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sabato 6 ottobre 2018

Elisa va alla guerra


Conobbi Elisa Fiorelli quando, nell'ottobre 2014, allestì la sua prima mostra sulla Grande Guerra nelle sale della Casa di Giotto a Vespignano. Riporto parte di quanto scrissi sul Galletto: 

Per realizzare la mostra storico fotografica e di reperti sulla Prima Guerra Mondiale inaugurata alla Casa di Giotto a Vespignano sabato 11 ottobre, Elisa Fiorelli ha impiegato quattro mesi di preparazione e undici anni di ricerche. Elisa, Nata a Fiesole e vicchiese dal 1996, aveva 16 anni quando iniziò le ricerche del fratello di suo nonno, ragazzo del '99 disperso al fronte. Con caparbietà inusitata e con l'aiuto di un signore di Livina Longo del Col di Lana, poté infine appurare che era stato ucciso il 19 giugno 1918, praticamente subito dopo la partenza per il fronte, e fu sepolto sul Montello (TV). Ma l'indagine svolta non poteva non avere, diciamo così, effetti collaterali sull'indole di Elisa, la quale si è data da fare perché tutto quanto è venuta a sapere in merito alla Grande Guerra potesse essere condiviso, così come tutto il materiale raccolto: medaglie, borracce, granate, diari di guerra. E fotografie. Soprattutto fotografie. Bellissime, comprate da collezionisti, scannerizzate e ingrandite. Bellissime, s'intende, nella loro drammaticità. Fotografie di un'epoca senza smartphone, e in cui scattare istantanee era difficile se non impossibile, sicché si faceva mettere in posa i combattenti. E anche così emerge spietata "la sofferenza di persone come il mio bis zio", per usare le parole di Elisa. "Persone che avrebbero voluto una vita normale, e non poterono averla, e la più parte non sapeva neanche perché. Durante la presentazione, Francesco Rossi, del Gruppo Alpino "Carlo Manzani", ha parlato, senza nascondere l'emozione, delle analogie tra la storia raccontata da Elisa e quella dell'alpino cui il gruppo è intitolato, ucciso nel 1915, e i resti del quale furono ritrovati solo nel 1984 e riportati a Vicchio l'anno seguente, e adesso riposano proprio nel cimitero di Vespignano. 



Quattro anni dopo, Elisa è di nuovo sul Colle di Vespignano. Nuova mostra. Titolo: La Grande Guerra. Foto inedite, cimeli e testimonianze. Sarà visitabile nei fine settimana con orario 10-13, 15-19 fino al 25 novembre. 
Stesso Argomento. Una replica? Neanche per sogno. Elisa in questi anni non si è fermata. Ha raccolto ulteriori informazioni sui caduti mugellani, che superano i 1530, e in particolare quelli di Vicchio. Sulla leva, sulle località di destinazione. È tornata nei luoghi dei combattimenti. Località nel complesso del Monte Grappa, I Solaroli, Montello, Col dell'Orso. Ha raccolto nuovo materiale, immagini, testimonianze.

Elisa mi racconta tutto questo mentre, nella sala al piano superiore, sta risistemando una cartolina d'epoca che, dentro una cornice, séguita a scivolare giù. Questa meticolosità dà un'idea di quanto lavoro le è costato questo allestimento, che però ha dato i suoi risultati. L'esposizione è, se possibile, ancora più affascinante di quella precedente. 



Nuove foto, altri reperti. Elmetti, borracce, picconi, palette, proiettili, obici, cartucciere, armi arrugginite, assemblati con sapienza perché ognuno riceva dal visitatore l'attenzione che merita. Si esce dalla mostra col cervello saturo di quesiti inquietanti. Cento anni fa, la vittoria. A che prezzo? Una parziale, ma importantissima risposta, l'abbiamo qui. E un'altra l'avremo all'uscita del libro che Elisa ha ricavato dal suo lungo lavoro. Uscita che, mi dice, dovrebbe essere proprio per il 4 novembre. Titolo: Frammenti della Grande Guerra. Diario di guerra di Mario Checcucci - Pino, uno dei ragazzi del '99 - I caduti vicchiesi - archivio fotografico. Edizioni Noferini. Ho potuto rapidamente sfogliarne una copia in anteprima. La parte iconografica mi pare impressionante, e per quantità e per bellezza d'immagini. Il testo comprende molti elenchi, non di rado angoscianti nella loro essenzialità. Mi limito a riportare un dato che mi ha quanto meno disorientato. Tra i caduti mugellani, 112 hanno trovato la morte per le ferite riportate, ma 131 sono morti di malattia. E questo, uno che magari non si era posto il problema, non se l'aspetta. Ma restiamo in attesa di poter esaminare con calma questo nuovo contributo alla conoscenza della storia della Grande Guerra.   

giovedì 1 marzo 2018

Quella stazione senza paese



Il bambino del treno è un bellissimo romanzo di Paolo Casadio (Piemme 2017).
Ho conosciuto Paolo in occasione della presentazione del libro alla Biblioteca di Vicchio, il 27 gennaio 2018. Giustamente il giorno della memoria. Ancor più giustamente Vicchio. Perché tutta la vicenda narrata si svolge in una frazione vicchiese nel cuore dell'Appennino, oggi del tutto disabitata.

Il palcoscenico centrale è la Stazione di Fornello. Una stazione senza paese. Fruitori erano gli abitanti delle tante case sparse intorno, all'epoca dei fatti traboccanti di vita(lità). Si sarebbero svuotate inesorabilmente nel secondo dopoguerra. La stazione fu dismessa nel 1968, giusto cinquant'anni fa. Nel 1935 vi era approdata - questa la finzione del romanzo - una giovane famiglia romagnola ancora in fase di completamento: il capostazione Giovannino, la moglie Lucia dai capelli di frumento, il loro figlio Romeo che al loro arrivo era ancora in pancia, il cane Pipito.

La stazione di Fornello, 2012
Preferisco evitare di raccontare la trama, ma rimarcare il crescendo di tensione che Paolo ha saputo costruire partendo da pochi elementi che dapprima rimangono sullo sfondo, apparentemente con la sola funzione di precisare in che epoca siamo; ma che, man mano che si procede, si espanderanno a dismisura e con furore, in un crescendo allucinante di importanza e gravità. Per deflagrare nel 1944. In parallelo, la funzione di protagonista sarà ben presto guadagnata dal bambino che cresce. Il bambino del treno, appunto, il quale, scontrandosi con la tragedia montante, reagisce da par suo, con le risorse che la sua età gli mette a disposizione, e che sfrutta fino in fondo. E non solo: decide che vuole diventare ebreo. Per comprenderne i motivi va letto il libro.

La stazione vista da Case Pian Bertozzi, 2002

Nonostante la stazione sia - lo ripeto - il palcoscenico centrale della vicenda, uno dei meriti di Paolo è quello di aver saputo restituire vita e dignità a una sorta di - verrebbe da dire - autentica etnia, oggi praticamente inghiottita dall'oblio e sulla quale non si è mai scritto o parlato, o almeno non quanto meriterebbe: gli abitanti delle case sparse.

Case Brancobalardi, 2008
Case. Casolari. Isolati gli uni dagli altri, ma ciascuno con la sua propria denominazione. Case Brancobalardi, Le Casette, Case Pian Bertozzi, Piandolci. E altre ancora. Quelle che compaiono nel romanzo sono state meta, ormai diversi anni fa, di vagabondaggi da parte del sottoscritto, a volte in solitaria, a volte insieme con il mio amico e vicino di casa Gianni Pieri. I sentieri che vi conducevano sono oggi spesso difficili da identificare, e il rischio di perdersi è spesso alto (una volta mi capitò), ma Gianni conosce la zona meglio di Google Maps. Come si vede dalle foto che scattai, le case sono ormai niente più che ruderi. Anche se rimangono tracce forse indistinte ma sufficienti a far intuire quanta vita vi sia trascorsa.

