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venerdì 14 giugno 2019

La giovane Monna Lisa


"Si rende conto, signorina?" ho detto alla hostess. "In questo preciso istante, al Louvre, a decine stanno sgomitando, soffocando, scazzottandosi, per rimanere un istante davanti alla Gioconda. E io e lei siamo qui da soli a goderci Monna Lisa!"
Mi trovo a Palazzo Bastogi, in via Cavour 18 a Firenze. Sono entrato di mattina all'apertura, e ancora non ci sono molti visitatori. La mostra La giovane Monna Lisa è stata inaugurata l'8 giugno 2019, con una cerimonia di gala cui sono intervenute pure le principesse Natalia e Irina Strozzi Guicciardini, discendenti di Lisa Gherardini del Giocondo. "Una ci assomiglia davvero a Lisa", mi dice la hostess. La Regione, con la collaborazione della Mona Lisa Foundation, ha organizzato una mostra splendida, incentrata su un solo dipinto. Ma questo dipinto è quel Isleworth Mona Lisa o Earlier Mona Lisa che la Fondazione stessa ha fatto sottoporre ad analisi storiche artistiche stilistiche scientifiche fisiche ottiche (ecc. ecc.) rigorosissime, prima di poter proclamare con ragionevole margine di certezza che questa bella giovane donna è stata dipinta davvero da Leonardo da Vinci. Qualcuno sostiene che è ancora più bella della Gioconda del Louvre. Io, per esempio. 

Una delle numerose attestazioni
Gli organizzatori hanno preparato uno straordinario percorso multimediale - ce n'è anche uno per i bambini e uno per i non vedenti -, lungo il quale il visitatore può leggere una serie di poster. Oppure può seguire i poster stessi col supporto di un tablet con cuffia che gli viene consegnato all'ingresso. Suggerisco caldamente la seconda soluzione. Apprenderà in questo modo tutti gli elementi relativi alla Giovane Monna Lisa: storici, artistici, scientifici. E avrà modo di ammirare anche alcuni testi antichi. In particolare, ciò che mi ha lasciato senza fiato, quell'incunabolo - e mi è parso l'originale - delle Epistulae ad familiares di Cicerone, 1477, aperto sulla pagina con una nota a margine scritta a penna da Agostino Vespucci, scrivano di Machiavelli. Nel testo Cicerone parla di Apelle, che dipinse mirabilmente il volto e la parte superiore del petto di Venere lasciando incompiuto il resto. E Vespucci, che conosceva bene Leonardo, annotò:

"Apelle pictor. Ita Leonardus uincius facit in omnibus suis picturis, ut enim Caput lise del giocondo et anne matris uirginis. videbimus quid faciet de aula magni consilii, de qua re convenit iam cum vexillofero." 1503 8bris.


Ovvero: "Il pittore Apelle. In questo modo Leonardo da Vinci fa in tutti i suoi dipinti, ad esempio la testa di Lisa del Giocondo e di Anna, la madre della Vergine. Vedremo cosa farà per quanto riguarda la sala del Gran Consiglio di cui ha appena concordato con il gonfaloniere." Ottobre 1503.


Si tratta dell'unico documento dell'epoca in cui si dà testimonianza che Leonardo aveva iniziato a dipingere il ritratto di Lisa del Giocondo. Fu scoperto nella biblioteca di Heidelberg solo nel 2005!, quando gli storici, Carlo Pedretti in testa, avevano iniziato da tempo a dubitare dell'esistenza di un ritratto la cui celebre descrizione del Vasari fa acqua da tutte le parti. E del quale fino ad allora non si era riusciti a trovare tracce documentali, ricevute d'acquisto, inventari, memorie, nulla. 
Lungo il percorso è spiegato diffusamente perché il ritratto di cui parla Vespucci non può essere quello del Louvre, realizzato con una tecnica di velatura che Leonardo usò solo a partire dal 1508 (non è l'unico motivo). E viene narrata la storia del dipinto qui esposto. Una storia che si può definire quanto meno avventurosa. Una storia che però non inizia prima del 1778 circa. Fu allora che James Thomas Benedictus Marwood, nobiluomo inglese, durante il Grand Tour, acquistò il dipinto in Italia. In Italia dove? Ah, saperlo! Lo portò nella sua villa del Somerset. Qui fu scoperto nel 1913 da Hugh Blaker, curatore di un museo inglese e profondo conoscitore di Leonardo. Il seguito è raccontato da Joel Feldman, direttore della Mona Lisa Foundation, in un'intervista alla testata on line www.lindro.it:

"...saputa dell’esistenza di questa giovane Monna Lisa, a Somerset, presso una nobile famiglia inglese, [Blaker] ottenne il dipinto e lo portò a Isleworth sul Tamigi, nel suo studio a Londra ovest. Da allora divenne noto come la Isleworth Mona Lisa. Con lo scoppio della guerra, per salvarlo, lo inviò in America al direttore del Museum of Fine Arts di Boston. Finita la guerra ritornò in Europa e Blaker lo sottopose al giudizio di molti esperti italiani, che lo accolsero come una straordinaria Monna Lisa 'più bella di quella di Parigi’. E nel 1926, l’esperto d’arte inglese John Eyre scrisse un libro “The two Mona Lisas’, sostenendo che ‘il capolavoro di Isleworth un giorno sarà riconosciuto come il quadro commissionato da Del Giocondo, di questo non ho alcun dubbio’. Da allora il dipinto scomparve, passò di mano e finì nel caveau di una Banca Svizzera. Da cui è uscito dopo 40 anni. Per iniziare un cammino che lo porterà a Pechino, in Svizzera, in Inghilterra, America, Russia…”




Sempre lungo il percorso sono esposte le evidenze scientifiche, artistiche, storiche, le attestazioni di autenticità da parte di autorità in vari settori, e anche le confutazioni sulla paternità del dipinto. Solo al termine ci si trova nel grande salone a tu per tu con l'opera. E si rimane abbacinati. 
Si rimane abbacinati, ma alla domanda decisiva: è davvero opera di Leonardo?, non si può rispondere in modo definitivo. La certezza assoluta non c’è. Le fonti originali, come del resto quelle riguardanti il dipinto del Louvre, sono dannatamente scarse e contraddittorie. D'accordo. Tuttavia, dalle tante accuratissime ricerche compiute  - e comparse su riviste peer reviewed - non è mai emerso un solo elemento che possa smentire l’attribuzione a Leonardo. L'esempio più banale: bastava rintracciare un pigmento non in uso all'inizio del '500. No. Datazione, tecnica, stile, mezzi, sono risultati del tutto compatibili con l’ipotesi di base: che Leonardo abbia realizzato l’opera intorno al 1503.
Si tratta davvero di Lisa del Giocondo? Dell'opera di cui parlava non tanto il Vasari quanto Agostino Vespucci? Anche questo non può essere dato per certo, ma gli storici lo considerano molto probabile. Ecco perché si è parlato di ritorno a casa di Monna Lisa, che nacque nel 1479 in via Maggio in quello che oggi chiamato Palazzo Michelozzi.
Anche Carlo Pedretti, massima autorità mondiale su Leonardo purtroppo mancato all’inizio del 2018, pur senza esprimere certezze assolute, si pronunciò comunque a favore della autenticità del dipinto. Dello stesso parere è oggi Alessandro Vezzosi, direttore del Museo Ideale Leonardo Da Vinci. Come ogni serio ricercatore, anch'egli conclude che l’ipotesi è concreta e affascinante, e richiede quindi ulteriori studi. Dopo il tour di cui ha parlato Feldman, la Earlier Mona Lisa tornerà in Svizzera. Qui riprenderanno gli studi. Studi che, si spera, chiariranno anche i rapporti con la più celebre Monna Lisa esposta al Louvre. 

