del potenziale economico dei vari popoli. Specialmente due registri ci permettono di delineare l'amministrazione del contado nell'anno 1260: si tratta di una lista che enumera i nomi dei fornitori di pane all'esercito fiorentino, e di un altro elenco nel quale sono registrate le parrocchie rurali e le quantità di grano che ciascuna di esse doveva fornire per l'approvvigionamento di Montalcino assediata dai senesi.

L'analisi che oggi compie Fabrizio Scheggi è diversa da quella compiuta da Stopani (per chiarire: non si fanno concorrenza, peraltro a trentasette anni di distanza), ed è concentrata sulla regione mugellana. Non c'è da sorprendersene: Fabrizio è nato sulla Bolognese, ha abitato per 15 anni a Pietramala (Firenzuola) e adesso vive a S. Maria a Vezzano (Vicchio). La sua mamma nacque a Ripafratta (Le Ville, Borgo S. Lorenzo), il babbo a Marzano, sopra Grezzano (sempre Borgo S. Lorenzo). Suo figlio lavora a S. Piero a Sieve; uno zio, oggi felicemente in pensione, ha fatto per anni il guardiacaccia presso Villa Le Maschere (Barberino).

Fabrizio Scheggi
Appassionato da sempre di storia del Mugello a tutti i livelli, ha già pubblicato diversi libri, tra cui spicca il bel romanzo biografico (o biografia romanzata?) La panacea nella pigola (Noferini 2011). Per la realizzazione del Mugello nel libro di Montaperti è stato necessario un lungo lavoro, i cui risultati sono non di rado sorprendenti ed inediti. Non voglio ovviamente anticipare il piacere della lettura, anche se non è un giallo, ma mi limito a sottolineare un esempio tra i non pochi che ho trovato degni di nota. Fabrizio ha fatto emergere dall'esame (oculato) del testo originale la presenza di roccaforti che andavano a formare una sorta di cintura alla base degli Appennini, da Barberino a Vicchio (che non c'era ancora). Ma diverse di queste postazioni sono state del tutto cancellate, probabilmente non da assalti nemici, bensì da un inarrestabile oblio. Fabrizio ha faticato non poco per riuscire a localizzarle. I loro nomi non compaiono, non solo su testi sacri come il Dizionario geografico storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato dal 1833 in poi, ma neanche su testi recenti come il minuziosissimo Forme e strutture del popolamento nel contado fiorentino di Paolo Pirillo (Olschki 2008). Un buon esempio è Capaccio, a nordovest di Vicchio. Nel 1260 doveva costituire una postazione fortificata di importanza strategica non indifferente. Il toponimo è miracolosamente sopravvissuto, ma adesso sta a indicare un unico casolare su un'altura.

La località Capaccio
Ciò che ne consegue è la constatazione del destino imprevedibile subìto nel corso del tempo da luoghi, località, agglomerati, interi paesi. Castelli imponenti, ben presidiati e forse inespugnabili dalle truppe nemiche, furono poi espugnati da una sopraggiunta incuria, causata  da chissà quali cambi di strategie, o da disinteresse, o da mancanza di soldi. Seppelliti. Dimenticati. Laddove gruppi di due o tre case venivano a espandersi per formare comuni(tà) che, quale più quale meno, crescevano sempre più di dimensioni e di rilevanza economica, sociale, strategica. Fino ad oggi? Dipende. Se un'epidemia o una scorribanda o una carestia ne falcidiava gli abitanti, o se a breve distanza veniva fondata una terranova, costruito un ponte, deviata la strada, tutto era rimesso in discussione. Fabrizio elenca a un certo punto tutte le località mugellane rammentate nell'Archivio viatorio, in stretto ordine alfabetico. Hai voglia a essere un grande conoscitore di storia locale. La maggior parte di questi nomi risultano del tutto sconosciuti. Dov'era Rascio? Dov'era Saletta? E Carmignano (non c'entra con il comune pratese)?
Buona lettura. Il Mugello nel libro di Montaperti è al momento disponibile nelle librerie mugellane, e presto - mi si assicura - potrà essere ordinato sul web. Chiedete di più al mio amico Francesco Noferini