Piandolci, 2002
Questa vita, Paolo Casadio l'ha riportata alla luce in tutta la sua straordinaria concretezza e, fatto importantissimo, senza mai scivolare nella retorica. Il rischio era alto, sia da un lato: "Ah, bei tempi andati, quando si viveva a diretto contatto con la natura e il grano lo battevano a mano [sì: gli altri!]"; sia da quello opposto: "Ah, i poveri contadini, vittime del padrone e del fattore, morivano sempre di fame, oh, che vita terribile...!". 
No. La vita di chi abitava le case sparse era davvero quella narrata da Paolo, nel bene e nel male. Dignitosa, lieta, terribile, allegra, angosciata, monotona, avvincente. E difficile, certo. Ma altrove era forse tanto più facile?

Le Casette, 2010
Della stazione di Fornello si parlava talora sul Messaggero del Mugello, settimanale che per 50 anni, dal 1883 al 1933 raccontò le cronache della regione. Oggi è consultabile on line ed è una miniera di informazioni. In occasione dell'inaugurazione della luce elettrica a Gattaia, estremo centro abitato prima dell'Appennino e il più vicino alle case sparse, si scrisse (sotto) del progetto per una strada rotabile che collegasse la frazione a Fornello. Era il 21 aprile (Natale di Roma!) 1929.   



Leggiamo sempre sul Messaggero del 6 ottobre seguente che la signorina Lenina Lanini Cucciatti si attivò perché il progetto vedesse la luce. Cosa che non avvenne mai. Non era neanche il primo tentativo, e non fu l'ultimo. Adriano Gasparrini ritrovò negli archivi del Comune di Vicchio una raccolta di firme, circa il 1935-36, rivolta direttamente al duce, affinché dicesse una parola in più per la creazione di questa benedetta strada. Giunse, non proprio immediatamente, né firmata da Mussolini, una risposta in retorico-burocratese da cui si poteva decifrare che mancavano i soldi. Mancavano sempre i soldi. Poi gli avvenimenti precipitarono, come tutti sanno e come Paolo Casadio ha saputo non solo narrare ma far percepire in modo palpabile a chi legge il suo romanzo.
Una parentesi per Lenina, figlia di un possidente del posto, donna vulcanica e generosa, che animò instancabilmente la vita di Gattaia promuovendo a getto continuo manifestazioni per il duce e per la patria. Non tardò a pagare la sua devozione al fascismo ben oltre le sue colpe, in fondo praticamente nulle. I tedeschi in ritirata fecero saltare per aria la sua villa, e lei si ritrovò a vivere nell'unica stanzetta sul retro rimasta agibile, isolata e abbandonata da tutti. Un giornalista americano la incontrò nel 1948, e la descrisse molto grassa, molto erudita, molto infelice. Si spense nel 1980.

Messaggero del Mugello,
6 ottobre 1929
La stazione di Fornello ha ritrovato negli ultimi anni una certa notorietà. Viene recensita su Trip Advisor, ha una voce su Wikipedia, un sito, e, come si legge su quest'ultimo, è stata inserita all’interno dei Censimento dei Luoghi del Cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano) ed è stato possibile votare online ottenendo grande visibilità. Il CAI, il Club Alpino Italiano, ha quasi completato la realizzazione di un sentiero che consente agli escursionisti di raggiungere la stazione senza mai venire in contatto diretto con la strada ferrata. Iniziative lodevoli ma, mi diceva proprio il mio amico Gianni, medaglia con un suo rovescio: "Il sentiero è ben tracciato e ben segnato, ma si sta popolando di cartacce e rifiuti la cui presenza, o meglio ancora la cui esistenza stessa era, fino a pochi anni fa, assolutamente inconcepibile nel cuore dell'Appennino."

Il bambino del treno, la cui lettura - l'avrete capito - raccomando caldamente, vanta anche un 'primato' per il quale sono grato a Paolo Casadio: è il primo testo che, nella bella e ricca - quanto opportuna - bibliografia finale, cita questo blog. Il riferimento è alla storia degli Ebrei ribelli, che pubblicai nell'aprile 2017.
 


martedì 2 gennaio 2018

Il bravo prete


Don Lorenzo Milani aveva detto: "Mi capiranno fra cinquant'anni".
La visita di Papa Francesco a Barbiana, avvenuta il 20 giugno appunto per i cinquant'anni dalla morte, ne ha avverato la profezia e ha costituito il momento cruciale di una consacrazione definitiva della figura di Don Lorenzo come cristiano e come sacerdote, e non poteva non riaprire dibattiti su questo bravo prete. Non ho intenzione di intervenire in merito. Non ne ho l'autorità e il mio parere non aggiungerebbe nulla di memorabile a quanto è stato finora scritto e/o detto.
Se scrivo questo post è per segnalare e condividere due testi che ho avuto occasione di esaminare solo di recente e in contemporanea, e che - integrando tra gli altri due libri fondamentali quali la celebre biografia di Neera Fallaci dal titolo Dalla parte dell'ultimo. Vita del prete Lorenzo Milani, Rizzoli 1974 e Lassù a Barbiana ieri e oggi, Polistampa 2004, di Bruno Becchi - mi hanno aiutato a comprendere qualcosa - molto - di più sul Priore di Barbiana.


Il mio amico Fabrizio Borghini pubblicò nel 2005, per i tipi di Jaca Book, Lorenzo Milani: gli anni del privilegio. Un libro dal titolo più che esplicito, che getta (nuova) luce sulla prima parte dell'esistenza di Don Lorenzo. Un libro sotto alle cento pagine ma, come si legge nella prefazione di Cosimo Ceccuti, "frutto di anni di meticolose ricerche, confronti, verifiche, riflessione attenta su testimonianze originali e indizi".

Fabrizio Borghini
Testimonianze originali che ci parlano di un ragazzo della Firenze bene degli anni 20, in una famiglia che - quando avere un'automobile era un lusso per pochi - di automobili ne aveva due.
Lorenzo frequentava il fior fiore della cultura e della nobiltà toscana, tra Firenze e Castiglioncello (interessantissima la storia dello sviluppo di questa località, inserita perfettamente nella narrazione senza apparire un di più). Intellettuali e nobili per lo più antifascisti, "ma tutti accettavano i riconoscimenti che il fascio sapeva dare a chi se li meritava", e antifascisti più che altro perché consideravano i fascisti "un branco di cafoni con quelle orrende divise".
Ma Lorenzo comprese, seppure non dall'oggi al domani, che "la fortuna economica della sua famiglia è lievitata sulle spalle dei contadini e dei pastori dei ventiquattro poderi della tenuta di Gigliola [di proprietà Milani]". Per questo, e mi pare la frase fondamentale, la sua rigorosa, irremovibile, cocciuta volontà di promuovere il riscatto dei poveri a partire dal piano culturale, che si concretizzò nelle sue scuole, (anda)va  intesa "non come dono da fare ai poveri ma come debito da pagare". Naturalmente ho solo sintetizzato una serie di concetti complessi, che Borghini nel libro ha saputo esprimere con chiarezza invidiabile.

Io insieme con Giampiero Pagnini
Non ho la fortuna di conoscere Andrea Cecconi e Gian Franco Riccioni, i curatori di Lorenzo Milani - immagini di una vita - dall'album della sorella Elena. Ho però la fortuna di annoverare tra i miei amici l'editore Gianfranco Pagnini, che mi ha cortesemente fornito questo libro, edito nel 2013 e fatto quasi soltanto di fotografie. Fotografie private, lo si capisce anche qui dal titolo, senza dubbio non destinate ad alcun tipo di pubblicazione.