Onore al merito della Mona Lisa Foundation, che nacque nel 2008 dopo la morte dell'ultima proprietaria dell'opera, con il preciso intento di condurre tutte le ricerche necessarie per determinare se la Earlier Mona Lisa fosse dipinta da Leonardo, come si legge sul suo stesso sito. In questo modo ha tenuto l'opera alla larga da prevedibili tentativi di speculazioni da parte di gallerie e case d'asta. 
Onore al merito della Regione Toscana, che ha permesso ai fiorentini - e non solo - di ammirare il dipinto per primi in Europa. La mostra rimane aperta fino al 30 luglio, con orario dal lunedì al venerdì dalle 10.30 alle 17.30; giovedì fino alle 19.30. L'ingresso è gratuito (!). Andateci. Non ve ne pentirete. Basta avere un po' di buon senso per comprendere che si tratta di  una occasione unica quanto un'eclissi totale di sole.

Infine, una nota personale. In aprile 2019 ho tenuto presso la Biblioteca Buonarroti di Novoli un incontro divulgativo sul dipinto più famoso del mondo (bella frase, mai venuta prima in mente a nessuno) e sui tanti misteri che nasconde. Lo avevo intitolato Le Gioconde di Leonardo. Il plurale era proprio riferito alla Earlier Mona Lisa.  La visita alla mostra mi ha tra l'altro confortato: nulla di cui ho detto è risultato errato o anche solo superato. Ho poi trovato ulteirori spunti per il nuovo incontro che terrò a Borgo S. Lorenzo nell'ambito di Fabrica 32, e il cui titolo sarà stavolta La Gioconda non esiste! L'appuntamento è per sabato 6 luglio 2019 alle 17.15 a Borgo S. Lorenzo nella chiesa di S. Omobono, di fronte la Pieve.

mercoledì 17 aprile 2019

Due chiese, due epoche


La chiesa di S. Ilario a Colombaia è documentata dal 1072, quella di S. Leone Magno fu costruita nel 1972. Una distanza di novecento anni nel tempo e di neanche un chilometro nello spazio, per due chiese situate sulla destra di Via Senese, dalle due parti dello scollinamento.

Raggiungere in bicicletta S. Ilario sarà pure impegnativo - ma non più di tanto -, però mi consente di transitare per la via omonima: una di quelle numerose, sconosciute viuzze che contribuiscono in modo determinante a dare a Firenze la patente di città unica al mondo.Il lungo muretto a secco da cui si affacciano rampicanti e chiome di alberi dalle foglie festosamente primaverili, è punteggiato anche dai sette tabernacoli che vi furono collocati nel 1934, e che contraddistinguono la via matris, ovvero i sette dolori della Beata Vergine, com'è annunciato dalla lapide posta all'inizio della via. L'ultimo è sotto il portico della chiesa.
Ma la chiesa è irrimediabilmente chiusa, e ci si rimane davvero male dopo la salita. Al numero della parrocchia che mi ero annotato risponde una segreteria telefonica. Un peccato, perché speravo di vedere e fotografare l'affresco sulla parete di sinistra e il crocifisso ligneo nell'oratorio. Il primo, leggo sulla guida al quartiere n. 3 compilata nel 2005 da Bettino Gerini, è attribuito ad Ambrogio di Baldese (1342-1429). Di questo artista mi ricordavo perché nel 1417 fu incaricato di affrescare la cappella Gherardini (oggi perduta) nella chiesa di S. Stefano al Ponte. Avrebbe dovuto dipingere anche la tavola centrale, ma poi, e non se ne sa il motivo preciso, si preferì ingaggiare un giovane artista: un Guido di Piero non ancora divenuto frate domenicano. Il futuro Fra Giovanni Angelico.
Quanto al Crocifisso, Gerini nel citarlo scrive uno svarione: "un Crocifisso ligneo cinquecentesco, detto dei Bianchi, lasciato nel 1400 [!] a Firenze da alcuni pellegrini, colpiti dalla peste". Da altre fonti ricostruisco che si tratta di tedeschi di una Compagnia dei Bianchi i quali, giunti in città nel 1399 in occasione del giubileo, furono sorpresi e massacrati dalla peste, sicché il Crocifisso rimase nella chiesa. Questa storia non mi suonava punto nuova, e la rilettura del saggio di Marco Pinelli L'Oratorio del SS. Crocifiso dei Miracoli (2000) mi ha confermato che non mi sbagliavo: non solo si ripete quasi parola per parola riguardo al SS. Crocifisso di Borgo San Lorenzo, ma sembra essersi ripetuta più volte e in più luoghi a Firenze. Scrive Pinelli:

È il caso della Compagnia di Sant'Agostino, detta del Crocifisso dei Bianchi, fondata proprio nel 1399, e con sede nei pressi della chiesa di S. Spirito, di quella del crocifisso dei Bianchi, che si riuniva nella chiesa di S. Pietro del Murrone in via S. Gallo e soprattutto quella del SS. Sacramento di S. Lucia sul Prato, le  cui vicende  appaiono in tutto simili a quelle della Compagnia del Corpus Domini.

E non cita S. Ilario. Ad andare su Google si scopre che ce n'è ancora altri, e non solo a Firenze. Insomma, un crocifisso ligneo, lasciato da dei tedeschi della compagnia dei Bianchi morti di peste nel 1399, non si nega a nessuno. Bene. Chissà se sarò in grado di scrivere un post in merito.

Tornando alla nostra chiesa chiusa, si chiamava anche S. Ilario alla Fonte, perché vicina a una fontana pubblica sulla strada regia, ovvero sull'odierna via Senese. Documentata, abbiamo detto, fin dal 1072, aveva nel suo ampio circuito parrocchiale ben cinque conventi. Di due non resta traccia, dopo la loro distruzione avvenuta nel 1529 per far terra bruciata alle truppe che assediavano Firenze. Uno era quello di S. Maria a Monticelli, e ne ho accennato anche in questo post. L'altro era S. Donato a Scopeto, che per la verità una traccia l'ha lasciata. Furono i suoi frati a commissionare a Leonardo da Vinci una pala, quell'Adorazione dei Magi che l'inaffidabile genio lasciò incompiuta per partirsene alla volta di Milano nel 1482. 
Anche S. Caterina al Monte non c'è più. S. Girolamo delle Campora c'è, ma oggi è una villa, e non si può visitare. L'avevo letto, ma voglio ugualmente arrivarci, per il gusto di pedalare su un'altra delle strad(in)e più belle di Firenze: via delle Campora, entro cui via S. Ilario sbocca. Pazienza per la salita. È una fatica ripagata dallo splendore silenzioso della primavera che sembra sporgersi dai muretti a secco come dagli slarghi che annunciano cancelli verso ville facoltose.


Racconta Emanuele Repetti che a questo monastero Giovanni Boccaccio, nel testamento, fece dono di tutte le reliquie sacre che 'in tanto tempo e con gran lavoro procurò di avere da diverse parti del mondo'. "Il qual documento" commenta Repetti "giova a provare la rettitudine de' principi religiosi di chi avvertiva i troppo facili credenti con la novella di Ra Cipolla."

San Gaggio

Constatata l'impossibilità di fare foto all'ex monastero o quel che ne resta, oltre un ingresso che ne protegge anche la visuale, torno indietro con la bicicletta a mano perché la strada è in gran parte a senso unico, e alla fine risbocco in via Senese. Altra erta, al culmine della quale si erge il quinto monastero del territorio: quello di San Gaggio, che dà il nome alla zona. E che non versa in condizioni eccellenti.


