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lunedì 29 aprile 2019

Paddy Campbell. La tragedia e la speranza


Conobbi lo scultore Paddy Campbell a Vicchio nel settembre 2010 in occasione di una sua mostra dal titolo La vita, e che fu allestita nelle stanze e di fronte la Casa di Benvenuto Cellini. Ci parlai ed ebbi da lui notizie che mi lasciarono abbastanza sbigottito. Ecco quanto scrissi sul Galletto.

Blue Lady. Vicchio 2010
...stenterete a credere quanto invece Paddy Campbell mi ha confermato: che questo signore dall’aria felice, classe 1942, dopo aver svolto con successo vari mestieri, non ultimo quello di ristoratore, è approdato alla scultura non più di una decina di anni fa [adesso una ventina], complici alcuni soggiorni in Toscana. Fu allora che, dopo essere stato anche pittore, si rese conto che la scultura era il suo mezzo elettivo d’espressione. Dal 2005 ha un suo studio fiorentino in via Luna. Ed è, appunto, felice e orgoglioso di ospitare le sue opere nella casa di uno dei suoi artisti preferiti in assoluto. “Credo che i miei preferiti siano proprio Cellini e Bernini. Si tratta di due dei massimi artisti del Rinascimento, accanto, è naturale, a Michelangelo. Ho studiato anche Giotto e l’Angelico, che sono ugualmente due giganti, anche se si parla di pittura.”

Mother & Child. Vicchio 2010
Più avanti: 

L’attenzione di Paddy al particolare apparentemente insignificante ha del maniacale, ma è grazie ad essa che lo spettatore assimila il suo concetto di vita – che, non dimentichiamolo, è il titolo della mostra -. E se, come si legge sul catalogo, Paddy Campbell cerca “di vedere l’essenza di chi sono [le sue modelle] – quella parte emotiva, spirituale, che è così vulnerabile, e nello stesso tempo così potente”, vi riesce proprio al momento in cui la cura del dettaglio puramente materiale è massima. Lo si vede in quelle sculture in cui viene congelato l’attimo, o in quelle nelle quali è ripresa una situazione considerata banale, ma che l’abilità tecnica dell’artista trasfigura in immagine ai limiti del mito. C’è da essere orgogliosi del fatto che la Toscana sia stata scelta, ormai, come seconda patria da un autore che ha realizzato il ritratto ufficiale della Presidente dell’Irlanda [sotto]

da www.ul.ie 
Da allora è passata parecchia proverbiale acqua sotto i ponti, e Paddy ha realizzato una quantità di mostre principalmente - ma non solo - tra la sua Irlanda e l'Italia. Tuttavia era rimasto per lui un progetto in sospeso. Paddy aveva ascoltato, soggiornando a Vicchio, molte storie di guerra, ed era rimasto colpito in particolare da quella sulla strage di Padulivo (10 luglio 1944, 14 morti innocenti). Lui che è nato durante la Seconda Guerra Mondiale. Lui che è stato testimone della guerra fratricida combattuta in Irlanda del Nord nella seconda metà dello scorso secolo. 3.500 morti, quasi tutti civili, in tempo ufficialmente di pace. Lui che, scrive la storica e critica d'arte Anita Valentini, esprime sempre la sacralità del vivere.

Life and Death
nella Piazza di Pietrasanta
Ma era stato il racconto di Padulivo a far scoccare in lui la scintilla. A ispirargli una scultura che potesse ricordare e rendere un omaggio universale a tutti coloro che hanno perso la vita a causa della guerra e del terrorismo
Ne nacque un'opera che, intitolata Life and Death, fu presentata per la prima volta alla sua personale "Di Cuore", ovvero "From the Heart", tenutasi nell'estate 2013 in Palazzo Medici Riccardi a Firenze. Oltre 50.000 visitatori poterono ammirarla. E, nell'ammirarla, riflettere. 
Fin dall'inizio Campbell aveva deciso di fare dono di Life and Death al paese di Vicchio. Ancora oggi si legge sul sito della Provincia di Firenze nella pagina relativa alla mostra: "Questa scultura è stata commissionata dal Comune di Vicchio del Mugello come memoriale alle vittime di tutte le guerre, a completamento dell’obelisco esistente in Piazza della Vittoria, dove sarà installata a settembre 2013."

Non è stato possibile, l'obelisco è storicizzato. C'è voluto altro tempo per il superamento di ulteriori ostacoli di vario genere. In questo Paddy ha potuto contare sull'aiuto determinante di Francesco Valentini, Generale di Divisione dei Carabinieri. Uno che aveva scelto anche lui Vicchio come residenza elettiva. Uno che soprattutto aveva fatto parte del Pool Antimafia. Non c'è da sorprendersi se aveva preso a cuore il progetto.