Dedicata alla memoria di Elena, scomparsa nel 2010, e realizzata con la collaborazione del marito Erseo Polacco, "Questa pubblicazione" si legge nella premessa "vorrebbe proporsi come invito ad una riflessione silenziosa su Milani e sulle sue scelte di vita: nel senso di lasciare alle sole immagini la facoltà di 'parlare, la capacità cioè di suscitare nel lettore emozioni e suggestioni attraverso il non-detto, appunto". Il volume è diviso in due parti sostanzialmente di pari importanza e consistenza. I titoli sono: I miei primi vent'anni e La seconda nascita.
Se si esaminano le foto, ci si rende conto di una differenza quasi concettuale tra le due parti stesse: nella prima le foto sono quasi tutte in posa, nella seconda sono quasi tutte istantanee. Nulla di grave per le foto in posa. Si era in un'epoca priva di Smart, quando scattare una foto familiare, pur non essendo più qualcosa di eccezionale e unico, era pur sempre un avvenimento ed era del tutto naturale per l'occasione pettinarsi, riaggiustarsi il vestito (possibilmente della festa), se si era in gruppo sistemarsi in posizione opportuna con i più piccoli o bassi in primo piano, e infine sfoderare il miglior sorriso possibile. In fin dei conti, seppure con meno accorgimenti, accade ancora oggi coi selfie di gruppo.
Messe in relazione con le prime, le foto del sacerdozio ci appaiono rivelatrici di una condizione di serenità personale, per non dire interiore, che prima in Lorenzo non c'era. Nonostante le privazioni che aveva accettato in piena scienza e coscienza, e le amarezze causategli dalle difficoltà e dalle incomprensioni. O almeno questa è la sensazione che ne ho ricavato, forse influenzato dalla frase di Don Lorenzo riportata a pagina 128:

Io poi non ero mai stato bene come ora e se dicessi che ho coronato tutti imiei sogni d'infanzia direi una bugia perché io non ho avuto mai fantasia sufficiente per sognare tanti quanti poi [la Provvidenza] me ne ha dati.

Don Milani non amava, non voleva parlare dei suoi primi vent'anni "passati nelle tenebre dell'errore". Si può comprendere una sorta di pudore da parte sua. Col senno di poi ho la presunzione di sostenere che sbagliava. Perché questi due libri ci permettono di comprendere che fu proprio in larga parte la sua preesistente condizione di privilegiato a fornirgli le basi per intraprendere il percorso che lo condusse alle scelte religiose, culturali e sociali che ne hanno caratterizzato la - straordinaria - figura.

sabato 25 novembre 2017

Le grazie del Ponte alle Grazie


Il fatto che un libro intitolato Fra cielo e acqua - Le Romite del Ponte alle Grazie sia andato rapidamente esaurito - o giù di lì - non può che fare piacere. Vuol dire che a volerne sapere di più della nostra storia e delle nostre radici sono davvero in tanti e molti più di quanto ci si immaginerebbe. Da Pagnini Editore, nella persona di Giampiero Pagnini, ho saputo che qualche copia in qualche libreria può darsi che ci sia ancora, ma in ogni caso uscirà ben presto una nuova edizione.
Scritto (benissimo) da Beatrice Pucci con l'introduzione di Elena Giannarelli, narra nei particolari una storia di casette. Casette che, per noi abbastanza inverosimilmente, occuparono fino al 1874 le pigne del Ponte Rubaconte, poi divenuto Ponte alle Grazie.


Si vedono nella bellissima foto d'apertura, che ho ripreso da Com'era Firenze cent'anni fa (Bonechi 1969). Il ponte fu fatto costruire dal podestà Rubaconte da Mandello nel 1237, e fu l'unico a resistere alla terribile piena del 1333. I piccoli edifici sulle pigne erano già stati costruiti a partire almeno dal 1292 e furono in principio commerciali. "Dagli inizi del Trecento invece" scrive Beatrice "le fonti documentarie attestano la crescente presenza di oratori, cappelle votive e romitori sulle pigne del ponte che faceva parte della parrocchia di San Remigio"

Le vicende relative a questi romitori e alle loro occupanti  - sì, erano tutte donne - vengono narrate da Beatrice in forma di racconto avvincente. Si tratta di vicende non di rado destinate ad avere ripercussioni sulla storia fiorentina. Apollonia di Ventura di Cennino entrò nel 1390 in una delle casette per restarvi a vivere dedicandosi esclusivamente alla preghiera. Raggiunta dall'amica Agata con la nipotina, "per il grande desiderio di non avere contatti con altre persone ed essere più libere di dedicarsi esclusivamente a Dio e alla penitenza, decisero di murarsi nella loro casa sul Ponte", ciò che avvenne nel 1400. Una sola finestrella consentiva l'entrata del minimo indispensabile per il loro sostentamento. Nasceva così fra cielo e acqua il convento delle Murate, le cui religiose, non senza aver meritato l'ammirazione e devozione dei fiorentini, nel 1424 si sarebbero poi trasferite in via Ghibellina.


Va da sé che la storia è ben più complessa, come le altre. Beatrice Pucci le inserisce poi in un contesto più ampio, facendone conoscere le premesse e illustrando lo svilupparsi della vita eremitica a partire dal IV secolo in Asia Minore, parallelamente al nascere delle prime esperienze comunitarie monacali. Particolare attenzione viene giustamente rivolta all'eremitismo femminile, molto frequente ma poco raccontato, per di più e per lo più attraverso lenti maschili(ste). Si è messi alla fine davanti a due concetti in apparenza paradossali: il primo è "vivere in solitudine rimanendo in un contesto urbano", fenomeno che verso il XIII secolo andò diffondendosi ben più di quanto non venga istintivamente da pensare. Un esempio fiorentino - ma Beatrice ne cita molti altri - è quello della Beata Umiliana de' Cerchi che si autorecluse "in una cellula della torre della casa paterna dove pregava giorno e notte; usciva all'alba per recarsi agli uffici divini o per qualche opera di carità ed il sabato per potersi comunicare".
Il secondo concetto ci risulta ancora più ostico da comprendere, ed è la scelta monacale fino all'autoincarcerazione come scelta femminile del tutto consapevole e indipendente, non di rado operata per sfuggire o rimediare a imposizioni da parte della famiglia. L'autoincarcerazione come scelta di libertà, insomma. Situazioni in cui viene rovesciato il concetto / luogo comune della monaca di Monza a cui le nostre forzate letture liceali ci avevano abituati (I Promessi Sposi è un capolavoro, ma viene fatto leggere all'età sbagliata).

Se guardate di nuovo la foto d'apertura, noterete all'estrema sinistra una costruzione con una croce sul tetto. Vi era in precedenza, dal 1313, un semplice tabernacolo, con una Madonna col Bambino oggi attribuita al Maestro della Santa Cecilia. Il dipinto si guadagnò ben presto una fama di immagine miracolosa (ne parla anche il Sacchetti), al punto che nel 1371 Iacopo di Carroccio Alberti ottenne l'autorizzazione per costruirvi intorno una cappella che la custodisse. La devozione dei fiorentini crebbe ulteriormente insieme con le grazie concesse loro dalla Beata Vergine, e la denominazione iniziale  della cappella a S. Maria divenne a S. Maria delle Grazie, titolo che si estese poi al ponte. Il ponte di Rubaconte divenne il ponte alle Grazie come ancora oggi è universalmente conosciuto. Scrive Beatrice:

Il Comune nel 1866 deliberò l'ampliamento della carreggiata del piano stradale (...). Così nel 1874 furono distrutte tutte le singolari costruzioni sulle pigne. Anche l'oratorio di S. Maria delle Grazie fu demolito, ma per volontà dei suoi patroni venne ricostruito con le stesse caratteristiche a poca distanza. La famiglia Alberti mise a disposizione uno dei suoi palazzi a pochi metri dal ponte e lì, dopo importanti lavori di ristrutturazione, venne traslato l'affresco della Madonna miracolosa.

