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mercoledì 17 aprile 2019

Due chiese, due epoche


La chiesa di S. Ilario a Colombaia è documentata dal 1072, quella di S. Leone Magno fu costruita nel 1972. Una distanza di novecento anni nel tempo e di neanche un chilometro nello spazio, per due chiese situate sulla destra di Via Senese, dalle due parti dello scollinamento.

Raggiungere in bicicletta S. Ilario sarà pure impegnativo - ma non più di tanto -, però mi consente di transitare per la via omonima: una di quelle numerose, sconosciute viuzze che contribuiscono in modo determinante a dare a Firenze la patente di città unica al mondo.Il lungo muretto a secco da cui si affacciano rampicanti e chiome di alberi dalle foglie festosamente primaverili, è punteggiato anche dai sette tabernacoli che vi furono collocati nel 1934, e che contraddistinguono la via matris, ovvero i sette dolori della Beata Vergine, com'è annunciato dalla lapide posta all'inizio della via. L'ultimo è sotto il portico della chiesa.
Ma la chiesa è irrimediabilmente chiusa, e ci si rimane davvero male dopo la salita. Al numero della parrocchia che mi ero annotato risponde una segreteria telefonica. Un peccato, perché speravo di vedere e fotografare l'affresco sulla parete di sinistra e il crocifisso ligneo nell'oratorio. Il primo, leggo sulla guida al quartiere n. 3 compilata nel 2005 da Bettino Gerini, è attribuito ad Ambrogio di Baldese (1342-1429). Di questo artista mi ricordavo perché nel 1417 fu incaricato di affrescare la cappella Gherardini (oggi perduta) nella chiesa di S. Stefano al Ponte. Avrebbe dovuto dipingere anche la tavola centrale, ma poi, e non se ne sa il motivo preciso, si preferì ingaggiare un giovane artista: un Guido di Piero non ancora divenuto frate domenicano. Il futuro Fra Giovanni Angelico.
Quanto al Crocifisso, Gerini nel citarlo scrive uno svarione: "un Crocifisso ligneo cinquecentesco, detto dei Bianchi, lasciato nel 1400 [!] a Firenze da alcuni pellegrini, colpiti dalla peste". Da altre fonti ricostruisco che si tratta di tedeschi di una Compagnia dei Bianchi i quali, giunti in città nel 1399 in occasione del giubileo, furono sorpresi e massacrati dalla peste, sicché il Crocifisso rimase nella chiesa. Questa storia non mi suonava punto nuova, e la rilettura del saggio di Marco Pinelli L'Oratorio del SS. Crocifiso dei Miracoli (2000) mi ha confermato che non mi sbagliavo: non solo si ripete quasi parola per parola riguardo al SS. Crocifisso di Borgo San Lorenzo, ma sembra essersi ripetuta più volte e in più luoghi a Firenze. Scrive Pinelli:

È il caso della Compagnia di Sant'Agostino, detta del Crocifisso dei Bianchi, fondata proprio nel 1399, e con sede nei pressi della chiesa di S. Spirito, di quella del crocifisso dei Bianchi, che si riuniva nella chiesa di S. Pietro del Murrone in via S. Gallo e soprattutto quella del SS. Sacramento di S. Lucia sul Prato, le  cui vicende  appaiono in tutto simili a quelle della Compagnia del Corpus Domini.

E non cita S. Ilario. Ad andare su Google si scopre che ce n'è ancora altri, e non solo a Firenze. Insomma, un crocifisso ligneo, lasciato da dei tedeschi della compagnia dei Bianchi morti di peste nel 1399, non si nega a nessuno. Bene. Chissà se sarò in grado di scrivere un post in merito.

Tornando alla nostra chiesa chiusa, si chiamava anche S. Ilario alla Fonte, perché vicina a una fontana pubblica sulla strada regia, ovvero sull'odierna via Senese. Documentata, abbiamo detto, fin dal 1072, aveva nel suo ampio circuito parrocchiale ben cinque conventi. Di due non resta traccia, dopo la loro distruzione avvenuta nel 1529 per far terra bruciata alle truppe che assediavano Firenze. Uno era quello di S. Maria a Monticelli, e ne ho accennato anche in questo post. L'altro era S. Donato a Scopeto, che per la verità una traccia l'ha lasciata. Furono i suoi frati a commissionare a Leonardo da Vinci una pala, quell'Adorazione dei Magi che l'inaffidabile genio lasciò incompiuta per partirsene alla volta di Milano nel 1482. 
Anche S. Caterina al Monte non c'è più. S. Girolamo delle Campora c'è, ma oggi è una villa, e non si può visitare. L'avevo letto, ma voglio ugualmente arrivarci, per il gusto di pedalare su un'altra delle strad(in)e più belle di Firenze: via delle Campora, entro cui via S. Ilario sbocca. Pazienza per la salita. È una fatica ripagata dallo splendore silenzioso della primavera che sembra sporgersi dai muretti a secco come dagli slarghi che annunciano cancelli verso ville facoltose.


Racconta Emanuele Repetti che a questo monastero Giovanni Boccaccio, nel testamento, fece dono di tutte le reliquie sacre che 'in tanto tempo e con gran lavoro procurò di avere da diverse parti del mondo'. "Il qual documento" commenta Repetti "giova a provare la rettitudine de' principi religiosi di chi avvertiva i troppo facili credenti con la novella di Ra Cipolla."

San Gaggio

Constatata l'impossibilità di fare foto all'ex monastero o quel che ne resta, oltre un ingresso che ne protegge anche la visuale, torno indietro con la bicicletta a mano perché la strada è in gran parte a senso unico, e alla fine risbocco in via Senese. Altra erta, al culmine della quale si erge il quinto monastero del territorio: quello di San Gaggio, che dà il nome alla zona. E che non versa in condizioni eccellenti.


Ora, finalmente, la strada è tutta in discesa, fino alla traversa intitolata alla Beata Angela, che mi conduce all'ampio piazzale antistante la chiesa e il convento di San Leone Magno. Nulla da dire: siamo in un'altra epoca. Il fascino delle stradine tra muretti a secco lascia il posto a una sensazione di vastità, di spazio, di respiro. Evitiamo paragoni. È un altro tipo di bellezza. Nei confronti delle chiese moderne non si devono avere pregiudizi, né in un senso né nell'altro. Ci sono chiese antiche orrende, e chiese moderne bellissime. Questa mi piace, a parte il rosso mattone del marciapiede e della scalinata, troppo forte in confronto a quello della costruzione.


L'interno mi piace ancora di più. La sensazione è di entrare in un anfiteatro. Le panche accoglienti a frammenti di semicerchio sembrano avvolgere senza soffocare. La luce è soffusa, ma i colori delle vetrate distribuite lungo l'abside rendono l'atmosfera festosa, seppure devota. La conformazione a conchiglia dell'edificio si deve all'Ingegner Luigi Lucherini. 