Io con Paddy Campbell
Valentini non ha potuto vedere realizzato il suo desiderio di vedere l'opera di Campbell collocata in Piazza della Vittoria a Vicchio, non a completare bensì accanto al Monumento ai Caduti. Ci ha lasciati proprio quando, nel 2018, Life and Death veniva esposta nella Piazza di Pietrasanta. Paddy non ha dimenticato, e alla base dell'installazione ha voluto collocare una targhetta in suo ricordo. L'opera è stata inaugurata in un giorno non casuale: il 25 aprile 2019. La presentazione è stata curata dalla già citata Anita, figlia di Francesco Valentini. Con questo evento il Sindaco di Vicchio Roberto Izzo, com'egli stesso ha affermato, ha concluso nel migliore dei modi i suoi dieci anni di mandato. 

Campbell si discosta del tutto dallo schema classico del monumento ai caduti. Life & Death, Morte & Vita. Death, crivellato di colpi, non giace a terra. Vola via. È risucchiato verso l’eternità. Come se il vertice dell’impalcatura piramidale fosse posto all’infinito. Campbell, forse con valenza apotropaica, per fondere la figura di Death ha anche fatto uso di autentiche pallottole e bossoli della Seconda Guerra Mondiale. 
Life protende la mano verso quella di Death. Ma sa bene che non potrà raggiungerla. O forse sì? S’intravvede un guizzo di speranza nel suo gesto. Death è la morte, e forse la rinascita. Life è tutti noi, ha spiegato Anita Valentini. E in tutti noi permane un'eco di speranza, per quanto remota. Forse nessuno come Campbell ha saputo esprimere il tragico, indescrivibile stato d’animo di chi rimane sulla terra dopo che chi gli è caro se n'è andato via in modo tanto orribile.

Inaugurazione di Life and Death, 25 aprile 2019







giovedì 31 gennaio 2019

Un gallerista under 30: Fabio Rocca


A Firenze, in quella Via delle Ruote in cui abitò Santi di Tito, al n. 6R troverete una galleria d'arte chiamata Roccart Gallery. Prende il nome da Fabio Rocca, che la gestisce.
Fabio è nato a Montevarchi il 17 febbraio 1992 e vive a Loro Ciuffenna. Nel 2011 si diplomò all'Istituto artistico e in seguito fece il decoratore per un mobilificio del Valdarno. Grazie a uno dei professori dell'Istituto ebbe contatti con una scultrice di livello internazionale, la quale lo incoraggiò a restare nell'ambiente. Fabio continuò, e infatti tuttora dipinge. In seguito, prima partecipò all'allestimento di una mostra, e poi ne allestì una lui stesso nel suo paese natale. Ebbe successo e soprattutto la cosa gli piacque. Capì che era la sua strada, e risolutamente la imboccò. La Roccart aprì i battenti in data 17 dicembre 2016.

"Come posizione l'ho trovata valida e funzionale", mi dice Fabio. "Si trova nel centro storico fiorentino, ma a breve distanza dai confini della zona a traffico limitato, e questo riduce le difficoltà ad esempio nel portare le opere." La grande sala d'ingresso è destinata di solito alle personali che restano esposte in genere per un due settimane, anche se al momento in cui scrivo è dedicata alla collettiva Bianco & nero inaugurata il 19 gennaio 2019. La sala inferiore (nella foto d'apertura) ospita opere di vari autori, alcune delle quali in permanenza. Specialmente in quest'ultima, grazie alla attentissima ristrutturazione, è palpabile la sensazione di trovarsi in un edificio antico. Un pezzo di storia di Firenze. Ma le opere che ospita proiettano nel futuro.