L'oratorio, piccolo come era sulla pigna del ponte, esiste ancora, è sul Lungarno Diaz al n. 6. Qui è esposta l'immagine di S. Maria, e qui ho conosciuto Beatrice Pucci, Autrice del libro, e Marisa Aterini, che dell'oratorio sono responsabili e lo tengono come un bijoux.
Con non inattesa umiltà Beatrice mi ha raccontato come il libro sia risultato di un anno di lavoro continuo, in particolare di ricerche negli archivi, meno sfibrante che appassionante. "Non ce l'avrei fatta senza il supporto di Marisa!, e i contributi di Elena Giannarelli." Quasi sorpresa alla notizia che il libro è praticamente esaurito, non nasconde però una soddisfazione più che legittima. Poi mi parlano entrambe della cura con cui gestiscono l'oratorio, cura sulla quale non c'era bisogno di precisazioni. "Cerchiamo di renderlo più, come dire, riconoscibile, perché è davvero piccolo e rischia di non essere notato."

A questo proposito le domando se è vero quanto avevo letto su un sito, che l'oratorio di S. Maria alle Grazie è il più piccolo d'Italia. "L'abbiamo sentito dire anche noi" mi risponde, "ma francamente non potremmo confermarlo con certezza. In molti casi la figura dell'oratorio è stata accostata per antitesi all'altro tempio mariano fiorentino: la SS. Annunziata. Grande quello, piccolo questo."
Infine, il desiderio di Beatrice e Marisa: porre sul ponte alle Grazie una targa che ricordi la presenza dei romitori - e l'attività delle occupanti - sulle pigne. "Ci auguriamo di avere presto le relative autorizzazioni."
Qualora non riusciate a trovare il libro di Beatrice Pucci, potete contattare la Casa Editrice qui.





lunedì 12 giugno 2017

Vicchio nel Secolo dei Lumi


Con il libro di Adriano Gasparrini e Alfredo Altieri La comunità di Vicchio nel Settecento (ed. Noferini 2017) siamo al secondo, e si spera non ultimo, capitolo della riscoperta & rivalutazione della figura e soprattutto dell'opera di Valentino Felice Mannucci.
Mannucci, nato nel 1702, non ebbe inizialmente una gran fortuna. Di famiglia nobile caduta in disgrazia, conobbe anche il carcere. Finché nel 1732 non sposò Barbara Bruschi, di una ricca famiglia livornese. La tranquillità economica che ne derivò gli consentì di darsi da fare su diversi fronti. Adempì agli obblighi tipici di una famiglia nobiliare. Nel 1743 fu nominato podestà a Vicchio, e nel 1745 a Castelfiorentino (sarebbe morto prematuramente due anni dopo). Su sostegno e insistenza dell'erudito Domenico Maria Manni, girò il Mugello annotando e scrivendo su tutto ciò che riteneva degno di nota, con grande meticolosità. Secondo la storica Rossella Tarchi si comportò da viaggiatore, consultatore, intervistatore. Il risultato fu (è) una sorta di guida anche più moderna della celebre e quasi coeva Descrizione della Provincia del Mugello (1748) di Giuseppe Maria Brocchi.
Alfredo Altieri rinvenne il suo manoscritto di ben 239 carte in uno scaffale della Biblioteca Medicea Laurenziana, e iniziò un paziente lavoro di trascrizione, che condusse alla pubblicazione, nel 2009, di Notizie del Borgo San Lorenzo in Mugello e suo territorio raccolte da Valentino Felice Mannucci nel 1742-1743 (Protagon Editori) relativo dunque al Borgo a S. Lorenzo, e arricchito dalle foto dello sterminato archivio di Aldo Giovannini.

Presentazione del libro a Vicchio: da sin. Altieri, Gasparrini, Roberto Izzo,
Carla Giuseppina Romby, Giovanna Del Gobbo

Chi ha letto il volume ricorda due particolarità: Uno, che le dimensioni di chiese, pievi, oratori, edifici in generale, non erano date in unità di misura, ma in capienza: quante anime possono contenere. Due, sono riportati in modo quasi maniacale i testi di tutte le lapidi incontrate dall'Autore. Poi magari il lettore le sorvola perché sono quasi tutte in latino, e tutte senza quasi pesantucce, ma gli fa piacere sapere di averle a disposizione.

Oggi esce il libro con la parte delle notizie di Mannucci dedicate a Vicchio. Si ritrovano anche qui le particolarità ora citate. Il testo è scritto in un italiano tutto sommato abbastanza scorrevole, considerando l'epoca a cui risale. Tuttavia, lavorando insieme con una intesa e una sinergia non comuni, i miei amici Alfredo Altieri e Adriano Gasparrini hanno integrato nella pubblicazione una quantità di altre notizie storiche sul '700 vicchiese, concependo così la guida di Mannucci come elemento centrale di un'opera su Vicchio che, se non raggiunge la completezza, ci si avvicina per davvero: La Comunità di Vicchio nel Settecento sbalordisce per la ricchezza di informazioni, al punto di risultare quasi un testo universitario. Roba elitaria, da studiosi? Pesante tomo accademico? Neanche per sogno. Ecco cosa si legge tra l'altro nella presentazione redatta dal Sindaco di Vicchio Roberto Izzo e dall'Assessore alla Cultura Carlotta Tai: "Se alcune parti del libro saranno apprezzate solo dai lettori specializzati, non mancano però dettagli curiosi e divertenti che lo rendono godibile a tutti, tanto più che è stato arricchito con illustrazioni, disegni, carte e cabrei di notevole valore, parte dei quali riprodotti per la prima volta."

Presentazione del libro in S. Omobono a Borgo S. Lorenzo.
Da sin. Aldo Giovannini, Rossella Tarchi, Filippo Bellandi, Gasparrini, Altieri

Mi azzardo così a raccomandare questo libro a chi, abitando nel Mugello e non solo a Vicchio, abbia in famiglia un ragazzo in età scolare, dalle medie in su. Non necessariamente perché lo legga dall'inizio alla fine (non è un romanzo), ma perché lo consulti, volta a volta. Per saperne di più sulla terra dove è nato e/o dove vive, in particolare come era nel secolo dei lumi. La curiosità farà il resto. Il libro è in grado di risvegliarla.
E un ulteriore auspicio: che Altieri e Gasparrini completino l'opera di trascrizione del ponderoso manoscritto di Mannucci con le parti dedicate a Dicomano e San Godenzo.


venerdì 9 giugno 2017

I mugellani di Bruno


"Scritti sul Mugello", edizioni Il Filo, è una raccolta di saggi del mio amico Bruno Becchi, scritti tra il 1997 e il 2016. In questi giorni la sta promuovendo attivamente.
Prima di andare avanti, cassiamo subito via dalla parola saggi tutto ciò che possa essere in odore di noia, di accademia, di elitario. Questi saggi sono leggibili da chiunque. Il primo capitolo, sul Risorgimento in Mugello, è un prodigio di sintesi, chiarezza e precisione. La comunicatività è sempre stata d'altronde una delle armi di Bruno: "Non ho mai dimenticato gli insegnamenti di Giorgio Spini, il quale mi diceva, fra l'altro, che se scrivi in modo confuso vuol dire che hai idee confuse." Come riportato nella quarta di copertina, e per tacere della sua attività di insegnante, Bruno è "studioso dell'età contemporanea che, nel corso della sua attività, si è occupato di storiografia ed ha fatto ricerche e pubblicazioni sulla storia del socialismo e del Partito d'azione, sulla classe dirigente italiana dal fascismo ai nostri giorni, su Don Lorenzo Milani e la scuola di Barbiana." Aggiungiamo che vive a Vicchio con la moglie Cristina e due figli. I suoi libri sono numerosi. Ricordo, tra i più recenti, Lassù a Barbiana ieri e oggi. Studi, intevrenti, testimonianze su don Lorenzo Milani (Polistampa 2004), e Figure del socialismo Italiano (Pagnini 2010), che ebbi l'onore di presentare a Vicchio. In preparazione, un testo più ponderoso dal titolo Studi sull'Ottocento e il Novecento. Storie di libri, fatti, idee, persone e personaggi.