La chiesa è stata costruita nel 1972 in posizione arretrata, scrive Gerini, rispetto a quella preesistente, nata come cappella nel 1880, poi ampliata, consacrata nel 1891 e divenuta parrocchia nel 1937. Ma nel 1964 gli smottamenti del terreno ne compromisero la stabilità e non si poté che demolirla. Ho cercato invano su internet delle fotografie del vecchio fabbricato. Possibile che non ve ne siano? Sì, possibile. Me lo conferma Romano, un signore dal sorriso sereno che mi accoglie calorosamente in sacrestia. Neanche lui è riuscito a trovarne. Però mi mostra due quadretti, e mi autorizza a fotografarli, che raffigurano l'esterno e l'interno della vecchia chiesa. L'autore è anonimo, ma le immagini, mi assicura, sono abbastanza precise. In effetti, su La chiesa fiorentina (1993) si legge: 

A tre navate, di stile romanico, corredata di un grazioso campanile dello stesso carattere, la chiesa fu progettata dall'arch. Salvatore Pirisini e dedicata a S. Leone Magno in omaggio al regnante Pontefice Leone XIII. La località scelta per la costruzione della chiesa, alla confluenza dei confini delle parrocchie di S. Ilario a Colombaia, S. Lucia al Galluzzo e S. Felice a Ema tutte assai distanti, si rivelò indovinata quando la popolazione della zona andò aumentando.




mercoledì 12 dicembre 2018

I segreti di Giotto, ma anche no



"L'autoritratto di Giotto in Esaù respinto da Isacco" titola un articolo pubblicato dall'ANSA il 10 novembre. La notizia riguarda il celebre affresco (foto d'apertura) situato nella parte alta della Basilica superiore di Assisi, è ripresa dal Giornale dell'Arte e mi è stata inviata dall'amico Mauro Baroncini. La sedicente straordinaria scoperta che, diciamolo subito, fa acqua da tutte le parti, si deve a uno studioso di cui mi ero già occupato anni fa: Luciano Buso. Questi detiene un sito, www.lucianobuso.it, peraltro totalmente autoreferenziale, e afferma da anni di avere scoperto una tecnica di scrittura criptata, invisibile e/o mimetizzata, all'interno di una quantità di dipinti delle epoche e degli stili più disparati. Afferma Buso nello stesso comunicato: 


Leonardo firmò la Gioconda nascondendo nel ritratto più enigmatico della storia l'iniziale del suo nome nonché la data di composizione del dipinto, il 1501, e addirittura l'intera scritta 'Gioconda'. Ma non fu il solo. Lo stesso usavano fare in quel secolo Giorgione e Raffaello. E quasi duecento anni prima anche Giotto riempiva i suoi affreschi di scritte celate, iniziali, cifre. Il segreto? Una tecnica di scrittura nascosta nata come sorta di incancellabile autentica delle opere e tramandata di bottega in bottega, forse come protezione dai falsi, per oltre 700 anni, tanto che la conoscevano e la praticavano persino Klimt e Picasso.

Il Polittico Baroncelli in S. Croce a Firenze
Veramente le contraffazioni, artistiche e non, come oggi le concepiamo sono fenomeno relativamente recente. Come abbiano fatto poi i pittori a trasmettersi questo segreto senza che per 700 anni nessun non addetto ai lavori ne sia mai venuto a conoscenza prima di lui e tranne lui, Buso non lo spiega. Ma sorvoliamo su questo particolare. Buso non è nuovo ad annunci che riguardano uno degli affreschi più controversi della storia della pittura. Già nel 2008-9, sempre in Esaù respinto da Isacco, riteneva di scorgere “in basso al centro, dove il lenzuolo rosso che avvolge le gambe di Gesù si raggruma sotto il sedere, un volto, una faccia che spunta dalle pieghe; il volto ha lo sguardo serio, è schiacciato dal corpo di Gesù e pare voler uscire dalle pieghe che lo imprigionano, allusione forse questa al male che viene imprigionato e schiacciato dalla forza del bene! Personalmente penso sia proprio questo il messaggio esoterico che Giotto ha voluto tramandarci.” Buso scambiò allora Isacco per Gesù, ma anche questi sono evidentemente dettagli secondari. Però ammettiamolo: per scorgere il volto di cui parla Buso nell’affresco in questione, ci vuole veramente parecchia fantasia.
Stimmate di S. Francesco
Parigi, Louvre

Nel giugno 2011, un flash ANSA così diceva: "Non l'autentico sudario del Cristo e nemmeno l'opera di Leonardo, come qualcuno ha azzardato. Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, perfettamente in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta. A sostenerlo è uno studioso veneto, Luciano Buso". 
Su questa pagina del sito dell'Unione Cristiani Cattolici Razionali è riportata un'ampia sintesi delle confutazioni, più o meno sarcastiche, di questa teoria, e in più si ribadisce che Buso "ci aveva provato qualche tempo fa anche con la “Gioconda” di Leonardo Da Vinci, sostenendo di aver trovato negli occhi della donna numeri e lettere, legati alla tradizione ebraico-cabalistica, quella cristiana e quella dei templari, quella magica e quella naturalistica (cfr. Italiamagazine 3/2/11), ricevendo ovviamente risposte ironiche dai grandi esperti dell’arte e di Leonardo."

Il 10 novembre 2018, alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, Buso ha tenuto il convegno dal titolo "Giotto si rivela", durante il quale ha rivelato - appunto - il risultato dei suoi studi, eseguiti su foto ad alta risoluzione (!!!) dell'affresco. Copio dal suo sito. 


“Quanto ora emerso nell’affresco di Assisi – sostiene Buso – fa risultare inesatta l’attribuzione sinora suggerita al Maestro di Isacco perché svilisce l’opera del grande Giotto, padre assoluto della pittura moderna. Essa ci ha rivelato anche i suoi contenuti segreti e sottolineato la straordinaria qualità, la complessità dell’impianto e le sue meravigliose cromie. Fu quindi certamente Giotto di Bondone a firmare l’affresco nel 1315 e lo fece celando ovunque le sue firme ‘Giottvs B’, ‘Giottvs IV aprilis 1315’ e ‘GB’. Una di esse pare essere la firma ufficiale in quanto apposta a forma di semi lunetta in basso al centro, appena sopra la grande decorazione floreale, firma oggi sgranata e in parte consunta ma ancora leggibile. Oltre le molteplici firme segrete sono emerse le date ‘1315’ e ’15’ le quali stabiliscono in modo sicuro la corretta datazione dell’opera che non fu dipinta nel 1291-1295, ma quasi venticinque anni dopo.


Il Polittico di Bologna

L'affresco poi risulterebbe brulicare di figure aliene che nessuno, in oltre 700 anni, aveva notato. Così la nota ANSA: 


Quanto a queste altre figure ritrovate, scrive Buso, "alcune rappresentano volti demoniaci con addirittura il corno, altre paiono rappresentare un re e una regina dell'epoca".

Ma non solo. Perché tra le tante figure "aliene", sostiene Buso, c'è un volto che sembra proprio essere un autoritratto di Giotto. "Si trova in alto a sinistra, proprio sopra la tenda con la fascia azzurra", dice, vicino alla grande data '15'. "Il volto reca a cappello la data e questo mi ha indotto a pensare che esso rappresenti qualcuno di importante, ritenuto dall'artista trecentesco degno di attenzione". Quel volto, sottolinea, sembra riportare "una certa somiglianza" con un ritratto di Giotto eseguito nel XVI secolo.

Un volto, dunque, criptato (a che scopo?), che dev'essere l'autoritratto perché somiglia a un ritratto di Giotto eseguito duecento anni dopo la sua morte. Sarà. Ma andiamo avanti.
Di Giotto abbiamo tre opere firmate: le Stigmate di San Francesco, firmato OPUS JOCTI FLORENTINI, il Polittico Baroncelli, firmato OPUS MAGISTRI JOCTI) e il Polittico di Bologna firmato OP[US] MAGISTRI IOCTI D[E] FLOR[ENTI]A. Nessuno dei tre è firmato Giottvs, tanto meno Giottvs B (Bondone?).