Inaugurazione della collettiva Chrismas in Art, 15 dicembre 2018

La, diciamo così, filosofia gestionale di Fabio ha avuto un successo crescente e rapido. Io lo conobbi il 15 dicembre 2018 per l'inaugurazione della collettiva Christmas in art cui ero stato invitato dal mio amico Maurizio Biagi, che vi partecipava. Le pareti brulicavano di opere eterogenee, molte sorprendenti, molte splendide, nessuna banale. Fabio prese la parola e presentò i partecipanti uno ad uno in perfetta pari dignità. Mi ha confessato poi: "Aperta la galleria, non tardai a rendermi conto di quanta gente partecipa alle inaugurazioni solo per godersi il rinfresco. Andando avanti, però, questi elementi sono andati diminuendo, più o meno come sono andati diminuendo gli spazi vuoti alle pareti della galleria." 
"Il mio intento", prosegue, "è quello di fornire agli artisti la possibilità di esporre nel centro di Firenze a costi accessibili, avendo uno spazio cui possono soprintendere secondo le loro esigenze e secondo il loro temperamento. Ho ospitato personali di autori provenienti un po' dai quattro angoli del globo: Argentina, Canada, U.S.A, Brasile, e questo ha favorito gli incontri, gli scambi d'esperienze, le influenze reciproche. La galleria è stata, ed è, un eccellente trampolino di lancio. Marco Monatti, ad esempio,.è partito per la Svezia! Maurizio Biagi sarà ad Arte Genova. Io, tra l'altro, non mi pongo il minimo problema nell'aiutare chi ha esposto da me ad allestire altrove una sua personale."
Fabio è in ottimi rapporti e spesso collabora con il quasi coetaneo Niccolò Mannini, titolare della galleria La Fonderia. "Non potremmo in nessun modo definirci concorrenti: siamo geograficamente distanti, e abbiamo due modi di gestire diversi, sicché non c'è proprio il rischio che ci pestiamo i piedi. E al contrario, ultimamente abbiamo organizzato insieme una collettiva dedicata all'erotismo, intitolata Tra cielo e terra, nell'ex chiesa di Santa Monaca in Oltrarno". La mostra è rimasta aperta dall'8 al 13 gennaio 2019. Ecco cosa si leggeva tra l'altro nella nota di presentazione: 

L’esposizione, organizzata da Galleria d'arte La Fonderia e Roccart Gallery, vuole essere una celebrazione dell’eros, della passione, dell’intimità, in un periodo nel quale le nudità e la volgarità dilagano ovunque, inducendo a credere che si tratti di erotismo. Le opere in mostra vogliono dimostrare che l’esplicitazione della nudità, tipica dei nostri tempi non è necessariamente accompagnata da quel senso di desiderio che al contrario può essere nascosto in uno sguardo, nella gestualità, nelle movenze della figura che abbiamo davanti.

La collettiva Tra cielo e Terra in Santa Monaca Oltrarno.
(dalla pagina Facebook di Roccart Gallery)
La presenza a Firenze per lo meno di un altro gallerista under 30 è senza dubbio una bella notizia. Ma, mi assicura Fabio, gradualmente si sta assistendo a un ritorno dell'interesse dei giovani nei confronti dell'arte. Ciò significa anche mutarne completamente l'approccio. Fabio non solo mette a disposizione degli espositori la stampa di cataloghi, brochure e biglietti da visita, ma lavora anche e soprattutto su internet e con i social. Attualmente Instagram molto più di Facebook. "Non è concepibile oggi lavorare in questo settore prescindendo dal web. Senza, canali fondamentali di promozione e di conoscenza della propria attività sarebbero inaccessibili. È fondamentale imparare a orientarsi nella rete e tra i social, per saperli dominare e sfruttarne le potenzialità positive -che sono tante - nel migliore dei modi. Un compito non sempre facile, ma fa la differenza." 

Fabio viaggia molto. Anno scorso si recò con la sua compagna Silvia a Miami, Florida. Per visitare tutte le gallerie del Wynwood Art District gli ci vollero tre giorni. "Ma anche nelle capitali europee la situazione non è molto diversa. C'è un fermento diffuso, un dilagare di idee e proposte. Firenze purtroppo è come non se ne rendesse conto, è dannatamente indietro." E pare davvero che non voglia guarire dalla malattia che l'affligge ormai da secoli, questo immobilismo causato da una sorta di soggezione e/o inibizione verso il suo passato rinascimentale. Anche oggi, e lo denunciavano oltre un secolo fa i futuristi, Firenze, in nome di un lontano periodo di splendore, sembra non permetta che neanche si tenti di crearne uno nuovo. "Domina l'apparenza. Vai a giro con un bel vestito per esibirti, non puoi portare in giro un quadro! Quando facevo il decoratore di mobili, destinati ad abitazioni di un certo livello, ebbi occasione di entrare in parecchie case di benestanti. Tutte belle quanto vuoi, ma tutte uguali, il che era abbastanza deprimente. Dobbiamo tornare a renderci conto della bellezza di cui siamo circondati, di cui dobbiamo continuare - o meglio riprendere - a circondarci, e che dobbiamo continuare a produrre"

Fabio con tre artiste:
Maria Letizia Scarpelli, Susi La Rosa e Sylvia Teri
Al termine di una chiacchierata in cui mi ha parlato anche di tante altre cose, Fabio mi informa sulle prossime esposizioni: una personale di un artista del Nord Italia e, a marzo, She Is Art. Un omaggio alla donna e alle donne, che si comporrà di soli ritratti femminili. 