"Più che sul Mugello", mi spiega Bruno, "Scritti sul Mugello è un libro sui mugellani. In un Mugello non chiuso in se stesso, ma che è al contrario una sorta di centro di irradiazione a 360°" Ugualmente a 360° sono gli argomenti trattati. "Non c'è un vero filo conduttore, è un libro che non va necessariamente letto da capo a fondo, ogni brano fa storia a sé."
In effetti colpisce, nel leggere il sommario, l'eterogeneità di argomenti. Si parla, abbiamo visto, di Risorgimento. Poi di antichi riti contadini. Di artisti. Di insegnanti. Si parla, certo, soprattutto di libri. Libri altrettanto eterogenei. Lo spazio dedicato alle Novelle scritte a mano (Pagnini 2004) di Donella Lasciarfari Gori è pari o maggiore rispetto a quello dedicato a Il valore degli altri. Saggio sulle relazioni umane come risultato dell'operare mentale (Odradek 2015) di Stefano Piovanelli. Attenzione: Stefano, non Silvano, come lì per lì mi era parso. Non si tratta del Cardinale ex Arcivescovo fiorentino. Il mio lapsus è forse spiegabile, oltre che con la somiglianza grafica dei nomi, col fatto che poco più avanti due articoli sono dedicati al ricordo di don Angelo Vallesi, col quale il laico Bruno afferma di essere un debitore quasi da bancarotta.

Ma esiste un denominatore comune tra i capitoli di questo libro? Sì, esiste: ed è l'attenzione rivolta da Bruno a tutti gli argomenti che affronta, la pari dignità che ad essi riconosce: a riti contadini antichissimi nei quali gli stessi contadini non credevano, così come a una figura d'artista come il pittore Carlo Galleni che incontrò Luzi, Montale, Pratolini; a libri che rievocano episodi locali della Seconda Guerra mondiale; a insegnanti come i già citati Donella Lascialfari Gori e don Vallesi professore di religione di Bruno, o Cesare Pozzesi. Tutto, ci dice Bruno con Scritti sul Mugello, merita l'analisi, l'attenzione di noi tutti, nulla è secondario, nulla si può né si deve trascurare. Conclude il libro un sentitissimo e toccante episodio autobiografico, che prende le mosse dalla prematura morte della mamma di un'alunna di Bruno.

Mi viene in mente una frase di François Truffaut relativa al mestiere di regista: "Il film che abbiamo girato con maggior disinvoltura farà forse il giro del mondo". La mia sensazione è che Scritti sul Mugello sia il libro realizzato da Bruno con maggior disinvoltura. Facesse davvero il giro del mondo, e glielo auguro di cuore, porterebbe una immagine bella quanto reale della regione nella quale Bruno è nato. Buona lettura a tutti.







sabato 11 febbraio 2017

Elisa Marianini e il Nuovo Umanesimo di Tito Chini


Tito Chini (Firenze 1898 Desio 1947), figlio di Chino e fratello di Augusto, studiò presso la Scuola d'Arte in Piazza Santa Croce a Firenze e si diplomò nel 1916. Collaborò giovanissimo con le Fornaci San Lorenzo divenendo nel 1925 direttore artistico dopo l'abbandono di questo ruolo da parte di Galileo. Fu protetto dal conte Guglielmo Pecori Giraldi, maresciallo d'Italia e suo superiore in guerra. Ottenne varie committenze per la decorazione di ville gentilizie in Mugello ed anche di memorie legate al ricordo dei caduti della Grande Guerra, in particolare eseguì affreschi a Palazzuolo sul Senio, nell'Oratorio del Pasubio, nel Duomo di Schio, nel Tempio Ossario di Bassano del Grappa e nel Caffè Margherita di Viareggio, eseguì le vetrate dell'Hotel Roma a Firenze, collaborò alla progettazione del complesso termale di Castrocaro realizzando tutto l'apparato decorativo interno ed esterno. Numerosa e artisticamente importante risulta la sua produzione in Mugello spesso offuscata dalla celebrità di Galileo Chini. A Borgo San Lorenzo nel 1931 progettò e decorò il Palazzo Comunale (la foto d'apertura lo ritrae davanti al Sacello Ossario sul Pasubio).

Questa nota biografica, straordinaria nella sua essenzialità, è opera della mia amica Elisa Marianini, pittrice, restauratrice, divulgatrice ecc. ecc. (non ne conosco tanti che, a nominare le loro attività, possono permettersi un ecc. ecc.!).
Elisa con la figura di Tito Chini ha da sempre un rapporto privilegiato. L'atto più recente di questo rapporto è la pubblicazione di uno splendido volume pubblicato dai tipi di Francesco Noferini, intitolato Percorsi di luce - una lettura esoterica del palazzo comunale di Borgo San Lorenzo e di altre opere di Tito Chini, frutto di un lavoro durato oltre dieci anni.

Elisa Marianini presenta il suo libro nella Sala consiglio del palazzo comunale di Borgo S. Lorenzo
Durante la presentazione, tenutasi lo scorso 18 dicembre nello stesso palazzo comunale, Elisa parlò di un nuovo umanesimo come elemento decisivo nella vicenda di questo artista che si sposò nella cappella dei pittori in SS. Annunziata a Firenze, si batté perché l’arte entrasse nella quotidianità e, in una lettera redatta due anni prima della morte, scrisse di vedere il futuro come un serramento infinito.
"Nuovo umanesimo" mi spiega adesso Elisa "nel senso che Tito voleva porre in primo piano i valori dell'uomo come costruttore di se stesso, un'idea vicina a quella di un Pico della Mirandola. Questi assegnava all'uomo un privilegio: quello di poter forgiare se stesso in modo da poter cambiare la sua posizione, salendo o scendendo di grado in dignità e valore. Una possibilità agli animali - e agli angeli - del tutto preclusa."
Tito si riconobbe nei principi della Massoneria (che, tanto per chiarire, sta alla P2 come l'Islam sta all'Isis) a partire dal primo dei comandamenti: conosci te stesso. E dal compito fondamentale assegnato a ognuno, quello di contribuire, ognuno coi propri mezzi e le proprie possibilità, alla costruzione di una sorta di grande tempio morale.

Foto di Francesco Noferini
"Tutto ciò emerge in quella che è forse la sua opera più significativa. Nel palazzo comunale di Borgo domina la stella, cioè la luce, e il simbolo più evidente a chiunque, anche profano, vi entri, è il passaggio dal buio alla luce che si compie nel salire le scale."