Ora, finalmente, la strada è tutta in discesa, fino alla traversa intitolata alla Beata Angela, che mi conduce all'ampio piazzale antistante la chiesa e il convento di San Leone Magno. Nulla da dire: siamo in un'altra epoca. Il fascino delle stradine tra muretti a secco lascia il posto a una sensazione di vastità, di spazio, di respiro. Evitiamo paragoni. È un altro tipo di bellezza. Nei confronti delle chiese moderne non si devono avere pregiudizi, né in un senso né nell'altro. Ci sono chiese antiche orrende, e chiese moderne bellissime. Questa mi piace, a parte il rosso mattone del marciapiede e della scalinata, troppo forte in confronto a quello della costruzione.


L'interno mi piace ancora di più. La sensazione è di entrare in un anfiteatro. Le panche accoglienti a frammenti di semicerchio sembrano avvolgere senza soffocare. La luce è soffusa, ma i colori delle vetrate distribuite lungo l'abside rendono l'atmosfera festosa, seppure devota. La conformazione a conchiglia dell'edificio si deve all'Ingegner Luigi Lucherini. 


La chiesa è stata costruita nel 1972 in posizione arretrata, scrive Gerini, rispetto a quella preesistente, nata come cappella nel 1880, poi ampliata, consacrata nel 1891 e divenuta parrocchia nel 1937. Ma nel 1964 gli smottamenti del terreno ne compromisero la stabilità e non si poté che demolirla. Ho cercato invano su internet delle fotografie del vecchio fabbricato. Possibile che non ve ne siano? Sì, possibile. Me lo conferma Romano, un signore dal sorriso sereno che mi accoglie calorosamente in sacrestia. Neanche lui è riuscito a trovarne. Però mi mostra due quadretti, e mi autorizza a fotografarli, che raffigurano l'esterno e l'interno della vecchia chiesa. L'autore è anonimo, ma le immagini, mi assicura, sono abbastanza precise. In effetti, su La chiesa fiorentina (1993) si legge: 

A tre navate, di stile romanico, corredata di un grazioso campanile dello stesso carattere, la chiesa fu progettata dall'arch. Salvatore Pirisini e dedicata a S. Leone Magno in omaggio al regnante Pontefice Leone XIII. La località scelta per la costruzione della chiesa, alla confluenza dei confini delle parrocchie di S. Ilario a Colombaia, S. Lucia al Galluzzo e S. Felice a Ema tutte assai distanti, si rivelò indovinata quando la popolazione della zona andò aumentando.




sabato 9 febbraio 2019

1914: morte drammatica di una promessa del ciclismo


Mentre scrivo, i medici stanno vagliando le possibilità purtroppo quasi nulle che il giovane nuotatore Manuel Botuzzo possa riprendere a camminare. Gli hanno sparato due delinquenti, fra grandi risate, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 2019. Lo avevano scambiato per un altro. Ma se Manuel ha perduto la deambulazione, non ha perduto né perderà la grinta che ha sempre avuto, e la solidarietà dei genitori, dei colleghi, degli amici e della sua ragazza Martina gli saranno di grande aiuto. Sentiremo ancora parlare di lui, e in cronaca sportiva, non più in cronaca nera.

Alla ricerca di materiale per un post, stavo sfogliando il raro - credo - e preziosissimo - son certo - Album di Firenze, a cura di Giorgio Batini, che fu pubblicato a puntate su La Nazione nel 1976, e mi sono imbattuto in una storia che ignoravo, e che non ho potuto fare a meno di ricollegare alla tragedia capitata a Manuel. Solo che quanto accadde a una promessa del ciclismo fiorentino degli anni 10 del secolo scorso fu per certi versi ancora più grottesco ed ebbe un esito, se possibile, ancora più tragico. Il protagonista si chiamava Luigi Fiaschi. 
da www.sitodelciclismo.net

Di Luigi Fiaschi le notizie sul web sono abbastanza scarne. Ne ho trovate in due siti sul ciclismo: www.museodelciclismo.it e www.sitodelciclismo.net. Le date di nascita fornite sono diverse. Dal certificato di battesimo che ho rintracciato sul sito dell'Arcidiocesi fiorentina risulta corretta quella del primo: l'11 ottobre 1888. Sempre su www.museodelciclismo.it troviamo questa nota sintetica:  "Tra i primi corridori toscani a mettersi in evidenza su scala nazionale, gareggiò con discreto successo pure su pista. Non ottenne risultati strepitosi ma fu ripetutamente tra i principali protagonisti e contribuì notevolmente allo sviluppo del ciclismo agonistico della sua regione prima di morire accoltellato da un ubriaco in seguito ad una lite.". Fece parte della squadra Atena nel 1910 e della Maino nel 1912. In quest'ultima ebbe tra i compagni di squadra Costante Girardengo. 

Ma ecco cosa scrive Giorgio Batini sull'Album di Firenze.

Domenica scorsa - leggiamo nel 'Nuovo Giornale Illustrato' del 6 settembre 1908 - ebbe luogo la grande corsa ciclistica nazionale di km. 100 (si trattava della Firenze-Viareggio) organizzata dal Club Sportivo Firenze, nella quale si disputavano oltre la Coppa Bastogi del valore di lire mille, altri importantissimi premi... Fiaschi, tra gli applausi, arrivò splendidamente primo..." È questa una delle molte cronache del tempo che parlano di Luigi Fiaschi, nato a Firenze nel 1888, un fortissimo atleta, una vera promessa del ciclismo toscano e nazionale, un re della strada e della pista, che in talune riunioni batté altri celebri campioni dell'epoca (come Ganna, Galetti, Bruschera, Brambilla, Cuniolo), che vinse molte gare e che nell'ottobre del 1913 abbassò alle Cascine il record dell'ora professionisti, già detenuto da Ugo Agostoni, coprendo nell'ora km. 39,993.30 Rivediamo il giovane corridore, con la fascia del Campionato toscano, nella foto [sotto], che è del 1911.


Interrompiamo un attimo la cronaca di Batini per riprendere, sempre da www.museociclismo.it (da cui ho tratto anche la foto d'apertura), alcune notizie sulla Coppa Bastogi. Se ne disputarono cinque edizioni tra il 1908 e il 1912. Le notizie sulle edizioni intermedie non sono molte. Nel 1909 e 1910 vinse Cuniolo, le altre se le aggiudicò Fiaschi. Se per i 100 chilometri della Firenze Viareggio del 1909 impiegò 3h9', la Coppa Bastogi del 1912 fu ben più ...impegnativa. Ecco, riguardo all'ultima edizione, cosa riporta il sito.

E' una corsa di "prima categoria" e quindi aperta anche ai maggiori professionisti, ma, nonostante ciò, sono solo tre i partenti. La partenza viene data da Porta San Frediano e la gara si snoda per le strade toscane con la delusione della gente nel vedere lo sparutissimo gruppetto procedere a passo turistico. Pratesi si ritira a Rapolano, Fiaschi attacca sulla salita di San Donato, fra Incisa e Firenze, e vince quasi in scioltezza. Fiaschi conquista la terza vittoria nella competizione e come da regolamento si aggiudica definitivamente la Coppa Bastogi e la corsa non verrà più disputata.

Si trattava dunque di un trofeo che, come la calcistica Coppa Rimet, andava definitivamente a chi conseguiva tre vittorie. Ma, per aggiudicarselo, Fiaschi percorse 260 chilometri, impiegandovi 10h8', alla media di 25.658 km/h. 

Torniamo al racconto di Batini.