La Croce dipinta in Santa Maria Novella a Firenze

Quanto alla datazione al 1315 (lo stesso anno in cui Giotto avrebbe fatto pure la Sindone), si aggiudica la palma dell'impossibilità assoluta, dato che sconquasserebbe tutte le conoscenze storiche e documentali dell'intera vicenda non solo relativa alla Basilica Superiore di Assisi, ma in un certo senso all'intera storia dell'arte. Nel 1315 la Cappella degli Scrovegni era già stata ultimata da tempo, la Madonna di Ognissanti lasciava senza fiato chiunque entrasse nella Chiesa omonima a Firenze e, grazie a Giotto, la pittura era stata mutata dal greco al latino, per usare le parole di Cennino Cennini. Di questa mutazione, Isacco respinge Esaù fu il capostipite.
Luciano Bellosi, nel 2007, citò una fonte scoperta di recente, un trattatello del 1310, scritto dai frati francescani conventuali, in cui si dichiarava che la Basilica di Assisi era stata fatta affrescare da Papa Niccolò IV, il quale regnò dal 1288 al 1292. Scrive Bellosi: 

Giotto dovette incominciare a lavorare ad Assisi intorno al 1290. Le arti della decorazione della Basilica superiore dovute a lui e alla sua bottega si distinguono nettamente da quelle precedenti non solo per caratteristiche personali, ma perché rappresentano un ordine di idee completamente nuovo. Le prime figurazioni eseguite dal grande pittore fiorentino sono le due Storie di Isacco (Isacco che benedice Giacobbe e Isacco che respinge Esaù) dove la casa del patriarca è un vano architettonico dalle articolazioni sottili, ma robuste e razionali, che creano uno spazio chiaramente delimitato e ricco di punti di riferimento per visualizzare ciò che sta davanti e ciò che sta dietro. 

La Madonnina di Borgo San Lorenzo
Non è vero infine che, come afferma Buso, "l’attribuzione dell’affresco è stata elusa per lungo tempo a causa delle incertezze accademiche, oggi superate con l’avvento della nuova scienza, del nuovo metodo d’indagine, dei nuovi studi." Al contrario, l'attribuzione dell'affresco è stata un vero terreno di battaglia tra storici dell'arte, che si sono combattuti a lungo anche aspramente. Si erano fatti i nomi, oltre che del Maestro d'Isacco inventato ad hoc, del romano Pietro Cavallini, di Gaddo Gaddi, di Arnolfo di Cambio, e naturalmente di un giovane ma prorompente Giotto. Oggi si assegna quasi unanimemente a quest'ultimo, senza bisogno di incursioni criptico esoteriche. In particolare dopo il restauro della Madonnina di Borgo San Lorenzo (1985 circa), le cui affinità con l'affresco di Assisi sono risultate sbalorditive. Scrive Angelo Tartuferi (2007):

L'identificazione del cosiddetto Maestro di Isacco con Giotto appare pressoché certa alla luce della sorprendente affinità che lega queste pitture murali alle opere su tavola che la critica riconosce come i più antichi esemplari autografi del maestro fiorentino a noi pervenuti: il frammento di una grande Maestà conservato nella pieve di Borgo San Lorenzo, nel cuore del Mugello, luogo d'origine della famiglia di Giotto, e la grande Croce dipinta della basilica di Santa Maria Novella a Firenze. 








giovedì 20 settembre 2018

Incunaboli fiorentini


La stamperia del convento di S. Jacopo a Ripoli, in via della Scala a Firenze, durò solo dal 1476 al 1485, ma ebbe il merito indiscusso di portare a Firenze, diremmo oggi su scala industriale, l'invenzione di Johannes Gutenberg.

La fatidica Bibbia a 42 linee (foto d'apertura, da Rai Storia), oggi visibile on line per esempio qui, uscì il 23 febbraio 1455 e fu, più che un punto di svolta, il punto di svolta per la cultura universale. "Ci sono voluti tre anni per completare la stampa di 180 copie della Bibbia. Il tempo che un amanuense avrebbe impiegato per portarne a termine una", si legge su questa bella pagina in cui, con grande abilità di sintesi, sono spiegati i precedenti e le conseguenze di questa data. E si aggiunge: "La nuova tecnica si diffonderà in poco tempo in tutta Europa: in 50 anni verranno stampati 30.000 titoli diversi per una tiratura complessiva superiore ai 12 milioni di copie. I libri stampati fino al 1500 verranno in seguito chiamati “incunaboli”.

Cesare Cantù, nella sua Storia della letteratura italiana (Firenze 1865), premette:

Pare condizione vitale della società che le scoperte vengano appunto quand'essa ne ha bisogno per ispingersi con nuovo slancio. Allora dunque che l'amore per la letteratura classica volgeva a cercar con passione e riprodurre gli esemplari, e che le grandi controversie dei re e della Chiesa faceano moltiplicare scritture, comparve l'arte più efficace fra le moderne, la stampa. 

E più avanti:

Presto quell'arte giunse in Italia, e del 1465 abbiamo l'edizione di Lattanzio a Subiaco per Corrado Schweinheim e Arnoldo Pannatz, coll'assistenza di Giovanni Andrea Bussi di Vigevano, poi vescovo d'Aleria: ma dicesi preceduta da un Donato. In Roma al 70 eran uscite almeno ventitré stampe di antichi. (...) Fino al 1500 s'erano stampate a Parigi settecencinquantun'opere; in Italia quattromila novecentottantasette, di cui a Firenze trecento, a Bologna dugennovantotto, a Milano secenventinove, a Roma novecenventicinque, a Venezia duemila ottocentrentacinque; e altre cinquanta città aveano stamperie. Anche borgate vollero averne, come Sant'Orso presso Schio, Polliano nel Veronese, Pieve di Sacco nel Padovano, Nonantola e Scandiano nel Modenese, Ripoli presso Firenze.

L'ex Convento di S. Jacopo a Ripoli, via della Scala, Firenze

Peccato che, proprio in fondo, Cantù faccia uno scivolone, ritenendo evidentemente che la stamperia di S. Jacopo a Ripoli fosse sorta per l'appunto a Ripoli, sulla Aretina, alla periferia est di Firenze. Mentre, come abbiamo visto, si trovava ben entro le mura cittadine, in via della Scala. Aveva mantenuto il nome di quello che è considerato il più antico monastero domenicano femminile in Toscana. All'inizio del 1200 un mercante dal nome scioglilingua, Diomicitidiede di Buonagiunta del Mercatante, edificò a Ripoli e intitolò a S. Jacopo un romitorio che ospitò nel 1221 i primi frati domenicani, in seguito dei padri francescani e, dopo il trasferimento di questi ultimi in città, fu promosso monastero di monache verso il 1229 (secondo certe fonti il 1250). La distanza da Firenze, l'isolamento del posto e probabilmente i disaccordi tra le occupanti, portarono a un trasferimento entro le mura. Le monache trovarono inizialmente ospitalità in casa dei Cerchi, dopodiché una parte di esse andò nel convento di S. Domenico del Maglio, mentre l'altra si stabilì in via della Scala. Si era intorno al 1300.

Le monache del Convento non tardarono ad acquisire la fama di abili miniaturiste. Un esempio citato da Fineschi (che reincontreremo tra breve) è il manoscritto de Lo Specchio di Croce, opera di Frate Domenico Cavalca (1270-1342), copiato e miniato da Suor Angelica monaca di Ripoli in data 1460. Nel 1474 Frate Domenico da Pistoia e Frate Piero di Salvatore da Pisa furono assegnati al Monastero in quanto provveditori. Avendo appreso, non si è riusciti a sapere dove e quando, l'arte della stampa, installarono in una stanza attigua ai locali del Monastero una tipografia, che iniziò l'attività nel 1477.