Foto di Francesco Noferini
Non importa soffermarsi sul resto della complessa simbologia rappresentata nel palazzo stesso, e che è minuziosamente quanto chiaramente spiegata nel libro. Ciò che importa è comprendere che, quanto più Tito Chini aveva creduto nei valori umani e umanistici, tanto più ricavò delusioni profonde e terribili frustrazioni dal susseguirsi dei fatti storici. "Tito aveva aderito a un fascismo che inizialmente gli pareva non essere privo di affinità con l'ideologia massonica. Poi però ne divenne la negazione - annullamento, altro che valorizzazione dell'uomo! -, e infatti mise la Massoneria fuori legge. Scontò in prima persona le tragiche vicende della Seconda Guerra Mondiale: il bombardamento e distruzione delle Fornaci, la disoccupazione, la disperazione." Era ridotto a uno scheletro quando scrisse del già citato serramento infinito. Era il 1945. Sarebbe vissuto (malissimo) ancora due anni.
Dopo la morte ha rischiato e, ammettiamolo, tuttora rischia un oblio causato anche dal giganteggiare straripante della figura del più celebre ed estroverso Galileo. "Solo un'analisi superficiale" precisa Elisa "può accostare i due stili artistici. I loro caratteri erano, si può dire, opposti. Uno estroverso e un po' esibizionista, l'altro del tutto schivo. Galileo Chni fu uno dei maggiori esponenti italiani del liberty. Il suo pane erano le curve, gli arabeschi, i coup de fouet, i colpi di frusta. Si deve riconoscere che non di rado percorreva volentieri strade artistiche già collaudate e sicure. Tito apparteneva all'Art nouveau, e infatti aveva come cifra stilistica, al contrario, la simmetria, le linee rette, le linee spezzate. Mai del tutto soddisfatto del proprio lavoro, si rimetteva costantemente in discussione. Di ritorno da una visita a una villa affrescata dal Tiepolo, scrisse una volta alla moglie quanto si sentiva, a confronto, una nullità."

sabato 21 gennaio 2017

Un macchiaiolo dimenticato: Stanislao Pointeau.

Di Stanislao Pointeau si ricordano in pochi. Eppure fu uno dei frequentatori più assidui del Caffè Michelangelo fiorentino, e lo vediamo caricaturato nel celebre acquerello di Adriano Cecioni: è di spalle, sulla sinistra, in primo piano tra gli altri esponenti del celebre movimento della macchia. Di circoli culturali ne frequentò più d'uno. Ma la sua carriera artistica fu breve, e meno intensa di quelle di suoi colleghi che, pur avendo lasciato questo mondo ancora giovani(ssimi), oggi tuttavia sono ricordati da tutti. Il suo amico Raffaello Sernesi, ucciso in battaglia a 28 anni, è un buon esempio.

Adriano Cecioni, il Caffè Michelangelo
Pointeau nacque a Firenze nel 1833, da un facoltoso commerciante di vini francese, il quale aveva aperto nel capoluogo toscano una rivendita di Bordeaux. Stanislao mantenne la cittadinanza francese, ma si mosse soprattutto nella nostra penisola, sia per motivi di lavoro - proseguiva l'attività commerciale paterna -, sia per piacere. Strinse amicizia con quasi tutti i Macchiaioli, e compì con alcuni di loro numerosi viaggi durante il quali non si risparmiò nel disegnare e dipingere, oltre che nell'incisione. Soggiornò a Roma, viaggiò per il Mugello e per le campagne toscane, fu a Ischia nel 1862. Ma nel 1865 abbandonò la pittura. Visse fino al 1907.

Renaioli dell'Arno, 1861

Esiste un solo libro monografico, purtroppo da tempo esaurito, su Stanislao Pointeau, ed è opera del mio amico Tebaldo Lorini, appassionato storico locale di Borgo S. Lorenzo, nonché autore di numerosi altri libri e testi teatrali. Il suo incontro con la figura di questo artista merita di essere raccontato. 

Tebaldo Lorini tra l'attore Marco Paoli e il pittore Enrico Visani
Tebaldo, si era sul finire degli anni '80, era rimasto incuriosito da un dipinto, che mostrava l'antica e scomparsa Porta a Borgo, o Porta fiorentina, di Vicchio, sulla copertina di un libro di Carlo Sisi dedicato ai Macchiaioli ed edito dalla Cassa di Risparmio di Firenze.

Contattò lo stesso autore del libro, il quale gli permise di rintracciare gli eredi di Stanislao Pointeau: tale Picchi - il cui nonno aveva sposato la sorella di Stanislao - e la consorte. Erano due persone decisamente anziane che, raggiunte al loro indirizzo, non si fidarono e non fecero entrare in casa Tebaldo. Questi, tutt'altro che rassegnato, volle ripresentarsi mostrandogli uno dei suoi libri con la sua fotografia stampata sul risvolto di copertina. L'atteggiamento dei due vecchi virò di 180°! Lo accolsero in casa, ove Tebaldo vide tra l'altro due Manet. Manet aveva soggiornato a Firenze nel 1851, e Picchi nonno lo aveva ospitato di buon grado. E non fu l'unico.
I signori Picchi mostrarono a Tebaldo una raccolta di disegni fatti da un diciottenne Stanislao Pointeau durante un viaggio in Mugello. Tebaldo poté pubblicarla, con in copertina La ferratura del bove, probabilmente dipinto a Vicchio. I disegni presentati lasciavano facilmente intravedere un artista di grande talento e di grande futuro. Purtroppo questo futuro non vide la luce perché nel 1862, durante un soggiorno a Ischia insieme con Raffaello Sernesi, visitò un bordello e contrasse la sifilide. La sifilide non perdona(va). Ed è più che sufficiente per spiegare il suo progressivo abbandono di amici, arte, viaggi.


Nel 1867 si trasferì a Pisa, allora fuori da qualsiasi circuito culturale e comunque nulla di paragonabile a Firenze. Qui continuò l'attività commerciale, ma annullò in breve tutti i contatti con quel mondo artistico vivacissimo che lo aveva visto come uno dei più attivi e prorompenti protagonisti. E uno dei più allegri. Riferisce Adriano Cecioni che, quando rideva a Montelupo, lo sentivano dalla Capraia.
Che Pointeau meriterebbe una riscoperta è facile a dirsi, ma ben difficile da mettersi in pratica. I suoi dipinti si trovano a fatica anche sul web, e coperti da copyright. Nelle aste, comprese quelle dedicate espressamente ai Macchiaioli, se ne trovano poche tracce.


giovedì 29 dicembre 2016

E come vide Siena in Montaperti,


nel prendere le palle siamo esperti! Lo cantava Riccardo Marasco in Palle in costume (1990). Si torna a parlare di Montaperti grazie a un libro appena pubblicato dal mio amico Fabrizio Scheggi. S'intitola Il Mugello nel libro di Montaperti. 
Probabilmente la storia la conoscete. Tra le conseguenze della battaglia che il 4 settembre 1260 oppose fiorentini e senesi con la vittoria totale di questi ultimi, ci fu il sequestro come preda di guerra di un corposo fascicolo di fogli pieni di nomi e numeri. Fascicolo di cui per secoli non si comprese il valore. Dopo essere rimasto a Siena per 300 anni, tornò a Firenze nel 1570. Solo nella seconda metà dell'800 lo storico e archivista Cesare Paoli,  cui tutti dovremmo essere grati, lo esaminò, ricompose, riordinò, fino a trascriverlo e farlo stampare dal Gabinetto Viesseux nel 1889. Oggi è scaricabile su Internet e ha avuto una ristampa anastatica nel 2004.
Il Libro di Montaperti non è un volume poetico. È quanto di più prosaico si possa immaginare. È una serie di registri. Elenchi su elenchi, nomi, luoghi. E poi leggi, emanazioni, regolamenti. Ma è anche quasi un elenco telefonico di Firenze & Contado anno 1260, con in omaggio i modelli Unico, 740 e/o 730 di tutti i suoi abitanti, già compilati. Renato Stopani ne analizzò alcune parti in Il contado fiorentino nella seconda metà del dugento (Salimbeni 1979). Scrive Stopani:

Il Libro di Montaperti (...) consta di vari registri, quaderni e carte che servirono ai diversi uffici militari e amministrativi dell'esercito fiorentino nel 1260, in occasione della guerra contro Siena. (...) Alcune parti del libro riguardano in particolare i popoli ed i comuni del contado e costituiscono un documento prezioso, non solo per la determinazione topografica, politica ed ecclesiastica del territorio fiorentino, ma anche per una valutazione comparativa del potenziale economico dei vari popoli. Specialmente due registri ci permettono di delineare l'amministrazione del contado nell'anno 1260: si tratta di una lista che enumera i nomi dei fornitori di pane all'esercito fiorentino, e di un altro elenco nel quale sono registrate le parrocchie rurali e le quantità di grano che ciascuna di esse doveva fornire per l'approvvigionamento di Montalcino assediata dai senesi.

L'analisi che oggi compie Fabrizio Scheggi è diversa da quella compiuta da Stopani (per chiarire: non si fanno concorrenza, peraltro a trentasette anni di distanza), ed è concentrata sulla regione mugellana. Non c'è da sorprendersene: Fabrizio è nato sulla Bolognese, ha abitato per 15 anni a Pietramala (Firenzuola) e adesso vive a S. Maria a Vezzano (Vicchio). La sua mamma nacque a Ripafratta (Le Ville, Borgo S. Lorenzo), il babbo a Marzano, sopra Grezzano (sempre Borgo S. Lorenzo). Suo figlio lavora a S. Piero a Sieve; uno zio, oggi felicemente in pensione, ha fatto per anni il guardiacaccia presso Villa Le Maschere (Barberino).

Fabrizio Scheggi
Appassionato da sempre di storia del Mugello a tutti i livelli, ha già pubblicato diversi libri, tra cui spicca il bel romanzo biografico (o biografia romanzata?) La panacea nella pigola (Noferini 2011). Per la realizzazione del Mugello nel libro di Montaperti è stato necessario un lungo lavoro, i cui risultati sono non di rado sorprendenti ed inediti. Non voglio ovviamente anticipare il piacere della lettura, anche se non è un giallo, ma mi limito a sottolineare un esempio tra i non pochi che ho trovato degni di nota. Fabrizio ha fatto emergere dall'esame (oculato) del testo originale la presenza di roccaforti che andavano a formare una sorta di cintura alla base degli Appennini, da Barberino a Vicchio (che non c'era ancora). Ma diverse di queste postazioni sono state del tutto cancellate, probabilmente non da assalti nemici, bensì da un inarrestabile oblio. Fabrizio ha faticato non poco per riuscire a localizzarle. I loro nomi non compaiono, non solo su testi sacri come il Dizionario geografico storico della Toscana di Emanuele Repetti, pubblicato dal 1833 in poi, ma neanche su testi recenti come il minuziosissimo Forme e strutture del popolamento nel contado fiorentino di Paolo Pirillo (Olschki 2008). Un buon esempio è Capaccio, a nordovest di Vicchio. Nel 1260 doveva costituire una postazione fortificata di importanza strategica non indifferente. Il toponimo è miracolosamente sopravvissuto, ma adesso sta a indicare un unico casolare su un'altura.

La località Capaccio
Ciò che ne consegue è la constatazione del destino imprevedibile subìto nel corso del tempo da luoghi, località, agglomerati, interi paesi. Castelli imponenti, ben presidiati e forse inespugnabili dalle truppe nemiche, furono poi espugnati da una sopraggiunta incuria, causata  da chissà quali cambi di strategie, o da disinteresse, o da mancanza di soldi. Seppelliti. Dimenticati. Laddove gruppi di due o tre case venivano a espandersi per formare comuni(tà) che, quale più quale meno, crescevano sempre più di dimensioni e di rilevanza economica, sociale, strategica. Fino ad oggi? Dipende. Se un'epidemia o una scorribanda o una carestia ne falcidiava gli abitanti, o se a breve distanza veniva fondata una terranova, costruito un ponte, deviata la strada, tutto era rimesso in discussione. Fabrizio elenca a un certo punto tutte le località mugellane rammentate nell'Archivio viatorio, in stretto ordine alfabetico. Hai voglia a essere un grande conoscitore di storia locale. La maggior parte di questi nomi risultano del tutto sconosciuti. Dov'era Rascio? Dov'era Saletta? E Carmignano (non c'entra con il comune pratese)?
Buona lettura. Il Mugello nel libro di Montaperti è al momento disponibile nelle librerie mugellane, e presto - mi si assicura - potrà essere ordinato sul web. Chiedete di più al mio amico Francesco Noferini

sabato 3 dicembre 2016

Fiume di parole accese: Ivo Guasti

Mi giunge, graditissimo, l'ultimo libro di poesie di Ivo Guasti, dal titolo Altrove (ed. Polistampa, presentazione di Alessandro Borsotti).
Conobbi Ivo (Barberino di Mugello, classe 1933) a Borgo S. Lorenzo nel novembre 2011. Per iniziativa dello scrittore Tebaldo Lorini e dell'attore Marco Paoli, suoi grandi amici, era stato allestito in Villa Pecori uno spettacolo dedicato alle sue poesie: ne aveva già pubblicate allora una trentina di raccolte. I suoi brani erano interpolati da citazioni di suoi illustri colleghi. Brecht, Neruda, Pavese, Garcia Lorca, Raphael Alberti, Edgar Lee Masters. E ad ognuno di essi si riallacciavano i (con)seguenti versi di Ivo. Fu un grande successo.

Da sin. Tebaldo Lorini, Ivo Guasti, Marco Paoli
Ivo ha proseguito la sua produzione poetica, cui è venuta ad aggiungersi, nel 2015, una corposa autobiografia intitolata Finché dura il tempo (Polistampa), scritta in collaborazione & conversazione con Alessandro Borsotti. Scrissi allora: "Guasti racconta le sue vicende personali e familiari in un paese del Mugello che cambia (im)percettibilmente lungo i giorni, i mesi, gli anni; della sua lunga militanza in un Partito Comunista in cui le discussioni e i dissensi erano più numerosi di quanto non si potesse pensare, anche se nessuno allora si sognava di fare sgambetti ai compagni. I suoi incontri (faccio un solo nome: Umberto Terracini) e le sue amicizie (...) Racconta del suo lavoro in Provincia, degli eventi culturali da lui organizzati e conseguentemente della quantità sbalorditiva di personalità da lui conosciute. Anche qui mi limito a nominare Rafael Alberti, la cui influenza sull’attività poetica di Ivo sarà determinante.". Insomma, viene tratteggiata la base umana e culturale da cui origina il rapporto privilegiato di Ivo con le parole (concetto da precisare, come vedremo).
Nel 2015 uscì Scrivere il tempo, edito da Le mimose, illustrato o meglio integrato dalle immagini di sculture di Adriano Bimbi. Lo recensii concludendo che faceva restare col desiderio che presto arrivasse una nuova raccolta di versi di Ivo Guasti. Ed ecco Altrove.
Le dimensioni ridotte del volume mi hanno portato d'istinto a paragonarlo a un bonsai. Non mi sbagliavo. Sfogliandolo, ci si accorge che le quarantanove poesie che si susseguono sono sì di radice inequivocabilmente occidentale, ma si avvicinano, spesso per brevità, spesso per temi, sempre per sensibilità, agli haiku giapponesi. Ne copio una.

alla fine del giorno 
qualcosa rimane
la luna
che canta di luce

Il titolo del post è un altro suo verso. Ancora più essenziale, ancora più scavata, più limata, più smussata, la poetica di Ivo Guasti risulta sconcertante per la capacità di dare nuova linfa vitale a parole abusatissime. Non so se qualcuno ricorda una bella serie di Caroselli, sì: Caroselli degli anni '70, in cui Anna Maria Guarnieri spiegava e soprattutto dimostrava da par suo che "anche la parola più banale, più logorata dall'uso (addio, no, stasera, dimmelo) può esprimere un'emozione, un sentimento, uno stato d'animo". Guasti si muove in modo sovrapponibile. Ci fa comprendere, una volta di più con Altrove, che la poesia non è nelle parole, ma nel rapporto tra le parole. 
Buona lettura!


martedì 22 novembre 2016

23 novembre: Fibonacci's day!