La foto [in basso] è un ricordo del V Giro di Lombardia del 1909, vinto da Cuniolo, e dove Fiaschi fu il secondo degli italiani. La sera del 4 febbraio 1914 la vita e la carriera del celebre e popolare atleta furono stroncate per un fatto delittuoso di cui il Fiaschi fu vittima casuale. Quella sera il giovane corridore, reduce da una gara di Bologna insieme ad un amico podista, cenò nella trattoria del proprio padre Raffaello in via Faenza, in un'ora in cui il locale pur essendo vuoto di clienti, era ancora aperto, perché frequentato a volte, anche in ora tarda, da giornalisti. Ad un tratto entrò nel locale un giovane aretino che apparve in preda all'ira e al vino, e che cercava un rivale con il quale intendeva regolare i conti. Il campione cercò di calmare il giovanotto e di allontanarlo dalla trattoria, ma l'aretino, una volta uscito in strada, lo colpì a tradimento con un pugnale e si dette alla fuga. L'aggressore fu raggiunto dal podista amico del Fiaschi in piazza Madonna, e consegnato alla polizia. Il campione, gravemente ferito, fu ricoverato a S. Maria Nuova, dove morì il 14 febbraio, suscitando dolore e rimpianto nella cittadinanza.


Nella cartolina sotto, la fotografia di Luigi è integrata da alcune strofe anonime, forse ingenuamente enfatiche, ma senza dubbio sincere nella loro commozione. Le copio.

da www.museodelciclismo.it

All'alba della nuova primavera, 
Quando tutto sorride e fa sperare 
Una triste novella in sulla sera
Ci venne - inaspettata - a rattristare
Fiorenza tutta ne provò dolore,
Fiorenza tutta ne sentì l'orrore!

Una mano vigliacca ed esecrata
Gigino Fiaschi osò colpire al cuore...
Era dessa la man degenerata
Assetata di sangue e di rancore
Che frugò dentro l'anima innocente 
D'un giovine galiardo [sic] e promettente!

Dopo dieci giornate di dolore
Gigino è morto nel bel fior degli anni.
Quante speranze generò l'amore!...
Quanti sospiri e quanti disinganni!...
Gigino è morto!... niuno ormai potrà
Ridarlo ancora alla felicità. 

Egli era buono, generoso e forte,
Avea la fibra d'un gran lottatore,
Vide più volte - innanzi a sé - la morte
E non sentì mai trepidare il cuore;
Solamente un vigliacco, un gran codardo
Potea colpire quell'eroe galiardo!

Cento battaglie combatté fidente,
Cento battaglie superò finora,
Ed ora è morto inaspettatamente
Quando la gloria lo baciava ancora...
Chiedendo lui che si facesse forte,
E non il sospiro della fredda morte!

giovedì 31 gennaio 2019

Un gallerista under 30: Fabio Rocca


A Firenze, in quella Via delle Ruote in cui abitò Santi di Tito, al n. 6R troverete una galleria d'arte chiamata Roccart Gallery. Prende il nome da Fabio Rocca, che la gestisce.
Fabio è nato a Montevarchi il 17 febbraio 1992 e vive a Loro Ciuffenna. Nel 2011 si diplomò all'Istituto artistico e in seguito fece il decoratore per un mobilificio del Valdarno. Grazie a uno dei professori dell'Istituto ebbe contatti con una scultrice di livello internazionale, la quale lo incoraggiò a restare nell'ambiente. Fabio continuò, e infatti tuttora dipinge. In seguito, prima partecipò all'allestimento di una mostra, e poi ne allestì una lui stesso nel suo paese natale. Ebbe successo e soprattutto la cosa gli piacque. Capì che era la sua strada, e risolutamente la imboccò. La Roccart aprì i battenti in data 17 dicembre 2016.

"Come posizione l'ho trovata valida e funzionale", mi dice Fabio. "Si trova nel centro storico fiorentino, ma a breve distanza dai confini della zona a traffico limitato, e questo riduce le difficoltà ad esempio nel portare le opere." La grande sala d'ingresso è destinata di solito alle personali che restano esposte in genere per un due settimane, anche se al momento in cui scrivo è dedicata alla collettiva Bianco & nero inaugurata il 19 gennaio 2019. La sala inferiore (nella foto d'apertura) ospita opere di vari autori, alcune delle quali in permanenza. Specialmente in quest'ultima, grazie alla attentissima ristrutturazione, è palpabile la sensazione di trovarsi in un edificio antico. Un pezzo di storia di Firenze. Ma le opere che ospita proiettano nel futuro.

Inaugurazione della collettiva Chrismas in Art, 15 dicembre 2018

La, diciamo così, filosofia gestionale di Fabio ha avuto un successo crescente e rapido. Io lo conobbi il 15 dicembre 2018 per l'inaugurazione della collettiva Christmas in art cui ero stato invitato dal mio amico Maurizio Biagi, che vi partecipava. Le pareti brulicavano di opere eterogenee, molte sorprendenti, molte splendide, nessuna banale. Fabio prese la parola e presentò i partecipanti uno ad uno in perfetta pari dignità. Mi ha confessato poi: "Aperta la galleria, non tardai a rendermi conto di quanta gente partecipa alle inaugurazioni solo per godersi il rinfresco. Andando avanti, però, questi elementi sono andati diminuendo, più o meno come sono andati diminuendo gli spazi vuoti alle pareti della galleria." 
"Il mio intento", prosegue, "è quello di fornire agli artisti la possibilità di esporre nel centro di Firenze a costi accessibili, avendo uno spazio cui possono soprintendere secondo le loro esigenze e secondo il loro temperamento. Ho ospitato personali di autori provenienti un po' dai quattro angoli del globo: Argentina, Canada, U.S.A, Brasile, e questo ha favorito gli incontri, gli scambi d'esperienze, le influenze reciproche. La galleria è stata, ed è, un eccellente trampolino di lancio. Marco Monatti, ad esempio,.è partito per la Svezia! Maurizio Biagi sarà ad Arte Genova. Io, tra l'altro, non mi pongo il minimo problema nell'aiutare chi ha esposto da me ad allestire altrove una sua personale."
Fabio è in ottimi rapporti e spesso collabora con il quasi coetaneo Niccolò Mannini, titolare della galleria La Fonderia. "Non potremmo in nessun modo definirci concorrenti: siamo geograficamente distanti, e abbiamo due modi di gestire diversi, sicché non c'è proprio il rischio che ci pestiamo i piedi. E al contrario, ultimamente abbiamo organizzato insieme una collettiva dedicata all'erotismo, intitolata Tra cielo e terra, nell'ex chiesa di Santa Monaca in Oltrarno". La mostra è rimasta aperta dall'8 al 13 gennaio 2019. Ecco cosa si leggeva tra l'altro nella nota di presentazione: 

L’esposizione, organizzata da Galleria d'arte La Fonderia e Roccart Gallery, vuole essere una celebrazione dell’eros, della passione, dell’intimità, in un periodo nel quale le nudità e la volgarità dilagano ovunque, inducendo a credere che si tratti di erotismo. Le opere in mostra vogliono dimostrare che l’esplicitazione della nudità, tipica dei nostri tempi non è necessariamente accompagnata da quel senso di desiderio che al contrario può essere nascosto in uno sguardo, nella gestualità, nelle movenze della figura che abbiamo davanti.

La collettiva Tra cielo e Terra in Santa Monaca Oltrarno.
(dalla pagina Facebook di Roccart Gallery)
La presenza a Firenze per lo meno di un altro gallerista under 30 è senza dubbio una bella notizia. Ma, mi assicura Fabio, gradualmente si sta assistendo a un ritorno dell'interesse dei giovani nei confronti dell'arte. Ciò significa anche mutarne completamente l'approccio. Fabio non solo mette a disposizione degli espositori la stampa di cataloghi, brochure e biglietti da visita, ma lavora anche e soprattutto su internet e con i social. Attualmente Instagram molto più di Facebook. "Non è concepibile oggi lavorare in questo settore prescindendo dal web. Senza, canali fondamentali di promozione e di conoscenza della propria attività sarebbero inaccessibili. È fondamentale imparare a orientarsi nella rete e tra i social, per saperli dominare e sfruttarne le potenzialità positive -che sono tante - nel migliore dei modi. Un compito non sempre facile, ma fa la differenza." 