La produzione della stamperia Apud Sanctum Jacobum de Ripoli venne completamente dimenticata per trecento anni. Ciò è in parte spiegato - ma non giustificato - dal fatto che il primo testo a stampa prodotto a Firenze fu opera di Domenico Cennini (1415-1498), orafo. Questi, nel 1472, con notevole dispendio di energie fisiche ed economiche, produsse insieme con il figlio Piero i Commentaria in Vergilium di Mauro Servio Onorato. Rimase la sua sola opera stampata, ma il primato oscurò l'attività di gran lunga più intensa della stamperia di Ripoli. Nel 1722 Padre Pellegrino Orlandi scrisse Origine e progressi della stampa o sia dell'arte impressoria e notizie dell'opere stampate dall'anno 1457 sino all'anno 1500. Giunto a parlare di Fiorenza, dopo un ponderoso omaggio a Cennini, nominò sì i Frati Domenico e Pietro, ma citando quattro sole pubblicazioni della stamperia di Ripoli, "le quali non poco mi hanno incomodato nel ricercare qual luogo egli sia, e quali fussero gl'impressori vicino ad esso". Domenico Maria Manni, nel 1761, tenne una conferenza Della prima promulgazione de' libri in Firenze, in cui lodò Cennini e non fece alcun cenno alla stamperia di Ripoli. Non vi fece alcun cenno neanche il Richa, parlando del convento di S. Jacopo a Ripoli nelle Notizie istoriche delle chiese fiorentine (1756).

Nel 1781, Padre Vincenzio Fineschi, archivista di Santa Maria Novella, dette alle stampe le sue Notizie storiche sopra la stamperia di Ripoli. Aveva ritrovato quasi per caso un libriccino di  130 pagine: il libro delle spese della stamperia. Da qui poté ricostruirne la storia. 

I quattro titoli citati dall'Orlandi erano la Vita di S. Caterina, l'Etica di Aristotele commentata da Donato Acciaioli, gli Argonauti di Valerio Flacco e il Libro degli Imperatori e Pontefici di Francesco Petrarca. Ma nell'arco di meno di dieci anni, Apud Sanctorum Jacobum de Ripoli, di titoli, dal 1476 al 1483 ne pubblicò almeno dieci volte tanto: Fineschi ne elenca quaranta. A cui vanno aggiunte "le Immagini principalmente quelle della Madonna del Rosario e di S. Margherita Verg. e Mart." che si tiravano a impronta di legno. Scrive Fineschi:

La prima Partita è sotto il dì 14 di Novembre dell'anno 1476. dalla quale si raccoglie il primo libretto ivi stampato, e che già era principiata la Stamperia da qualche mese; perché nel suddetto giorno furono portate a vendersi alla Bottega di Domenico Cartolaio numero 400 Grammatiche di Donato; lo che è stato ignorato fin qui da tutti gli storici.

Frate Domenico e Frate Pietro costituirono società con esperti tipografi, sopratutto tedeschi, per gli aggiornamenti e i miglioramenti della produzione. 
Un erudito dei nostri giorni, il Dr. Paolo Piccardi, scrive:

Historia d'Alexandro Magno, con
iniziali miniate
La stamperia era dotata di vari reparti, che si occupavano, rispettivamente, di tutte le fasi di composizione dei libri, compresa la fusione dei caratteri da stampa, che avveniva nella cosiddetta “getteria”, dove lavorò anche l’orafo Benvenuto di Chimenti, per il quale esistono mandati di pagamento per un totale di 110 lire, per la composizione di tre alfabeti, due di carattere antico e l’altro moderno. Per la “getteria” venivano acquistati vari metalli, fra i quali il rame, che serviva per fare le “madri” delle lettere, ossia quei piccoli pezzi, nell’estremità dei quali vi è un’ intaccatura, per fare i segni di punteggiatura e di abbreviazione. Poiché la scultura del rame richiedeva punzoni di acciaio, anche di questo metallo troviamo registrazioni di acquisti, così come di piombo, di stagno, e di “marcassita”, un additivo della lega, che veniva acquistato presso la Spezieria di S. Marco. Venne acquistata una tavola di marmo, che serviva per tenere in squadra i caratteri come uscivano dalla fusione, per essere rinettati accuratamente. Si compravano anche strumenti di lavoro, fra i quali un trapano “fatto a guisa di succhiello”, e una “gallinella”, che serviva per tenere fermo il punzone durante il lavoro. C’è l’acquisto, ovviamente, del “fornello” per la fusione e la “Tafaria”, ossia un vaso di legno dove venivano riposte le lettere.

Si servivano, per l'acquisto della carta, dei cartolai che all'epoca erano concentrati in particolare nella Via del Garbo, l'attuale Via Condotta, probabilmente nel tratto da Via Calzaioli a Via dei Magazzini. Prosegue Piccardi:

(...) La carta più comunemente usata era quella del Colle, che veniva pagata lire 2.6 la risma. La carta di Prato costava lire 2.10. La carta di Fabriano (la migliore era quella col segno del Balestro) era venduta da Andrea cartolaio e costava 3 lire. C’era poi la carta all’uso Bolognese, di due tipi, uno di qualità inferiore che costava lire 3.10 e l’altro, di qualità superiore, che costava lire 6.8 la risma.

Gli Argonauti di Valerio Flacco: incipit

Alla cura nella produzione del prodotto corrispose altrettanta cura nella promozione, grazie alla quale si avviò una vera rete di distribuzione, costituita da eruditi e religiosi, entusiasti dell'opera compiuta dai frati e si suppone per nulla restii a fare da spedizionieri. Da un tale Antonio de' Nerli che andava a vendere i libri fuori Firenze, a "i Monaci della Badia Fiorentina, i Monaci degli Angioli, i Monaci di S. Salvi, i Frati di S. Bernardo, il Priore dello Spedale della Scala, e altri, che erano interessati ad estendere questo commercio virtuoso", un po' tutti divennero clienti e a loro volta distributori.
La citata Vita di S. Caterina da Siena, di Fra Raimondo da Capua, uscita già all'inizio del 1477, fu probabilmente il best seller. Costava una copia 2 lire e 10 soldi, ed esisteva la versione con le iniziali miniate manualmente da maestri miniatori, a 3 lire. I guadagni della tipografia consentirono l'acquisto di nuovi locali adiacenti al convento e di un mulino presso Brozzi. 
Frate Pietro morì nel settembre 1479. L'attività della stamperia proseguì condotta da Frate Domenico insieme con il tipografo Lorenzo Veneziano. Il libretto in mano del Fineschi termina nel 1483. Frate Domenico morì nel 1489.