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sabato 8 dicembre 2018

Giuliano Vangi e il Papa



Mi giunge notizia della mostra che si inaugurerà al Palazzo dei Vicari di Scarperia (FI) sabato 15 dicembre 2018 alle 15.30. Si intitola: Bergoglio. 80 anni in 40 tavole. Papa Francesco nei disegni di Giuliano Vangi per il volume: Francesco. Il Papa Americano. UTET Grandi Opere – FMR’.
Troverete su questo articolo tutti i particolari.
Giuliano Vangi, diciamolo subito, è il più grande scultore vivente. Nato a Barberino di Mugello nel 1931, può vantare un museo a lui personalmente dedicato in Giappone, a Mishima. A questo link troverete una sua biografia. Ne riporto un estratto:

Fa parte dell'Accademia del Disegno di Firenze, dell'Accademia di San Luca e dell'Accademia dei Virtuosi al Pantheon di Roma. Ha esposto in molte sedi prestigiose in Italia e all'estero, tra cui ricordiamo la prima importante esposizione Italiana a Palazzo Strozzi nel 1967. Negli anni successivi si susseguono numerose mostre in Europa a Monaco, Vienna, Stoccarda, Asburgo, Francoforte, Londra. Nel 1981 inaugura la sua prima personale a New York presso la Sindin Gallery, e nel 1988 invece porta le sue opere in Oriente per la prima mostra a Tokyo presso la Gallery Universe. In Italia sono state allestite sue personali a Milano, Firenze, Bologna, Parma, Trieste, Grosseto, Roma, Carrara, Lucca, Ancona, Bergamo, Brescia.

L'interno del Museo di Mishima dedicato a Vangi
Il 13 febbraio 2011, a Vicchio, fu consegnato a Giuliano Vangi il Premio Giotto e l'Angelico. Fu una cerimonia cui partecipò, si può dire, l'intero Mugello artistico. Scrissi allora sul Galletto: "Le qualità umane oltre che artistiche di Vangi (...) hanno trovato puntuale conferma quando l’artista ha preso la parola [durante la cerimonia di consegna nella Pieve di Vicchio] e, sinceramente commosso, ha ringraziato il Mugello per questo premio che costituisce uno dei più bei riconoscimenti da lui ottenuti lungo una carriera lunga ormai sessant’anni, proprio perché proveniente dalla sua terra d’origine. Ha parlato poi di quello che continua a ritenere un mestiere (molto tra virgolette), ché richiede anche energia fisica data la quantità di lavoro manuale necessaria, ma che non ha mai smesso di amare e di praticare con passione, e senza mai scendere a compromessi. Terminata la cerimonia, ci si è spostati al Circolo Il Paese, dove si è tenuto lo squisito pranzo in onore di questo artista che, pur vivendo da tempo altrove, non ha perso del tutto il suo accento toscano; che non ha nulla, ma proprio nulla del divo; e che si è concesso volentieri alle domande di Fabrizio Borghini (Toscana TV), di Paola Leoni (Tele Iride), e del sottoscritto."
Ebbi davvero la fortuna di intervistare Giuliano Vangi. Il Maestro era molto rilassato e felice, al termine del pranzo in suo onore. Pubblicata anch'essa sul Galletto, l'intervista mi pare ancora perfettamente attuale e, in attesa di poter ammirare le 40 tavole su Papa Francesco, ve la ripropongo. Eccola di seguito.

Uomo nel canneto, Forte Belvedere 1995
- Maestro Vangi, nel 1989 fu allestita una sua mostra di disegni presso il rinnovato Museo Beato Angelico di Vicchio. Come si sente oggi, rispetto ad allora?
- A marzo faccio ottant’anni, e dovrei sentirmi più saggio e maturo. Dovrei. Però ho molta energia anche fisica, molta volontà, lavoro sempre 8-10 ore al giorno e faccio lavori molto grandi, come una scultura per la Corea, lunga 8 metri alta 3.60 e larga 4, in pietra. Ho molto entusiasmo, come quando avevo vent’anni, forse di più. A una certa età si cerca di non perdere un minuto, ciò a cui magari da giovani non si pensa. 
- In generale le piace di più scolpire o fondere?
- Tutt’e due. Non ho una materia preferita. Ogni soggetto porta la materia con sé, certe sculture si adattano alla pietra, altre al metallo, e a me piacciono tutte perché mi aiutano a rappresentare certe idee che ho. Una scultura in metallo, molto aperta, non potrei realizzarla in pietra, una scultura tutta bloccata in pietra non s’adatta al metallo.