Fabio viaggia molto. Anno scorso si recò con la sua compagna Silvia a Miami, Florida. Per visitare tutte le gallerie del Wynwood Art District gli ci vollero tre giorni. "Ma anche nelle capitali europee la situazione non è molto diversa. C'è un fermento diffuso, un dilagare di idee e proposte. Firenze purtroppo è come non se ne rendesse conto, è dannatamente indietro." E pare davvero che non voglia guarire dalla malattia che l'affligge ormai da secoli, questo immobilismo causato da una sorta di soggezione e/o inibizione verso il suo passato rinascimentale. Anche oggi, e lo denunciavano oltre un secolo fa i futuristi, Firenze, in nome di un lontano periodo di splendore, sembra non permetta che neanche si tenti di crearne uno nuovo. "Domina l'apparenza. Vai a giro con un bel vestito per esibirti, non puoi portare in giro un quadro! Quando facevo il decoratore di mobili, destinati ad abitazioni di un certo livello, ebbi occasione di entrare in parecchie case di benestanti. Tutte belle quanto vuoi, ma tutte uguali, il che era abbastanza deprimente. Dobbiamo tornare a renderci conto della bellezza di cui siamo circondati, di cui dobbiamo continuare - o meglio riprendere - a circondarci, e che dobbiamo continuare a produrre"

Fabio con tre artiste:
Maria Letizia Scarpelli, Susi La Rosa e Sylvia Teri
Al termine di una chiacchierata in cui mi ha parlato anche di tante altre cose, Fabio mi informa sulle prossime esposizioni: una personale di un artista del Nord Italia e, a marzo, She Is Art. Un omaggio alla donna e alle donne, che si comporrà di soli ritratti femminili. 






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mercoledì 16 gennaio 2019

Il poeta che non conosceva le virgole


Giovanni Bellini, nato nei pressi di Poggio a Caiano (FI), rimase ucciso da una granata il 7 luglio 1915, a Plava, durante la battaglia dell'Isonzo. Aveva venticinque anni.
Il suo amico Fernando Agnoletti raccolse con commossa e devota cura tutti i suoi scritti in un volume che fu pubblicato da Vallecchi nel 1921. Ristampato in anastatica nel 2003, il volume si intitola Arciviaggio e si compone di 143 pagine, compresi la nota introduttiva dello stesso Agnoletti e l'indice. Leggere questo libro fa rabbia.

Nato il 22 novembre 1889 nella frazione di Trefiano, Giovanni Bellini era figlio di un acetaio che lavorava in una bottega di Firenze, e di una trecciaia. In famiglia non si moriva di fame, ma i soldi per studiare non c'erano proprio. Giovanni continuò il mestiere del babbo e intanto imparò da solo a leggere e a scrivere. Movendosi tra campagna e città, iniziò a conoscere nonché a farsi conoscere nel mondo intellettuale fiorentino. Ardengo Soffici lo conobbe nelle sale dell'esposizione futurista del dicembre 1913. Così lo descrive:

Il suo aspetto era di campagnuolo, magari di contadino: soltanto osservandolo meglio vidi che sula faccia forte, maschiamente modellata dalle larghe mascelle, faccia d'antico guerriero, errava un sorriso timido e fine, mentre di sotto alla tesa del cappello due occhi scuri incastonati in profonde orbite sfavillavano di quella pura luce spirituale che solo emana dalle profonde anime dei veri artisti.

Soffici rimase senza fiato quando, in un suo paesaggio futurista, quindi scomposto e disarticolato, questo giovane riconobbe un casolare nei pressi di Carmignano. E non si sbagliava. Erano quasi vicini di casa, ma non si erano ancora incontrati.

Necrologio di Giovanni Bellini. L'Illustrazione Italana, 10 ottobre 1915

Giovanni Bellini incontrò Agnoletti con una specie di gaffe:

Ci si conobbe a una dimostrazione, di notte. Si camminava in molti in catena per rompere le cariche della polizia. Notai che il mio vicino di destra mi attanagliava forte. Dopo l'inno di Oberdan domandò: "Perché non si canta quello dell'Agnoletti?" "Il mio? ancora non lo sanno." "Il suo? Scusi." E mi lasciò eclissandosi.

Primo Conti, nelle sue memorie, ricordava alcuni versi dell'inno di Agnoletti:

La baionetta nelle schiene ai cani
la pianteremo - senza pietà

Gioia bella - vo lontano, 
dammi la mano - dimmi l'addio.
Se ti nasce - un figlio mio 
TRENTO E TRIESTE - menalo a baciare

Giovanni Bellini fu dunque un interventista, e dei più accesi. Apriamo una breve parentesi per ricordare che interventista non può essere inteso come sinonimo di guerrafondaio, almeno come lo intendiamo oggi. La percezione della guerra che abbiamo noi, dopo i due spaventosi conflitti mondiali, non si può equiparare a quella che si aveva prima. All'epoca il termine guerra non poteva evocare gli orrori che evoca - giustamente - ai giorni nostri semplicemente perché ancora non c'erano stati, e non ci si deve stupire se all'inizio del '900 il concetto di pacifismo neanche esisteva.

Bellini, scrive Agnoletti, era per l'Italia. Con Luigi di Savoia dittatore. In Arciviaggio trovano spazio due lettere, una a quest'ultimo e una agli ufficiali, ed entrambe erano state pubblicate su Lacerba. Lettere dense di retorica meno ingenua che appassionata. Bellini le aveva consegnate alla redazione senza la punteggiatura, cui provvidero Agnoletti e Papini. Perché, scrive il primo, "ancora non padroneggiava la sintassi, e nemmen bene l'ortografia, ma pure conosceva e valutava l'arte e la faceva". "Bellini", continua Agnoletti, "adoperava segni di interpunzione quando annotava pensieri o strofe per la prima volta, ma li adoperava male. Erano per lui una biffatura provvisoria, piuttosto vaga; copiando, ricopiando e modificando la sostituiva man mano con spazii che segnassero le pause logiche e quelle del ritmo. Avrà imparato dai futuristi?"

Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio primaverile, 1913

Domanda senza risposta. Di sicuro sono le liriche, con spaziature al posto dei punti e delle virgole, a far intuire la statura, seppure ancora in embrione, di Giovanni.
Ho scritto che leggere l'Arciviaggio fa rabbia. Fa rabbia perché davanti ai suoi versi e alla sua, diciamo così, prosa poetica, si comprende che Bellini stava cercando di individuare il suo percorso affinando e perfezionando le sue conoscenze non solo grammaticali, e si può avere non più di un'idea molto vaga dei vertici cui sarebbe giunto se una granata non lo avesse ucciso.

Di tutte le morti precoci, la più catastrofica della storia è stata forse quella di Masaccio, a 26 anni. 26 anni non li aveva ancora compiuti Clifford Brown, quando morì nel 1956 in un incidente stradale che gli impedì di divenire probabilmente il più grande musicista jazz mai esistito. Jean Vigo morì a 29 anni dopo aver girato due soli film. Tutti e tre (ma altri esempi si potrebbero fare, e in tutti i campi dello scibile), quanti e quali contributi  avrebbero potuto ancora dare alle rispettive arti? Ma tutti e tre avevano comunque fatto in tempo a dipanare il loro talento e a lasciare la loro traccia nella storia dell'umanità. Bellini, no. Guardate l'apparente ingenuità di Insalatina di campo:

(...) E tutti quei fiori     tazze adoprate dalla terra
a bever sole    ad esalar sospiri di profumi
Tutti i ricordi si guardano innamorati 
su argini paralleli
viso a viso
quando sui rii fioriti     toppe di paradiso
passa la voce
Insalatinaaa     di campoooo...