Gli Argonauti: colophon
Ancora oggi si può rimanere sbalorditi, nel leggere i titoli delle opere prodotte dalla stamperia Apud Sanctum Jacobum de Ripoli. Dalla tipografia di un convento ci si aspetterebbe - ingenuamente - una produzione esclusiva, o almeno una prevalenza assoluta di opere sacre. Le opere sacre c'erano, ma accanto ad esse ne figuravano altre come il Morgante di Luigi Pulci, alla cui stampa contribuì e ne fu retribuita tale Suor Marietta del Convento. Come un Computo della Luna. E poi le Regole grammaticali di Giovanni Battista Guerrino, che ebbero una ristampa (fate caso all'attenzione dei produttori per l'argomento grammatica!). La Historia d'Alexandro Magno di Quinto Curzio Rufo tradotta da P. Candido. Abbiamo già visto l'Etica di Aristotele tradotta da Donato Acciaioli. Il Libro delle Selve di Stazio Papinio, tradotto da Ser Bartolommeo Della Fonte (Fonzio), umanista che pubblicò sempre per Ripoli (1477) l'Explanatio in Persium Poetam, con dedica a Lorenzo de' Medici, e lavorò anche in stamperia come correttore di bozze.
Francesco di Niccolò Berlinghieri e Filippo di Bartolommeo Valori, discepoli di Marsilio Ficino, "desiderando di rendersi grati al suo Maestro" scrive Fineschi, "il quale aveva tradotto l'Opere di Platone convennero con F. Domenico nostro, e Lorenzo Veneziano, perché nella Stamperia di Ripoli si stampassero più Dialoghi di Platone in numero di mille venticinque esemplari".
Una copia tradotta in latino del De regimine sanitatis ad soldanum babyloniae di Maimonides (Moses Ben Maimon) (1135-1204) è andata aggiudicata nel 2015 da Sotheby's per 25.000 dollari. Ma è leggibile on line, anche se certo non è la stessa cosa, quella conservata alla Nazionale, a questo indirizzo. Tra i testi non citati dal Fineschi, ho rintracciato un Decamerone, datato 13 maggio 1483, e La morte degli uomini famosi - Nessun si puote felice chiamare (agosto 1484).
Altri esemplari originali sono consultabili on line e per lo più scaricabili. Leggere questi incunaboli è come pilotare un'auto del 1902 o pedalare una bicicletta del 1850. Difficile e faticoso. Per forza. Eravamo ai primordi. Caratteri tutti uguali, pochi capoversi, italiano - se italiano - dell'epoca. Ma ammettiamolo: hanno un fascino esagerato.
Il ruolo della stamperia Apud Sanctum Jacobum de Ripoli nel progresso della cultura e del sapere ci si immagina all'epoca fenomenale. Nonostante il periodo di oblio cui ho accennato, della sua certo immensa eredità ancora oggi ne giunge forse qualche traccia a tutti noi. Tutti noi che amiamo i libri quasi con furore e cerchiamo disperatamente e quotidianamente di essere meno ignoranti. O, volgendo il concetto in positivo, di sapere oggi sempre qualcosina di più rispetto a ieri. Frate Domenico da Pistoia e Frate Piero di Salvatore da Pisa meritano la nostra più profonda e sincera gratitudine.















giovedì 9 agosto 2018

GABBATO LO SANTO 14: quando su S. Cresci finì in caciara



La storia del primo martire della cristianità in Mugello narra che S. Cresci, fuggito da Firenze insieme con un soldato convertito, raggiunse nel Mugello la località di Valcava. Qui trovò ospitalità  dalla vedova Panfila, che convertì guarendole il figlio Serapione, battezzato poi col nome di Cerbone. Fece fuggire madre, figlio e vicini di casa del pari convertiti al sopraggiungere dei militi dell’Imperatore Decio. Questi condussero Cresci e due compagni (Enzio e Onione, ma dei nomi riparleremo) presso il vicino tempio pagano e gli ordinarono di fare sacrifici agli dei. Al loro rifiuto, li uccisero il 24 ottobre 250. Sul luogo del martirio Panfila, Cerbone e altri sodali non nominati costruirono un altare. Qui furono sorpresi a pregare da soldati romani, e martirizzati  il 4 maggio 251. 

Scorcio della Pieve di S. Cresci in Valcava
Sono questi gli elementi essenziali di una Passio sanctorum, redatta con ogni probabilità verso il XII secolo da un anonimo che dovette avere attinto a degli Acta martyrum preesistenti e oggi perduti. La Passio rimase sconosciuta per secoli. Fu rintracciata solo nel 1588 nella biblioteca della Badia fiorentina, dopo anni di ricerche, dal monaco cassinese Don Marco di Francesco Bartolini da Borgo San Lorenzo. Il monaco trascrisse con fedeltà assoluta, grazie all’assistenza di altri padri religiosi eruditi, quanto riportato nel ponderoso volume in merito alla vita e al martirio di San Cresci e dei suoi compagni. In fondo, collocò una postilla nella quale scriveva brevemente di sé e della sua storia. Aveva avuto l’incarico da Benedetto Paoli, Pievano di Valcava, cioè del tempio dove il corpo del Martire e dei suoi compagni riposano. Ma ne aveva il desiderio fin dalla sua più tenera età, quando sentiva intorno a sé una profonda devozione per questo santo martire del quale però non si sapeva quasi nulla.
Del manoscritto originale si persero poi le tracce, ma quello ricopiato giunse nelle mani dell’abate Antonio Maria De’ Mozzi il quale, prima di farne dono all’Archivio dell’Opera di Santa Maria del Fiore, scrisse la Storia di S. Cresci e dei SS. Martiri e della Chiesa del medesimo Santo posta in Valcava nel Mugello. Era il 1710. Negli anni precedenti, però, il passionale era finito in mani sbagliate e si trovò al centro di una polemica furiosa, di cui fece le spese la figura dello stesso San Cresci.

La Pieve di S. Cresci a Macioli, Comune di Vaglia
Premessa: vanno distinti gli Acta martyrum dalle Passiones Sanctorum. Gli Acta erano compilati in contemporanea o subito dopo gli eventi narrati. Di solito non si andava oltre la semplice registrazione del processo, condanna ed esecuzione del martire in questione. Si attingeva per lo più dai verbali, aggiungendo luogo e data. Venivano utilizzati anche per la compilazione dei martirologi. Somigliavano a certi odierni flash d'agenzia.
Ma degli Acta, in Italia, non è rimasto quasi nulla. Abbiamo, in greco, gli atti relativi a S. Giustino e compagni e a S. Apollonio. Nulla in latino.
Ben più diffusi sono i Passionali, scritti a partire dal V secolo, sempre e comunque molto tempo dopo le vicende che vi vengono narrate, e arricchiti con elementi frutto della fantasia degli autori, in genere a scopi didattici. Fantasia spesso malata, aggiungiamo tra parentesi, data la quantità di particolari raccapriccianti sulle torture subite dai protagonisti, per fortuna appunto quasi sempre frutto di invenzione.

Quello di S. Cresci era un Passionale. Come consuetudine dell’epoca, l’anonimo estensore infarcì l’ossatura della vicenda con una quantità di interpolazioni personali e gli sfuggirono numerosi evidenti anacronismi. Mise poi in bocca a San Cresci una serie di monologhi pesantissimi e interminabili. Li ho letti: fossero veri, verrebbe da parteggiare per i soldati. Quanto agli anacronismi, mi limito all'esempio della citazione testuale di alcuni passi del Credo, che all'epoca non era ancora stato scritto, oltre ad allusioni ad argomenti oggetti di dispute teologiche di parecchi anni posteriori (lotta all'arianesimo, ecc). Insomma il testo non poteva risalire al 250 d.C.