Oggi tutto il mondo celebra la figura di Leonardo Fibonacci. Non vi ricordate chi è? Il nome non vi è nuovo ma ogni ulteriore tentativo di collegamento mentale è fallito? Non c'è da vergognarsi. Anche per Paolo Ciampi (Direttore di Toscana - notizie, giornalista, autore di una ventina di libri, blogger, organizzatore di iniziative culturali di livello nazionale, insomma uno che, se si reca sull'isola di Vulcano, i turisti le foto le scattano a lui), anche per Paolo Ciampi il nome di Leonardo Fibonacci è stato a lungo nulla più che una via di Campo di Marte a Firenze, nei pressi della quale tuttora abita. Poi un bel giorno si è incuriosito, e ha iniziato a indagare e documentarsi. Il risultato è il suo nuovo libro, freschissimo di stampa con i tipi di Mursia, presentato sabato 19 novembre alla Biblioteca di Vaglia.

Paolo Ciampi con Sebastiana Gangemi (Pro Loco di Vaglia)
Il titolo è: L'uomo che ci regalò i numeri - la vita e i viaggi di Leonardo Fibonacci. E abbiamo capito, o ci siamo ricordati, di avere a che fare con un matematico. La sua biografia è tuttora in parte oscura. Visse a cavallo tra il 1100 e il 1200. La data di nascita precisa è ignota. Lo stesso cognome glielo hanno appioppato in seguito, ai suoi tempi i cognomi in pratica non c'erano. E anche lui fornisce pochissime notizie su se stesso nel suo libro più importante. Ciampi ha faticato non poco a cercare di ricostruire la storia di questo genio per caso, nato a Pisa e che quando era ancora un ragazzino - egli racconta - raggiunse il padre a Béjaïa (Cabilia, Algeria), per essere istruito alla scuola di calcolo. Calcolo che avrebbe dovuto semplicemente imparare a utilizzare per essere un bravo mercante come il babbo. Si era in un'epoca in cui bastava attraversare un fiume per cambiare unità di misura, criteri di valutazione, metodi di calcolo, forme di valuta. Leonardo forse un bravo mercante lo diventò davvero, ma non si fermò qui. Grazie a un non meglio identificato maestro e ad altri incontri con saggi, matematici, filosofi, teologi, astronomi, parla e ascolta, ragiona e discuti, rifletti e àpplicati, nel 1202 scrisse il ponderoso Liber Abaci, che va tradotto non come libro dell'abaco, ma come libro dei numeri. 
Paolo traccia l'evanescente biografia di Leonardo interpolando aneddoti autobiografici, non per narcisismo e tanto meno per pontificare, ma per aiutare il lettore a capire. Per esempio a capire la portata di una frase contenuta nel libro, che oggi ci sembra un primato di ovvietà:

I nove numeri indiani sono 9, 8, 7, 6, 5, 4, 3, 2, 1. Con questi nove e con il segno 0, che in arabo viene chiamato sifr, si può scrivere qualsiasi numero si voglia. 

Ma siamo appena entrati nel XIII secolo, e questa frase porterà a rigirare l'Occidente come un calzino. Anche se non avverrà certo di punto in bianco. Un Occidente abituato ai numeri romani e ad altre forme di conteggio. Non era facile, non poteva essere facile né veloce assimilare un sistema di numerazione decimale (fin qui ci si può stare), in cui i simboli cambiano di valore a seconda della loro posizione in una sequenza (X è sempre dieci, il valore del 5 in 951 è ben diverso da quello in 519: e qui è già più complicato) e in cui esiste lo zero: questa è l'innovazione più ostica, ma decisiva. Ci fu dapprima molta ostilità. Qualcuno diceva che dietro questi simboli si celava Satana (bah, ancora nel 2002 dissero la stessa cosa del testo di Aserejé). Più concretamente si argomentava la maggiore facilità a falsificare i simboli: che ci voleva a trasformare un 3 in un 8? Ma se la frase sopra riportata ci pare scritta da Monsieur de La Palisse, si capisce chi alla fine ha avuto partita vinta. Anche se fu poi dimenticato.

Leonardo continuò probabilmente a viaggiare finché fece ritorno a Pisa, e dai (pochi) documenti risulta che mise insieme un gruzzolo non esagerato ma consistente, e soprattutto acquisì una fama tale che, quando approdò nella sua città, l'Imperatore Federico II, stupor mundi, volle convocarlo a corte. Era - pare -  il 1225. L'ultima testimonianza della sua esistenza in vita è datata 1241. La città di Pisa lo ringrazia ufficialmente in considerazione dell'onore e del profitto portati alla nostra città e ai suoi cittadini dall'insegnamento e dalla diligente obbedienza di maestro Leonardo. Non sappiamo quando morì. Per secoli rimase seppellito dall'oblio. Fu riscoperto nell'800. La statua in suo onore nel Camposanto di Pisa fu inaugurata nel 1863.

Pagina dal Liber abaci. Sulla destra i
numeri della Serie 

Statua di Leonardo, Camposanto di Pisa.
Foto di Hans-Peter Postel, da Wikipedia 
Avrete notato che mi tengo abbastanza sul vago: non voglio correre il rischio di intaccare il piacere della lettura del libro di Paolo, che è un vero e proprio viaggio: geografico, interiore, storico. Avvincente. Con una messe di notizie inaspettate, in particolare sulla civiltà dell'Islam, da noi troppo spesso fraintesa a causa di terribili fatti storici recenti. Sarà un caso se il suo blog si intitola 'I libri sono viaggi'?
Avrete notato anche che ho evitato accuratamente di scendere nei particolari matematici, per non infilarmi in un campo pericoloso di cui ho un'idea abbastanza vaga, esattamente come Paolo Ciampi per sua stessa ammissione. Ma parlando di Leonardo Fibonacci non si può non ricordare la celebre serie che porta il suo nome, in cui ogni numero è pari alla somma dei due numeri che lo precedono: 0, 1, 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34, 55, 89, 144 e così via. Le implicazioni di questa sequenza sono di una quantità e importanza impressionanti. La ritrovi in natura, in architettura, nell'arte, in economia, nella vita di ogni giorno, dappertutto. Non è questa la sede per trattarne in modo esauriente, né chi scrive è la persona più adatta allo scopo. Ne troverete in parecchi siti, ad esempio questo o questo. Se ho voluto citare la serie è solo per ricordare che il Fibonacci's Day non è stato scelto a caso: è il 23 novembre, ovvero il giorno 11.23 (negli Stati Uniti il mese precede il giorno), ovvero i primi numeri - a parte lo zero - della serie. 
Buona Giornata di Leonardo Fibonacci a tutti!