Leggete un paragrafo di Serenata:

Tu cantasti     La tua anima di femmina bramosa di carezze si profuse in fila di musica e luce     Segmenti di rette che andavano da te alle stelle destarono sconosciuti splendori geometrici fino a divine alpi piramidali che il cielo appuntò sulla terra

O Un sepolcro:

Il cielo impaurito di me s'incava sopra il mio capo     diviene paonazzo e marmoreo     e non è più che il coperchio del mio sepolcro posato sulle rocche dei monti

Agnoletti raccolse meticolosamente tutto ciò che riuscì a trovare di Giovanni,  anche frammenti, in termini letterali. Una lettera non finita di cui s'ignora il destinatario. Un taccuino, dal titolo Memorie della Campagna d'Italia nella Guerra della Salute, che in parte era comparso su La Voce dopo la sua morte. E note volanti. Ne copio una:

Brani di luce si sdraiano 
sulle ferrane tenere
trine di luce compaiono
di tra gli ulivi cenere.
 
Sono parole, frasi, versi che affascinano. Ma non sanno di capolavoro. Sembrano annunciarne. Suggeriscono l'inizio di un cammino, brutalmente interrotto. Prima dell'arruolamento Giovanni Bellini, racconta Agnoletti,

chiudeva lo stanzone degli aceti, accendeva il sigaro e si metteva accanto alle sorelle chine e attente sul ricamo. Raccontava: "un giorno o l'altro bisogna che vada a fare un gran viaggio". E a me spiegava: "Dovrà essere un gran bel viaggio; un arciviaggio"

Questo viaggio non lo poté compiere. Il suo amico volle come omaggiare il suo progetto dando il titolo alla raccolta.  
Notte eroica, brano di prosa poetica che - parere personale - mi ha richiamato certe suggestioni visionarie di Dino Campana, termina con una frase che dà anche il titolo a un bel saggio di Niccolò Lucarelli

Quella che non calpestò nessuno sarà la strada che mi ricondurrà

Una strada che non calpestò nessuno, e che nessuno più calpesterà.












domenica 23 dicembre 2018

Buon Natale!


Quando gli uomini vivevano con la natura, nel tempo dell'anno che il Sole ritornava a salire nel cielo, sentivano di dover festeggiare il grande avvenimento adornando un abete nella foresta e, nella radura luminosa, con danze e canti si rallegravano nel cuore. 
Poi, dal Paese dove il mare non gelava mai, un giorno arrivarono alcuni uomini ad annunciare la grande novella: era nato Uno che portava la luce. La luce dentro di noi, non fuori di noi. Così per festeggiare quest'Uomo unirono la sua nascita alla festa del Sole.
(Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, Einaudi 1991)

El Greco (1541-1614), Adorazione dei pastori,1612-14, Madrid, Prado




mercoledì 12 dicembre 2018

I segreti di Giotto, ma anche no



"L'autoritratto di Giotto in Esaù respinto da Isacco" titola un articolo pubblicato dall'ANSA il 10 novembre. La notizia riguarda il celebre affresco (foto d'apertura) situato nella parte alta della Basilica superiore di Assisi, è ripresa dal Giornale dell'Arte e mi è stata inviata dall'amico Mauro Baroncini. La sedicente straordinaria scoperta che, diciamolo subito, fa acqua da tutte le parti, si deve a uno studioso di cui mi ero già occupato anni fa: Luciano Buso. Questi detiene un sito, www.lucianobuso.it, peraltro totalmente autoreferenziale, e afferma da anni di avere scoperto una tecnica di scrittura criptata, invisibile e/o mimetizzata, all'interno di una quantità di dipinti delle epoche e degli stili più disparati. Afferma Buso nello stesso comunicato: 


Leonardo firmò la Gioconda nascondendo nel ritratto più enigmatico della storia l'iniziale del suo nome nonché la data di composizione del dipinto, il 1501, e addirittura l'intera scritta 'Gioconda'. Ma non fu il solo. Lo stesso usavano fare in quel secolo Giorgione e Raffaello. E quasi duecento anni prima anche Giotto riempiva i suoi affreschi di scritte celate, iniziali, cifre. Il segreto? Una tecnica di scrittura nascosta nata come sorta di incancellabile autentica delle opere e tramandata di bottega in bottega, forse come protezione dai falsi, per oltre 700 anni, tanto che la conoscevano e la praticavano persino Klimt e Picasso.

Il Polittico Baroncelli in S. Croce a Firenze
Veramente le contraffazioni, artistiche e non, come oggi le concepiamo sono fenomeno relativamente recente. Come abbiano fatto poi i pittori a trasmettersi questo segreto senza che per 700 anni nessun non addetto ai lavori ne sia mai venuto a conoscenza prima di lui e tranne lui, Buso non lo spiega. Ma sorvoliamo su questo particolare. Buso non è nuovo ad annunci che riguardano uno degli affreschi più controversi della storia della pittura. Già nel 2008-9, sempre in Esaù respinto da Isacco, riteneva di scorgere “in basso al centro, dove il lenzuolo rosso che avvolge le gambe di Gesù si raggruma sotto il sedere, un volto, una faccia che spunta dalle pieghe; il volto ha lo sguardo serio, è schiacciato dal corpo di Gesù e pare voler uscire dalle pieghe che lo imprigionano, allusione forse questa al male che viene imprigionato e schiacciato dalla forza del bene! Personalmente penso sia proprio questo il messaggio esoterico che Giotto ha voluto tramandarci.” Buso scambiò allora Isacco per Gesù, ma anche questi sono evidentemente dettagli secondari. Però ammettiamolo: per scorgere il volto di cui parla Buso nell’affresco in questione, ci vuole veramente parecchia fantasia.
Stimmate di S. Francesco
Parigi, Louvre

Nel giugno 2011, un flash ANSA così diceva: "Non l'autentico sudario del Cristo e nemmeno l'opera di Leonardo, come qualcuno ha azzardato. Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, perfettamente in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta. A sostenerlo è uno studioso veneto, Luciano Buso". 
Su questa pagina del sito dell'Unione Cristiani Cattolici Razionali è riportata un'ampia sintesi delle confutazioni, più o meno sarcastiche, di questa teoria, e in più si ribadisce che Buso "ci aveva provato qualche tempo fa anche con la “Gioconda” di Leonardo Da Vinci, sostenendo di aver trovato negli occhi della donna numeri e lettere, legati alla tradizione ebraico-cabalistica, quella cristiana e quella dei templari, quella magica e quella naturalistica (cfr. Italiamagazine 3/2/11), ricevendo ovviamente risposte ironiche dai grandi esperti dell’arte e di Leonardo."

Il 10 novembre 2018, alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, Buso ha tenuto il convegno dal titolo "Giotto si rivela", durante il quale ha rivelato - appunto - il risultato dei suoi studi, eseguiti su foto ad alta risoluzione (!!!) dell'affresco. Copio dal suo sito. 


“Quanto ora emerso nell’affresco di Assisi – sostiene Buso – fa risultare inesatta l’attribuzione sinora suggerita al Maestro di Isacco perché svilisce l’opera del grande Giotto, padre assoluto della pittura moderna. Essa ci ha rivelato anche i suoi contenuti segreti e sottolineato la straordinaria qualità, la complessità dell’impianto e le sue meravigliose cromie. Fu quindi certamente Giotto di Bondone a firmare l’affresco nel 1315 e lo fece celando ovunque le sue firme ‘Giottvs B’, ‘Giottvs IV aprilis 1315’ e ‘GB’. Una di esse pare essere la firma ufficiale in quanto apposta a forma di semi lunetta in basso al centro, appena sopra la grande decorazione floreale, firma oggi sgranata e in parte consunta ma ancora leggibile. Oltre le molteplici firme segrete sono emerse le date ‘1315’ e ’15’ le quali stabiliscono in modo sicuro la corretta datazione dell’opera che non fu dipinta nel 1291-1295, ma quasi venticinque anni dopo.