Il religioso romano Giacomo Laderchi, devoto meno di S. Cresci che del Granduca Cosimo III - lui sì devoto di S. Cresci e finanziatore del restauro ricostruzione & ristrutturazione della Pieve di Valcava - pubblicò nel 1607 il passionale, proclamando però ai quattro venti trattarsi degli Acta originali, redatti in contemporanea ai fatti narrati. L'Abate Giusto Fontanini chiese un parere sulla pubblicazione all'erudito servita Gerardo Capassi. Questi espresse forti e legittime perplessità sull'autenticità del testo, e lo fece in una risposta riservata che però finì nelle mani di Laderchi.
Laderchi non la prese bene. Pubblicò, con lo pseudonimo di Pietro Polidori, una Lettera ad un Cavaliere Fiorentino, in risposta di quella scritta dal p. Fr. Gherardo Capassi dell'Ordine dei Servi di Maria, a Giusto Fontanini (il titolo prosegue ma ve lo risparmio), in cui si cimentò in poderose arrampicate sugli specchi riguardo gli anacronismi, ma soprattutto a Capassi ne disse di tutti i colori. Lo trattò da eretico blasfemo che non credeva neanche all'esistenza di S. Cresci. S'inserì nella polemica, a favore di Capassi, il monaco cassinese Benedetto Bacchini. Capassi replicò, anche lui sotto pseudonimo, scrivendo le Nugae laderchianae in epistola ad equitem flor (anche qui vi risparmio il resto), nelle quali a Laderchi restituiva con gli interessi gli insulti subiti. Cosimo III perse definitivamente la pazienza, fece bruciare pubblicamente le Nugae, mandò ...altrove tutti i protagonisti della rissa e incaricò De' Mozzi di rimettere le cose a posto. E

La Pieve di S. Cresci a Montefioralle, Comune di Greve
De' Mozzi scrisse così il libro sopra accennato. Fece un ottimo lavoro, dal punto di vista sia storico che diplomatico. Ammise la scarsa attendibilità di buona parte del passionale, ma fu indulgente nei confronti dell'estensore, ammettendo che le Passiones dovevano servire per fare catechismo ai religiosi. Le notizie e i documenti da lui forniti sono ancora oggi una fonte di riferimento.

S. Cresci a Campi Bisenzio, oggi. Della chiesa originale non è rimasto nulla.
Evidentemente però non riuscì a riparare del tutto al danno di immagine - diremmo oggi - subito dal Santo Martire. Quello di S. Cresci è in effetti uno dei molti casi in cui gli elementi di invenzione hanno soffocato la storia originale al punto di far risultare inverosimile anch’essa. L'averla buttata in caciara contribuì ulteriormente alla svalutazione della sua figura. Sulla ‘Bibliotheca Sanctorum’, Giuseppe Raspini (1966) bolla la ‘Passio’ come “del tutto favolosa”. Oggi S. Cresci, malgrado la devozione mai sopita da parte dei suoi fedeli, non figura tra i Santi riconosciuti dalla Chiesa. Nemmeno i suoi compagni di martirio. Li cercherete inutilmente sul sito www.santiebeati.it. Ciò a dispetto di molti elementi che fanno supporre una storicità di fondo della vicenda. Riassumo brevemente i principali.
Anzitutto le quattro chiese, di cui tre pievanie, tutte antiche, intitolate a S. Cresci: quella di Valcava, secondo Niccolai documentata dal 1177, ma secondo il Lami risalente al IV secolo; la Pieve di Montefioralle (Greve) (menzionata per la prima volta nel 963), la Pieve di Macioli (Pratolino) (941) e la chiesa di Campi Bisenzio, che figura come monastero in una carta dell'866: il più antico documento in cui è fatto il nome di Cresci.

Plutei 16.08. S. Cresci è al terzultimo rigo.
In secondo luogo il nome del Santo riportato in diversi antichi martirologi. Salvo errore, il più antico è conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana, è segnato Plutei 16.08, risale al 1100-1110 ed è un martyrologium Bedae, ovvero un martirologio secondo Beda, dal nome del Compilatore. In realtà è un semplice calendario, con riportati i nomi dei santi (quando ci sono), che occupa le prime sette carte. In fondo alla carta 5v troviamo il IX Calendae, e il nome di S. Cresci.
A S. Cresci Giovanni Villani dedica un capitolo della sua Cronica (il XXI del Libro secondo), in cui lo definisce de le parti di Germania gentile uomo. Altri storici hanno dato per molto probabile l'origine tedesca di Cresci.
Quando nel 1613 l’Arcivescovo fiorentino Alessandro Marzi Medici compì a Valcava la sua visita pastorale, l’allora pievano Matteo Dalle Pozze chiese autorizzazione a effettuare scavi in chiesa, per dirla con De’ Mozzi, “per lo ritrovamento di così preziosi Tesori, appoggiato sulla fede degli Scrittori, e sulla continovata tradizione delle genti”. Ad autorizzazione ottenuta, si scavò sotto l'altare maggiore, e venne alla luce una sorta di camera funeraria con entro le ossa di un essere umano, privo della testa. La testa era già presente nella Pieve e venerata come reliquia, ed è quella che si vede nella foto d'apertura. Durante la medesima visita gli scavi proseguirono ai gradini dell’altare. Qui si ritrovarono, in una sepoltura murata di mattoni, due scheletri umani integri. Erano quelli di Enzio e Onione? Il Pievano non si contentò. Fece scavare sotto il fonte battesimale, sulla destra all'ingresso della Pieve. Vennero alla luce otto crani e una quantità di ossa umane affastellate e confuse tra di loro. Erano i resti di Panfila, Cerbone e compagni?
De' Mozzi descrive poi minuziosamente i ritrovamenti su un poggio non distante dall'odierna Pieve, ove molti indizi (tra cui monete antiche e piccole sculture) fanno pensare fosse situato un tempio pagano intitolato a Esculapio.

S. Cresci e compagni non hanno avuto pace neanche negli anni seguenti. Vi è stata una diatriba sui loro nomi. Come ho accennato in questo post, alla fine del '700 il Vescovo di Pistoia e Prato Scipione de' Ricci si prese la libertà di riunire i Santi Cresci, Enzio e Onione in un solo santo: Crescenzione. Fu mosso in questo da urgenze politiche (c'erano allora troppi santi in giro verso i quali vi era troppa devozione, a suo parere ai limiti della superstizione) e non certo da preoccupazioni di tipo storico filologico, che non lo sfioravano. Ammettiamolo: l'assonanza c'è. Va però considerato che il nome di Cresci - o Crescio, o Criscus, o Acriscus - è come abbiamo visto antichissimo, mentre dei nomi Enzio e Onione non vi è traccia prima del ritrovamento del passionale. Questo mi porta, forse con una certa presunzione, a ipotizzare che il redattore del passionale stesso, forse in cerca di nomi da dare ai soci di S. Cresci, credette di averli trovati male interpretando una qualche lapide o pergamena dedicata a S. Crescenzione, il quale era stato martirizzato insieme con S. Lorenzo.

Biblioteca Moreniana, Inc. 62_01. Cerbone è citato in alto nella pagina di destra.

Diverso il discorso per il nome di Cerbone che, secondo alcuni, originerebbe dal S. Cerbone vescovo di Populonia, vissuto nel VI secolo. Ma, oltre che dalla presenza di una località presso la Pieve di Valcava che da tempi immemorabili si chiama Bosco di S. Cerbone, questa ipotesi sarebbe smentita dalla celebrazione del Santo fin da tempi antichi come risulta anche da un martirologio stampato nel 1486 a Firenze da Benedetto dei Buonaccorsi, e compilato da Don Antonio Vespucci. L'unica copia è conservata alla Biblioteca Moreniana. Qui, alla data del 4 maggio, è specificatamente citato il martirio Cerboni & sociorum eius presso la tomba di S. Cresci in Valcava.