Vangi intervistato dalla compianta Paola Leoni

- Nelle sue opere quanto c’è di passione e quanto di abilità e preparazione tecnica? 
- L’abilità è sicuramente necessaria, come per un musicista, che so, un violinista, che deve avere una grande bravura nel suonare e poi una grande sensibilità per trasmettere la musica che produce. Per realizzare le proprie idee ci vuole una certa bravura, altrimenti uno pensa, pensa e non sa concretizzare. Le due cose devono essere combinate insieme. 
- Come si pone nei confronti di un’opera di arte sacra? 
- Le opere di arte sacra mi vengono solitamente commissionate, ad esempio da architetti che progettano edifici religiosi. Quando le lavoro mi pongo in effetti in un modo diverso, nel senso che comincio a vedere la chiesa, leggo testi sacri, in modo da entrare in questo tema così grande e importante, anche se io non sono un grande frequentatore di chiese. Poi però uno si immedesima e cerca di capire più possibile, di portarsi al di fuori delle cose terrene.

Forte Belvedere 1995
- Le ultime opere d’arte che hanno fatto, diciamo così, notizia sono state ad esempio happening come la fontana di Trevi colorata di rosso. Secondo lei esiste oggi un margine perché un’opera d’arte ‘faccia notizia’ perché è bella e non perché fa scandalo? 
- Oggi si corre talmente, si va così di furia, che tutti hanno bisogno di farsi pubblicità, di uscir fuori immediatamente, e non solo nell’arte: magari una donna va a fare la velina per entrare in Parlamento! Non c’è più la pazienza dello studio, si fa tutto con facilità e, non avendo dietro molti studi, qualità, preparazione, è più semplice imbrattare una scultura antica o rotolare le palline colorate giù per la scalinata di Trinità dei Monti, non c’è bisogno di grandi sacrifici, è una strada breve e veloce. 
- Ci sono in arrivo giovani artisti validi? 
- Ce ne saranno, ma non ne conosco molti. È un po’ sparito il mestiere, l’arte di saper lavorare certe materie. L’artigianato dell’arte si può dire che non si insegna quasi più. 
- E infatti, immagino un bambino che le chiede: Maestro Vangi, io da grande voglio fare lo scultore. Da dove comincio? 

- Ci vuole un sacco di pazienza e sacrifici. Se uno pensa di diventare subito famoso e fare soldi parte col piede sbagliato e non arriverà lontano. Deve lasciar perdere denaro e arrivismo, mettersi con molta umiltà a imparare, a studiare la natura, a cercare di capire cosa ha davanti, cosa vuole dire, perché lo vuole fare.
- Oltre all’opera per la Corea ha altri progetti cui sta lavorando?
- Sto facendo sculture anche per me. Lavoro dei graniti, e poi una scultura in bronzo lunga 12 metri. Non penso: questa scultura non la venderò mai perché è grande o perché è pesante o non piacerà. Ho sempre fatto ciò che mi piace fare. 
- Ultima domanda, Maestro: cos’è il Mugello per Giuliano Vangi? 
- Beh, intanto ci sono nato e qui ho ancora dei cugini. È una terra talmente bella, eccezionale, ove, come si sa, sono nati Giotto, l’Angelico, Andrea del Castagno, la mamma di Masaccio. È una terra fertile, colline bellissime, popolata da gente in gamba, gente semplice ma quadrata e sincera. Ho una vera mania per il Mugello e posso confermarle, come le avevo accennato, che, anche grazie alla nascita dell’Associazione Culturale Amici di Vangi, ho intenzione di tornarci molto più spesso di quanto non abbia potuto fare finora.

Penso che questa sia l'occasione per il ricordo commosso di una amica carissima: un'amica mia, del mondo culturale non solo mugellano, e di tutte le persone di buona volontà: Paola Leoni, scomparsa il 24 ottobre 2018 al termine di una lunga guerra contro un cancro implacabile. Come in mille altri eventi, anche in quel giorno di febbraio 2011 non fece mancare la sua professionalità di giornalista, la sua bravura, la sua gentilezza, la sua straordinaria umanità, che per me costituiranno sempre una delle più importanti lezioni di vita.







mercoledì 28 novembre 2018

Maurizio Biagi: evoluzione di un artista



Maurizio Biagi vive all'Impruneta (FI) dall'età di 4 anni, quando la sua famiglia vi si trasferì da Greve in Chianti. Era il 1953. Una grande famiglia di mezzadri: sotto lo stesso tetto vivevano in dieci, fino al suo biscugino. Il piccolo Maurizio fece amicizia col coetaneo figlio del padrone. Me ne parla all'indomani della partenza da questo mondo di Bernardo Bertolucci, e non è possibile non ripensare a Depardieu e De Niro in Novecento. "Da bambini le differenze, di qualunque genere, non si sentono." chiosa. Ma, cresciuto, Maurizio cerca una strada diversa da quella familiare. Lavora per 6 anni alle fornaci dell'Impruneta, poi trova un impiego alla Manetti & Roberts, ove rimane fino alla pensione. 