mercoledì 26 ottobre 2016

Quel mozzicone di torre cilindrica a Vespignano

Il terremoto che il 29 giugno 1919 squassò il Mugello, di magnitudo 6.2 e con epicentro a S. Cassiano in Padule, non risparmiò una costruzione unica nella provincia fiorentina. La torre di Vespignano è (stato) l'unico esempio di edificio cilindrico, insieme con la Torre della Pagliazza, situata nel cuore di Firenze in Piazza S. Elisabetta. Secondo Enio Pecchioni, "L’origine della torre [della Pagliazza] è questa: come abbiamo visto sotto la pressione dei Bizantini i Goti rimasti in difesa di Firenze tirarono su una ridottissima cerchia muraria. Cacciati i Goti, a sua volta i Bizantini dopo aver abbandonato il campo militare situato presso Piazza Donatello si barricarono dentro Firenze per reggere l’assedio di Totila. Fu in quegli anni, intorno al 540-542, che la torre della Pagliazza fu edificata con la parte rotondeggiante verso l’esterno della fortificazione."
Riguardo la torre di Vespignano, non esiste documentazione in grado di aiutarci a stabilire la data di costruzione. Si può ipotizzare che sia coeva a quella della torre fiorentina? Probabile, anche se non certo. I primi documenti su Vespignano sono di parecchio posteriori, ancorché altrettanto antichi: salvo errori, si parla del castello de Vispignano per la prima volta in un documento del 1050 citato sul Bullettone.
Vespignano fu dunque un castelletto medievale, le cui mura già nel '700 non esistevano più. Se ne può intuire il tracciato in una visione dall'alto
In seguito, Vespignano fu uno dei tanti piccoli comuni del contado fiorentino. Uno dei più importanti. I suoi abitanti se la passavano tutto sommato abbastanza bene. Nel 1260, il loro contributo al finanziamento della battaglia di Montaperti (sul cui esito stendiamo un velo pietoso), che doveva essere proporzionato alle disponibilità di ciascun popolo, fu di 36 staia di grano (uno staio era uguale a 24.363 litri). Per fornire qualche termine di confronto, S. Piero a Sieve aveva fornito 18 staia, Molezzano (anch'esso all'epoca castello) 20, Scopeto 4. 
Ma la fine del comune era imminente. Due date la sancirono: nel 1295 fu costruito il Ponte di Montesassi, l'odierno Ponte a Vicchio. Nel 1324 fu fondata la terra nuova di Vicchio. La viabilità cambiò del tutto. Vespignano ne fu tagliata fuori e andò incontro a una rapida e inesorabile decadenza.
Archivio Aldo Giovannini
Scarperia, tagliata anch'essa fuori dalla via di comunicazione più importante tra Firenze e di là dagli Appennini dopo la costruzione della strada della Futa (1759), venne a perdere la supremazia civile, amministrativa e giuridica sul Mugello a vantaggio di Borgo S. Lorenzo. Ma rimase un paese vivo e attivo. Vespignano come centro abitato scomparve del tutto. Le sue terre fertili e produttive furono sempre ambite dai ricchi proprietari, ma ancora oggi è un nucleo di poche case. La torre cilindrica, ad ogni modo, aveva ben resistito agli affronti del tempo e, nelle foto e nelle cartoline precedenti il 1919, la vediamo svettare alta - a dire il vero un po' obesa - con in cima i suoi colombaiotti. Ma il terremoto del 29 giugno non fece sconti a  nulla e a nessuno. Non alla torre, non alla prospiciente Casa di Giotto, non alla Chiesa di S. Martino, il cui campanile fu necessario demolire. Se in seguito si volle adattare a torre campanaria la torre posteriore alla chiesa - sul piano estetico una soluzione da codice penale -, a quasi un secolo di distanza dal sisma nulla è stato fatto per ritirare su un unicum nell'architettura fiorentina.