Il Polittico di Bologna

L'affresco poi risulterebbe brulicare di figure aliene che nessuno, in oltre 700 anni, aveva notato. Così la nota ANSA: 


Quanto a queste altre figure ritrovate, scrive Buso, "alcune rappresentano volti demoniaci con addirittura il corno, altre paiono rappresentare un re e una regina dell'epoca".

Ma non solo. Perché tra le tante figure "aliene", sostiene Buso, c'è un volto che sembra proprio essere un autoritratto di Giotto. "Si trova in alto a sinistra, proprio sopra la tenda con la fascia azzurra", dice, vicino alla grande data '15'. "Il volto reca a cappello la data e questo mi ha indotto a pensare che esso rappresenti qualcuno di importante, ritenuto dall'artista trecentesco degno di attenzione". Quel volto, sottolinea, sembra riportare "una certa somiglianza" con un ritratto di Giotto eseguito nel XVI secolo.

Un volto, dunque, criptato (a che scopo?), che dev'essere l'autoritratto perché somiglia a un ritratto di Giotto eseguito duecento anni dopo la sua morte. Sarà. Ma andiamo avanti.
Di Giotto abbiamo tre opere firmate: le Stigmate di San Francesco, firmato OPUS JOCTI FLORENTINI, il Polittico Baroncelli, firmato OPUS MAGISTRI JOCTI) e il Polittico di Bologna firmato OP[US] MAGISTRI IOCTI D[E] FLOR[ENTI]A. Nessuno dei tre è firmato Giottvs, tanto meno Giottvs B (Bondone?).

La Croce dipinta in Santa Maria Novella a Firenze

Quanto alla datazione al 1315 (lo stesso anno in cui Giotto avrebbe fatto pure la Sindone), si aggiudica la palma dell'impossibilità assoluta, dato che sconquasserebbe tutte le conoscenze storiche e documentali dell'intera vicenda non solo relativa alla Basilica Superiore di Assisi, ma in un certo senso all'intera storia dell'arte. Nel 1315 la Cappella degli Scrovegni era già stata ultimata da tempo, la Madonna di Ognissanti lasciava senza fiato chiunque entrasse nella Chiesa omonima a Firenze e, grazie a Giotto, la pittura era stata mutata dal greco al latino, per usare le parole di Cennino Cennini. Di questa mutazione, Isacco respinge Esaù fu il capostipite.
Luciano Bellosi, nel 2007, citò una fonte scoperta di recente, un trattatello del 1310, scritto dai frati francescani conventuali, in cui si dichiarava che la Basilica di Assisi era stata fatta affrescare da Papa Niccolò IV, il quale regnò dal 1288 al 1292. Scrive Bellosi: 

Giotto dovette incominciare a lavorare ad Assisi intorno al 1290. Le arti della decorazione della Basilica superiore dovute a lui e alla sua bottega si distinguono nettamente da quelle precedenti non solo per caratteristiche personali, ma perché rappresentano un ordine di idee completamente nuovo. Le prime figurazioni eseguite dal grande pittore fiorentino sono le due Storie di Isacco (Isacco che benedice Giacobbe e Isacco che respinge Esaù) dove la casa del patriarca è un vano architettonico dalle articolazioni sottili, ma robuste e razionali, che creano uno spazio chiaramente delimitato e ricco di punti di riferimento per visualizzare ciò che sta davanti e ciò che sta dietro. 

La Madonnina di Borgo San Lorenzo
Non è vero infine che, come afferma Buso, "l’attribuzione dell’affresco è stata elusa per lungo tempo a causa delle incertezze accademiche, oggi superate con l’avvento della nuova scienza, del nuovo metodo d’indagine, dei nuovi studi." Al contrario, l'attribuzione dell'affresco è stata un vero terreno di battaglia tra storici dell'arte, che si sono combattuti a lungo anche aspramente. Si erano fatti i nomi, oltre che del Maestro d'Isacco inventato ad hoc, del romano Pietro Cavallini, di Gaddo Gaddi, di Arnolfo di Cambio, e naturalmente di un giovane ma prorompente Giotto. Oggi si assegna quasi unanimemente a quest'ultimo, senza bisogno di incursioni criptico esoteriche. In particolare dopo il restauro della Madonnina di Borgo San Lorenzo (1985 circa), le cui affinità con l'affresco di Assisi sono risultate sbalorditive. Scrive Angelo Tartuferi (2007):

L'identificazione del cosiddetto Maestro di Isacco con Giotto appare pressoché certa alla luce della sorprendente affinità che lega queste pitture murali alle opere su tavola che la critica riconosce come i più antichi esemplari autografi del maestro fiorentino a noi pervenuti: il frammento di una grande Maestà conservato nella pieve di Borgo San Lorenzo, nel cuore del Mugello, luogo d'origine della famiglia di Giotto, e la grande Croce dipinta della basilica di Santa Maria Novella a Firenze. 








sabato 10 novembre 2018

Futuristi in chiesa?!?


Davvero: Futuristi in chiesa! Vi aspetto la sera del prossimo sabato 24 novembre nell'Oratorio di S. Omobono - di fronte la Pieve - a Borgo S. Lorenzo, dove io e la mia amica Marilisa Cantini racconteremo la vicenda del Futurismo e di alcuni suoi protagonisti.
Dice: ma i Futuristi non mandavano bestemmie da far venir giù i lampadari? Eccome! Si 'deve' a Filippo Tommaso Marinetti (sotto), nella sua opera Gli amori futuristi - programmi di vita con varianti a scelta (1922), a pagina 108 la prima bestemmia stampata nella storia della letteratura italiana. Che non rimase certo l'unica.


Per di più, Marinetti parlava di svaticanizzazione dell'Italia, progetto preso in consegna dal fascismo delle origini. Né fu il solo del gruppo a non nutrire particolare simpatia nei confronti della Chiesa, e della religione in generale. Nondimeno, le vicende umane di alcuni esponenti del movimento futurista ebbero sviluppi inattesi e poco noti. Ve ne parleremo. 
Sarà poi l'occasione per superare alcuni cliché di cui il Futurismo è ancora prigioniero, e con i quali viene per lo più liquidato da chi, dopo averlo studiato al liceo, non se ne occupa più. È accaduto anche al sottoscritto. 

Nel 2007, alla Fiera del Libro di Torino, Umberto Eco tenne una straordinaria lectio magistralis dal titolo Le avventure di un bibliofilo. Potete leggerne la trascrizione integrale (se lo fate, poi mi ringraziate!) a questa pagina. Sul finire, elenca tutta una serie di epiche cantonate prese da sedicenti esperti riguardo autori, artisti, musicisti e quant'altro, e che saranno in seguito clamorosamente smentite. Nomi illustri compresi: Virginia Woolf in una lettera stronca l'Ulisse di Joyce, Ciaikowskij definisce Brahms un bastardo privo di qualità. Poi Eco dice:

Finiamo con una sola citazione dallo show business. Un dirigente della Metro, dopo un provino di Fred Astaire, nel 1928: “Non sa recitare, non sa cantare ed è calvo. Se la cava un po’ con la danza.” Che poi, a pensarci bene, non era del tutto sbagliato. Eppure era un errore. 