Il talento e l'urgenza di creare, intanto, bussano alla sua porta fin dall'inizio degli anni '70. Extra lavoro, produce ceramiche, partecipando a mercatini. Finché non sorge il Gruppo Pittori Imprunetani, in seguito il gruppo Art Art di cui oggi è consigliere, e che lo vedrà sin dall'inizio tra i suoi protagonisti. È degli stessi anni l'incontro con Gianfranco Mello. "Di estrazione ben diversa dalla mia" racconta Maurizio. "Era figlio d'arte, il babbo era stato un importante scenografo teatrale, e lui aveva già esposto anche negli Stati Uniti, mentre io ero agli esordi e venivo da una famiglia contadina. Ma anche in questo caso, come fossimo stati ragazzi, nessuno dei due sembrò accorgersene. Si interessò ai miei lavori. Apprezzava, diceva, il mio spiccato senso del colore. Lavorammo insieme, andavamo a dipingere en plein air. Ho imparato tantissimo da lui, e non solo sul piano strettamente pittorico, ma anche su quello umano e filosofico. Finché mi raccomandò di camminare con le mie gambe e seguire la mia strada".

Questa strada conduce Maurizio a una serie di partecipazioni a esposizioni in compagnia di alcuni dei nomi più attivi e celebri a cavallo tra anni '80 e '90. Una soddisfazione la ebbe quando fu tra i segnalati del Premio Pittura di Panzano 1983, vinto da un artista del calibro di Ugo Attardi. La sua prima personale, nel 1986, ebbe la presentazione di Carmelo Mezzasalma, oggi Superiore di quella Comunità di San Leolino che da dicembre 2017 gestisce fra l'altro la Certosa fiorentina. Scrisse tra l'altro Mezzasalma:

Perché la pittura di Maurizio Biagi non nasconde le metafore dell'esistenza, le piaghe del vivere, l'acuto grido della carne: il ritmo del suo canto e il colore che si dispone nell'esatta e cangiante metamorfosi di quel presente l'accende e lo placa nell'intrecci d'un movimento così fisso e mosso al contempo da non tradire mai il fondo della sua espressione. Quel fascio di ginestre, nell'improbabile e pallido cobalto del cielo, nasce da un groviglio di radici naufragate nello spazio profondo e senza nome che rimanda, per opposizione, nell'immobile presenza dell'astro teso a racchiudere le avvolte penombre della natura, una natura della mente e dei sensi.

Il 1990 sarà forse l'anno d'oro per Maurizio: parteciperà alla mostra di affreschi su cotto nella Sala d'Armi Buondelmonti all'Impruneta, e alla 17^ Rassegna sestese di pittori grafici scultori. Esporrà insieme con artisti quali Silvio Loffredo, Enzo Faraoni, Gualtiero Nativi, Vinicio Berti, Sergio Scatizzi.
Maurizio mi porge il catalogo di una mostra dal titolo Pittori e scultori imprunetini, senza data, e neanche lui la ricorda con precisione. Devono essere gli stessi anni, e sfogliandone le pagine mi rendo conto una volta di più di quanto la vita artistica in provincia sia (sempre stata) viva e ricca di idee, non di rado innovative e stimolanti. Non tutto è naturalmente dello stesso livello, ma non c'è da sorprendersi se l'attività del gruppo Art - Art è dal 2005 addirittura frenetica, e nel relativo sito vi sono le galleries di - salvo errore - 71 Autori tra pittori, grafici, scultori e fotografi.