Non molto distante dalla Pieve di S. Cresci in Valcava esiste(rebbe) ancora l'oratorio dedicato a S. Cerbone fatto costruire da Cosimo III, ma è in condizioni disperate. Pericolante da tempo, è stato murato e transennato. Ed è un peccato, perché al suo interno si trova(va) un affresco che mostra(va) appunto la guarigione di Cerbone ad opera di S. Cresci. Questo affresco - la notizia è inedita - fu realizzato nel 1881 su incarico del Pievano Pietro Lorenzi dal pittore fiorentino Ferdinando Folchi (1822-1883) .

venerdì 13 luglio 2018

Da St. Thomas Becket ai Minerbetti (ma anche no).


Torniamo a parlare della famiglia Minerbetti, e in particolare delle sue origini.
E diciamo subito che, se si può confermare la sua provenienza da Canterbury, non altrettanto può dirsi della sua discendenza da St. Thomas Becket Vescovo e Martire.
Nella Storia genealogica della nobiltà, e cittadinanza di Firenze (1754) di Giuseppe Maria Mecatti, alla voce Minerbetti si legge: "Vogliono che discendano d'Inghilterra dalla medesima Famiglia degli Antenati di San Tommaso di Conturberì".
Secondo Luigi Passerini (1845), "è comunemente ritenuto che siano nativi dell'Inghilterra e della famiglia di Tommaso Becket Arcivescovo di Canterbury fatto uccidere dal Re Enrico."
Secondo la voce Palazzo Minerbetti su Wikipedia, essi erano "...un'antica famiglia pare di origine inglese, ramo secondario dei Becket, in fuga dal loro paese dopo l'uccisione dell'Arcivescovo di Canterbury Thomas A. Becket, già proprietari di altri edifici nella zona.".
Sul sito delle Soprintendenze archivistiche SIUSA, alla voce Minerbetti Boni, è scritto: "La famiglia fiorentina dei Minerbetti Boni pare certo sia originaria dall’Inghilterra. Sembra infatti confermata la loro provenienza dai cadetti dei Becket, cacciati nel 1168, prima della morte di Tommaso (1118-1170), famoso primate della chiesa d’Inghilterra."
Ieri come oggi, dunque, la discendenza viene espressa per lo più in forma dubitativa. Pare, probabilmente, per opinione comune, sembra, ecc. Da nessuna parte troviamo peraltro la parentela precisa (originano da un fratello o un cugino del martire? Da un nipote?), con una eccezione che vedremo in fondo. In definitiva, salvo errore, non esiste un solo documento in grado di confermare con certezza questo legame. Legame che probabilmente non è mai esistito. Ma andiamo per ordine.


Si sono versati fiumi d'inchiostro sull'assassinio dell'Arcivescovo di Canterbury Thomas Becket, avvenuto il 29 dicembre 1170 nella cattedrale della sua città. L'episodio ebbe un clamore enorme e si diffuse con una velocità spropositata per l'epoca, per una serie di motivi che si possono così rapidamente riassumere:
  • il fatto che la vittima fosse un Arcivescovo e che il mandante, se non materiale, per lo meno morale fosse il Re d'Inghilterra. 
  • l'efferatezza dell'omicidio: a St. Thomas fu spaccata e scoperchiata la testa a colpi di spada. Un religioso che cercò di difenderlo ebbe un braccio mozzato.
  • il fatto che l'assassinio fosse compiuto nella Cattedrale.
  • la diffusione del culto ad opera del clero regolare, in particolare frati cistercensi e templari (l'ordine era stato fondato da poco), e soprattutto da parte dei pellegrini che percorrevano le vie verso Roma, Gerusalemme, Sant'Iacopo di Compostela. 
  • l'esistenza di reliquie, in particolare ampolle d'acqua che aveva toccato effetti personali della vittima, considerate miracolose
Sotto certi aspetti, passò quasi in secondo piano la causa dell'omicidio, ovvero la disputa sui poteri ecclesiastici e quelli statali. Nel 1164 l'Arcivescovo, nominato due anni prima su insistenza di Re Enrico II Plantageneto, si ribellò a quest'ultimo e al suo progetto - tramite le costituzioni di Clarendon - di sottomissione della Chiesa da parte della Monarchia. Accusato di tradimento e fuggito nel continente, tornò nel 1170 e, rifiutatosi ancora di sottomettersi al Re, fu ucciso. L'Arcivescovo fu proclamato Santo subito, il 21 febbraio 1173.

Il Centro Studi Romei dedicò nel 2004 un intero volume della collana De strata francigena al diffondersi nella nostra penisola del culto per St. Thomas Becket. In un susseguirsi di contributi da parte di storici coordinati da Renato Stopani, viene tracciata una vivida e impressionante immagine del successo ottenuto dalla figura del Santo inglese, al quale fu intitolata una chiesa a Varese già nel 1173. Negli anni seguenti,  ulteriori intitolazioni di chiese altari e cappelle a St. Thomas da un lato,  notizie di miracoli compiuti dalle reliquie dall'altro, si fanno sempre più numerose, in particolare - anche se non esclusivamente - sui percorsi romei. Fabrizio Vanni afferma: "Ma forse saranno stati proprio gli stessi pellegrini romei, provenienti dalle isole britanniche, a esportarne in Italia, non fosse altro per orgoglio patriottico, la memoria".
Per quanto riguarda la Toscana, sempre Fabrizio Vanni riporta la notizia di una donna che a Lucca, per intercessione del Santo, riacquistò la vista dopo vent'anni; Gabriella Garzella, in un convegno del 2007, documenta una chiesa a Pisa dedicata a Sancti Thome martyris de Conturbia sicuramente prima del 17 ottobre 1182; Renato Stopani, infine, fissa la nascita del culto a Firenze al 1189, quando nella chiesa di San Donato a Torri un altare fu dedicato al martire.

Firenze S. Maria Novella: l'altare dedicato a St. Thomas con ai lati
le tombe di Tommaso e Ruggerino Minerbetti.

E veniamo ai Minerbetti. Secondo il Verino e il Del Migliore (citato da Richa), erano approdati a Lucca per trasferirsi in seguito a Firenze, all'epoca meno importante proprio in quanto al di fuori delle grandi vie di comunicazione. Il capostipite è individuato in Ugo Minerbetti, come risulta anche da un albero genealogico dipinto che si trova nell'oratorio di S. Martino dei Buonomini. Da Ugo discesero Buoncambio e poi Ruggerino. Quest'ultimo, citato nel Libro di Montaperti come alfiere fiorentino nel sestiere di Porta San Pancrazio e mancato nel 1280, fu sepolto come Ruggieri Canturbiensi. Il che conferma l'origine della famiglia. Le due tombe in S. Maria Novella dedicate a lui e a un Tommaso deceduto nel 1494 furono commissionate dall'Arcivescovo Francesco Minerbetti, ma in passato la famiglia aveva contribuito finanziariamente alla stessa costruzione della campata della chiesa. .

La tomba di Ruggerino Minerbetti

Del Tommaso figlio di Ruggerino è invece il testamento, stilato nel 1308, nel quale egli - nel nome di Dio, della Beata Vergine, di S. Tommaso Martire, di un Beato Clemente e di tutti i Santi - tra l'altro chiede di essere sepolto appunto in S. Maria Novella, e di perpetuare la devozione nei confronti del Santo di Canterbury tramite l'usanza istituita dal padre di fare ogn'anno nel giorno di S. Tommaso Martire [il 29 dicembre] una pietanza a' Frati e Capitolo di S. Maria Novella. 
Nel testamento si parla dunque diffusamente dell'Arcivescovo martire, ma, attenzione!, non si fa alcun cenno al fatto che egli sia antenato del testatore. La cosa aveva lasciato perplesso anche Giuseppe Richa. Nelle sue Notizie istoriche delle chiese fiorentine (1755), parlando del monastero di San Silvestro fondato da Francesco Minerbetti, citò il testamento e scrisse: 

L'uno e l'altro strumento  [la devozione a St. Thomas e la festa in suo onore] sembrami, che avessero dovuto accennare per motivo della festa, e della divozione parziale, il glorioso titolo della parentela col Santo, della quale punto non parlano. 