Allo stesso modo i Futuristi vengono ricordati dai più come un gruppo di facinorosi arroganti e maneschi, che volevano distruggere il passato, la grammatica, i musei e le biblioteche, erano dei guerrafondai e diventarono tutti fascisti. Anche in questo caso, a pensarci bene, non è del tutto sbagliato. Eppure è un errore. 
Perché si tratta di un errore contiamo di farvelo comprendere in S. Omobono. Non solo: su parecchi siti e non pochi libri, anche di notevole livello, si legge che il Futurismo è stata la prima avanguardia artistica italiana. Vi spiegheremo perché questa va considerata un'autentica boiata.
Alla fine della storia, sarà chiaro che parlare di Futuristi in chiesa, anche se a quanto ne so non ci aveva ancora pensato nessuno, ha una sua logica, e neanche tirata per i capelli. Al contrario.
Il racconto avrà un nutrito supporto di immagini, di letture e di musica, quest'ultima naturalmente suonata da Marilisa. Tranquilli: la musica non sarà eseguita con l'intonarumori, un ingombrante marchingegno inventato e usato negli anni '10 del XX secolo da Luigi Russolo. 

Russolo (coi baffi) e il suo intonarumori nel 1920 (Wikipedia)
Il Comune di Borgo S. Lorenzo patrocinerà l'evento. Un ringraziamento particolare va alla Cama Ascensori di Borgo S. Lorenzo per la sponsorizzazione.  Il ricavato della serata finanzierà il restauro dell'Organo Secentesco Stefanini. L'appuntamento è dunque per sabato 24 novembre alle ore 21 nell'Oratorio di S. Omobono a Borgo S. Lorenzo. Io e Marilisa vi aspettiamo!

Io e Marilisa in una foto scattata da A. Giovannini al Museo di Vicchio nel 2013







venerdì 2 novembre 2018

Primo Conti secondo Niccolò Niccolai


Il prossimo 12 novembre saranno trent'anni esatti da che Firenze e il resto del mondo sono senza Primo Conti. Nato il 16 ottobre 1900, il babbo l'aveva chiamato Umberto Primo, scosso dall'assassinio del sedicente Re buono. Umberto poi si perse per strada e rimase Primo Conti, musicista, scrittore, poeta, pittore. Fiorentinaccio. Uomo del Rinascimento nato nel '900, insomma. Anche se per la sua intera, lunga esistenza è rimasto prima di tutto, e fino al midollo, un pittore. Di questo è certo il mio amico Niccolò Niccolai. Gli credo, dato che Niccolò (nella foto d'apertura) è stato un allievo di Conti, e instaurò con lui una grande amicizia. Ed è stato Niccolò a farmi da guida alla grande e bellissima mostra (andateci!) dal titolo Fanfare e silenzi - viaggio nella pittura di Primo Conti, nella parte allestita a Villa Bardini - una seconda è alla Fondazione Primo Conti a Fiesole, una terza nella Sala del Basolato sempre a Fiesole, e tutt'e tre saranno aperte fino al 13 gennaio -, curata da Susanna Ragionieri e della quale Polistampa ha realizzato uno splendido catalogo. 

Vecchio dal turbante bianco, 1913 (!)
Niccolò conobbe Conti nel 1967. All'epoca, avere 67 anni voleva dire essere anziani. Primo Conti, anziano ma non domo, continuava allora imperterrito sul suo percorso. Un percorso iniziato quando, tredicenne, si presentò in pantaloncini corti all'Esposizione futurista di Via Cavour a Firenze. Era il novembre 1913. Attirò inizialmente le ironie e gli sberleffi degli espositori. Ironie e sberleffi che svanirono d'incanto quando questi iniziò a parlare, espose i suoi pareri, si mise a discutere con loro e, testimoniò Aldo Palazzeschi, pareva davvero Gesù fra i dottori. Li trascinò allo studio che già aveva in Via dei Della Robbia, e rimasero senza fiato nel vedere sul cavalletto il Vecchio dal turbante bianco. Divenne amico di tutti gli esponenti del futurismo, e di tutti conobbe e seguì le vicende umane e artistiche.

Marinaio ubriaco, 1919
Avrebbe poi detto a Niccolò della sua sensazione di essere stato allora un vecchio pittore che si era reincarnato in un bambino. E di essere tornato, in là con gli anni, alla ricerca di certe intensità e slanci che caratterizzarono la sua adolescenza. Conti, poi, si può dire che incontrò esponenti di tutte le avanguardie che hanno dominato il secolo da lui attraversato.  Il suo stile fu di volta in volta cézanniano, fauve, cubista, futurista, espressionista, metafisico, surrealista, dada, informale. Ciononostante, salvo errore, non ricordo di aver mai incontrato, nei testi da me consultati che parlano di lui, l'aggettivo eclettico. Perché non lo era.

Giotto e Cimabue, 1923
Dice Niccolò: "Conosceva bene il suo valore, e tuttavia aveva una grande umiltà, anche nei confronti degli altri artisti. Da tutti quelli che conobbe, e furono tanti - non solo pittori, ma anche scultori, architetti, registi, musicisti, scrittori, poeti -, seppe assorbire qualcosa. Era poi un lettore accanito e attento. Era insomma una spugna, e tutto ciò che percepiva e acquisiva andava ad arricchire il suo stile. Che restava suo. Guarda il Marinaio ubriaco, del 1919. Ci puoi trovare le tracce di Ottone Rosai, di Lorenzo Viani, il cubismo, il futurismo. Ma fai la sommatoria e ottieni ineluttabilmente Primo Conti. Guarda Giotto e Cimabue, del 1923. C'è ancora Rosai, vi si individua un'eco del Picasso del periodo Ingres, siamo calati in un'atmosfera  metafisica dominata però da una sorta di monumentalità che ancora si rifà al Rinascimento. Ma fai la sommatoria e ottieni ineluttabilmente Primo Conti."


Oltre la notte, 1976; Partire di sera, 1971; Luna blu, 1984; Grande figura seduta, 1966

Niccolò Niccolai ha avuto la fortuna di vedere Conti al lavoro. Molte delle opere esposte nella sala dei dipinti estremi le ha viste nascere. "La sua gestualità conservava una grande capacità di struttura disegnativa proveniente dalla tradizione fiorentina che si può far risalire al '500. Si alzava la mattina presto per riproporre i colori dell'alba. Ne otteneva delle opere non figurative, non materiche, non informali, che erano come delle Maestà. Maestà laiche. Ma il suo sentimento nei confronti del fenomeno fisico dell'alba era religioso!"

Veronica, 1931
Continua Niccolò: "Poneva al centro della tavolozza uno strato di olio di lino, e i colori ai lati. Mescolando volta a volta colori e olio, poteva dipingere con quella maggiore fluidità che rende i suoi dipinti inconfondibili. Si rimise in gioco a 70 anni e divenne amico di Rauschenberg, che dipingeva usando scope di saggina a mo' di pennelli. Primo continuò a usare i suoi pennelli, non potendo dimenticare il suo passato e le sue radici, ma il modo di usarli, diciamo così, tenne da allora in considerazione anche le scope! Conti non ha mai dimenticato né rinnegato nulla. Voglio dire che il futurismo se lo è portato dietro per tutta la vita. Ne trovi traccia nelle opere della 'vecchiaia', così come nella Veronica (1931): d'accordo, è un soggetto religioso. Ma la reminiscenza futurista c'è: è nella veste della donna in basso a destra. Se invece le circostanze esigevano quella somiglianza che non era nelle sue corde, nondimeno lui non si tirava indietro. Guarda questo ritratto di Luigi Pirandello, del 1928. E ne vidi un altro sempre di Don Luigi, che non è in mostra, e a mio parere è ancora più bello." Se possibile, aggiungo io.

Luigi Pirandello, 1928