Il Nuovo iter 

Allo scadere del millennio Maurizio Biagi attraverserà un momento di crisi artistica. "Dal 2000 al 2010 ho prodotto poco, e pensato tanto. Da un lato, il figurativo mi era diventato stretto." E mi mostra Nuovo iter, dipinto che fece per lui da spartiacque. Mi torna alla mente il Primo acquerello astratto di Kandinskij, ma lui si schermisce, e continua: "Dall'altro, avevo iniziato una riflessione sul secolo appena terminato. Questo secolo in cui gli artisti si erano definitivamente liberati dal vincolo della produzione su commissione. Questo secolo che aveva prodotto l'informale, la pop art, lo spazialismo, l'action painting, il materico... te li dico alla rinfusa, ma sono tutti stili dopo la cui comparsa non ci si può più permettere di dipingere come duecento anni fa. Il mio intento, forse un po' ambizioso, era diventato quello di trovare una forma stilistica che racchiudesse, che sintetizzasse tutto il '900, almeno attraverso e secondo la mia visione."

Maurizio Biagi e i suoi monocromi all'Impruneta. Foto di Enzo Correnti

Una ricerca, dunque, preparata da anni con cura, riflessioni e continui ripensamenti, ma iniziata realmente intorno al 2012, e che prosegue tuttora. In modo del tutto naturale, quasi come in una dissolvenza incrociata, lo stile di Maurizio è approdato all'informale. Lo spiccato senso del colore di cui parlava Mello, oltre a una continua e autentica meditazione sul pigmento, ha originato le sue opere monocrome. "Sul cotto è possibile fissare il pigmento puro, senza bisogno di solventi. Ci pensi? Pigmento, nient'altro che pigmento. Colore, nient'altro che colore." Ed ecco i monocromi che in certe sue installazioni sembrano talvolta atomi di un organismo di proporzioni immense. Atomi. Elementi base. Punti di partenza. Mentre i suoi affreschi ci parlano, volendo proseguire la similitudine, di molecole. Più o meno complesse. Che diventano, su grandi superfici, altrettanto grandi molecole organiche. Punti d'arrivo? Non ancora. Il viaggio di Maurizio è ancora lungo e, nonostante le numerose, splendide tappe compiute, promette nuove mete.


Nel gennaio 2018 Maurizio, insieme con Manila Bennati e la collaborazione dell'architetto Rosy Goia, ha allestito la mostra Living d'autore, alla Roccart Gallery di Via delle Ruote a Firenze. Ecco cosa dichiara per l'occasione: “In questo contesto oltre a presentare i miei monocromi realizzati con pigmento puro, introduco anche il nuovo ciclo delle scritte sui muri: isolando una parola o una frase su un frammento di muro intendo ridare a loro il giusto peso e significato in un mondo affollato di immagini e parole.”

Maurizio accanto a una sua opera, con Susi La Rosa
E, mentre pensa alla sua prossima personale, "tutta ancora da concepire. Volevo allestire una mostra a tema, ci sto pensando. Te ne parlerò...", Maurizio ha creato una sorta di opera natalizia, usando una tecnica sfruttata non di rado in passato, il collage. Ne sta preparando un'altra per una collettiva, sempre alla Roccart Gallery. Un apparente disimpegno, ma la cura cromatica con cui è realizzato ne rende l'autore immediatamente, e inequivocabilmente, identificabile. 




sabato 20 ottobre 2018

Artisti (non) per caso


Sabato 27 ottobre 2018, alle 10.30, avrò il gradito compito di presentare, presso la sala del Comune di Dicomano (FI), la mostra di due amici artisti: Daniele Passiatore e Carlo Tesori.
Acquarellista il primo, mosaicista, scultore e, diremo così, assemblatore il secondo, come spesso capita hanno trovato una perfetta intesa nella loro totale diversità di stili. In realtà i punti che li accomunano non mancano. A cominciare dal fatto che l'approdo all'arte e alla creatività è stato per entrambi casuale, ed è avvenuto in età matura.

Daniele Passiatore
Daniele, classe 1954, di Contea (FI), ha gestito per anni con successo una ditta di attrezzature per la refrigerazione. Gli capitò un giorno, rovistando nel suo garage, di imbattersi in una cassetta di colori, impolverata e mezza scassata, che apparteneva al suo babbo. L'affidò a un falegname perché gliela riparasse. Era il 2006. Iniziò tutto quasi senza che Daniele se ne accorgesse. L'appassionarsi all'uso dei colori a olio, l'accorgersi che i risultati c'erano nonostante non avesse mai dipinto né frequentato scuole di sorta fino allora. Nel 2008 il colpo di fulmine per l'acquerello. "Era più difficile", racconta, "con l'acquerello non puoi permetterti di sbagliare, il tratto non si può correggere, non ci si può ridipingere sopra. Una distrazione e il lavoro è rovinato. Una sfida che ho voluto raccogliere."