L'omissione porta decisamente a propendere per l'ipotesi che vi fosse da parte della famiglia una semplice devozione nei confronti del Santo martirizzato nella loro terra d'origine. Per di più, alcuni discendenti della famiglia, verso la metà del '300, cercarono in qualche modo - senza riuscirvi - di liberarsi dall'incombenza, si suppone noiosa, del pranzo tutti gli anni il 29 dicembre.

Salvo errore, della parentela tra i Minerbetti e St. Thomas Becket si parla per la prima volta solo nel 1696, decisamente molto, troppo tempo dopo. Nella Vita di S. Tomaso Arcivescovo di Cantuaria e Martire tradotta dall'inglese, Giovanni Battista Cola scrive: 

Questa è la ragione, siccome mi vien riferito, per la quale il Sig Comendatore di Malta F. Andrea Minerbetti in Firenze si gloria derivare da Parenti del Nostro Santo; la cui Festa dalla sua Casa ogni anno solennemente si celebra, e si mantiene ordinariamente in alcuno di essa il nome di Tomaso.

Palazzo Minerbetti, via del Parione

Si suppone che Cola intendesse il Palazzo Minerbetti di via del Parione a Firenze. La famiglia, tra i suoi possessi, annoverava anche Villa Il Corniolo, a Mucciano, frazione di Borgo San Lorenzo. Qui abita la mia amica Marisa Mazzoni, la quale mi mostrò (e gentilmente mi ha permesso di pubblicarne le foto) due elenchi originali delle Messe e Uffici celebrati dalla famiglia Minerbetti, nella cappella privata di famiglia o nella non troppo distante Chiesa dei Cappuccini di S. Carlo.

Villa Il Corniolo, Mucciano, Borgo S. Lorenzo.
Vi figura la Messa in onore di S. Francesco il 4 ottobre, ma il 29 dicembre non è riportato per Messe né per uffici di sorta. Inoltre, nella succitata cappella di famiglia situata a pochi passi dalla villa ed edificata da Tommaso di Andrea, padre di Francesco Minerbetti (oggi proprietà privata), è un bellissimo affresco di scuola botticelliana, raffigurante la Madonna col Bambino e, ai lati, quattro Santi. Sono la Maddalena, S. Giovanni Battista, S. Francesco e uno che non sono riuscito a identificare. Di sicuro non è un Santo Vescovo, e tanto meno St. Thomas. Esisteva, semmai, una cappellina interna alla fattoria della villa - la riporta il Niccolai nella sua Guida del Mugello, 1914 - ove era un ritratto di S. Tommaso di Canterbury, oltre a una Vergine col Bambino e una S. Caterina d'Alessandria.  Come mi ha comunicato il signor Florio Spalletti, il cui padre fu fattore della villa, la cappellina fu demolita negli anni '80 del secolo scorso.




In Medieval Art, Achitecture & Archaeology at Canterbury, a cura di Alixe Bovey (2013), Costanza Cipollaro e Veronica Decker scrivono:

La parentela con Becket, fosse reale o solo supposta dai fiorentini, potrebbe aver permesso ai Minerbetti di partecipare attivamente all'istituzione del suo culto. Questo fenomeno non era nuovo in Firenze. 

In realtà, dopo il fervore iniziale, il culto fiorentino di St. Thomas non sembra aver avuto un grandissimo seguito, né una lunga durata. Nel 1700, secondo Ludovico Antonio Giamboni, il 29 dicembre era dedicata al Santo protettore dell'Inghilterra una festa solenne nella chiesa di S. Apollonia, dove "stà esposta la preziosa Reliquia d'un Braccio con la mano, e Carne sopra di questo glorioso Santo preservato dal fuoco, quando il suo Santo Corpo fù abbruciato da moderni Eretici". Si allude a un episodio riferito da Papa Paolo III nel 1538, ma di veridicità dubbia come l'autenticità della reliquia.
Non ho trovato notizia di altre celebrazioni in occasione della festa dell'Arcivescovo di Canterbury, sponsorizzate  o meno dai Minerbetti. Né sembra che alla reale, ipotizzata o millantata parentela sia in alcun modo dovuta o comunque collegata l'ascesa della famiglia che, ricordiamolo, dette a Firenze 33 priori, 13 gonfalonieri, sei senatori, Cavalieri di Malta e di S. Stefano, e alcuni Vescovi.

Nel 1860, sulla rivista londinese Notes and queries, comparve un curioso  trafiletto. L'anonimo autore (W.H.) narra dell'incontro, avvenuto otto anni prima, con un marchese, il quale gli disse che sua madre era stata l'ultima discendente della nobile famiglia pisana (sic.) dei Minabekti (sic.), e che la famiglia aveva avuto origine, dopo la morte dell'Arcivescovo, da un suo fratello minore che fuggì dall'Inghilterra e si rifugiò a Pisa. Qui prese il nome di Becket - minor, da cui originò il cognome Minerbetti. Il marchese in questione è senza dubbio Luigi Torrigiani Guadagni (1804-1869), figlio di Maria Vittoria Santini e nipote di Maria Teresa Minerbetti.

Nel 1876 il Rev. J.C. Robertson, nelle sue Becket memoranda in Archaeologia Cantiana, espresse nutriti dubbi sull'etimologia del cognome e sull'attendibilità di questa ricostruzione. A parte la confusione tra Pisa e Lucca, le sue ricerche proprio sulle parentele del Santo lo avevano condotto a identificare tre sorelle - Mary, Roheise ed Agnes - e nessun fratello di St. Thomas. In secondo luogo, lo storico fu in grado di accertare che vi fu sì una fuga dei parenti dell'Arcivescovo per sfuggire alle persecuzioni del Re (nella foto d'apertura la partenza di Becket in una miniatura tratta da BL Loan MS 88), ma questa avvenne durante l'esilio, a partire dal 1164, e non dopo il suo assassinio. 

Robertson ritiene invece degne di maggior fede le altre notizie fornite dal Cola:

"Ed i Signori Bechetti di Piacenza, di Fabriano, di Verona, di Berceto nel Parmigiano, ove dicono conservarsi una preziosa Reliquia di S. Tomaso nella Propositura di detta Terra, e della Città di Sacca in Sicilia, siccome d'altre Città, e Provincie, tengono a singolar pregio, e onore delle loro famiglie di derivare dalla Stirpe di questo Gran Santo, allegando l'identità del nome, e cognome, che à continuato, e tutt'ora continua nelle lor  Case"

Anche in questo caso, aggiungo, non si possono avere certezze. Sappiamo però dalla corrispondenza di Becket che un suo nipote, di nome Gilbert, si trovava esule nel 1169 a Palermo e l'Arcivescovo ne aveva perorato la causa presso la corte. L'esistenza della famiglia Bicchetti a Sciacca avrebbe un senso. Paolo Carnevali, in questo post, tratta diffusamente dei due cugini Pietro e Giovanni Becchetti, frati agostiniani di Fabriano, vissuti a cavallo tra il 1300 e il 1400, beatificati nel 1835 da Papa Gregorio XVI e la cui festa tuttora si celebra il 2 luglio. 


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