Quotidianamente rivedendosi e migliorandosi, con umiltà e caparbietà Daniele ha saputo raggiungere risultati espressivi di straordinaria poesia e suggestione. Aggiunge talvolta un tocco di originalità, dipingendo su una pagina di giornale imperniata sul soggetto raffigurato: il tram, ad esempio, o il treno, che ricorre non di rado nella sua opera e, complice l'uso dell'acquerello, pare quasi farsi immagine onirica, ricordo evanescente, memoria da non lasciar scivolare via. Poche pennellate, invece, sono sufficienti per tratteggiare atmosfere agresti, paesaggi rurali sospesi, la natura al lavoro col tramite dell'attività umana. Daniele andrà ancora avanti nella sua ricerca, e continuerà a sorprenderci. 



Carlo Tesori
Per tutt'altre vie continua a sorprenderci Carlo Tesori. Un anno più di Daniele Passiatore, nativo della Rufina (FI), ha lavorato in un'azienda di ceramiche. Nel 2003, andando per funghi nella sua amata campagna, rinvenne un blocco di castagno. Gli venne voglia di scolpire e ricavarne una figura. Ci riuscì. Il resto venne quasi da sé. Si appassionò sempre di più alla creazione artistica, iniziò a dipingere a olio, ma in seguito si diresse verso una via assolutamente originale: quella che lui stesso chiama le cose strane
Non serve, accanto alle sue 'sculture' (capirete il perché delle virgolette), apporre cartellini con su scritto si prega di non toccare. Perché il suo stupefacente ragno è ricoperto di spine di acacia dipinte, e si lascia ammirare ...senza avvicinarsi troppo. Opere come questa, Carlo ne ha realizzate parecchie, con una pazienza certosina. All'esposizione vedrete una pantera nera che ha richiesto un qualcosa come 90.000 spine, una quantità imprecisata di vinavil, una tenacia non indifferente nell'apporle una dopo l'altra e un non esiguo numero di punture e tagli alle dita. 

È valsa la pena? Chi vede i risultati non avrà dubbi. Una volta passata quella sorta di inquietudine ancestrale dapprincipio generata dai soggetti, tra i quali spicca anche un drago, lascerà lo spazio a una incondizionata ammirazione. E non crediate che i mosaici siano un lavoro più tranquillo. "Un mio amico realizza vetrate artistiche, per le chiese e per appartamenti privati. Mi lascia sempre gli elementi scartati, che io poi assemblo, e pure qui magari ci scappa il taglietto al dito". 
Anche in questo caso, se è valsa la pena ve ne potrete rendere conto visitando la mostra. 


La quale mostra, ripeto, s'inaugura sabato 27 ottobre alle 10.30 e resterà visibile fino al 25 novembre durante gli orari d'apertura del Comune di Dicomano. In più, il sabato con orario 9-12.30, 15-19, 21-22.30 e la domenica 10-12 e 16-18. 


lunedì 15 ottobre 2018

Il periodo blu di Enrico Pazzagli

A un'età in cui anche gli artisti, se non tirano i remi in barca e si adagiano sulle passate glorie, per lo meno rallentano l'attività e restano su sentieri a loro ormai ben noti perché percorsi e ripercorsi, Enrico Pazzagli può permettersi di continuare a cercare e sperimentare nuove soluzioni e vie espressive. Non solo: può permettersi ancora di sorprendere. Tornare a trovarlo, dopo tutto sommato neanche tanto tempo, è stata per me una continua rivelazione.


Enrico mi accoglie mostrandomi un grande Fabrizio De André in blu. Ho voluto fotografarlo con il pannello in mano, per il gusto di riecheggiare il Renée Magritte ritratto da Bill Brandt. L'opera è molto bella, ma lascia interdetti. Non è quello che ti aspetti da un pittore noto soprattutto per i suoi proverbialmente stupendi acquarelli, di concezione completamente diversa. È vero, Enrico Pazzagli non è solo acquarelli. Lo avevo spiegato anche in un post precedente. Questo che, mi spiega, "per me non è il ritratto di De André, è De André", ci appare però qualcosa di assolutamente inedito. Ma lo è davvero? 

Per rispondere, Enrico mi mostra alcuni prodotti di una sua attività meno nota, anche se non meno intensa: quella di scenografo e di cartellonista. In particolare, nel 1974 l'Accademia degli Audaci gli chiese di creare un manifesto standard per la pubblicizzazione degli eventi. Enrico creò una immagine di notevole impatto grafico, che poi avrebbe fatto anche da scenografia per un concerto. Mi mostra il manifesto, et voilà, nella cascata di capelli femminili della maschera sullo sfondo di luna individuiamo il germe che ha condotto alla frastagliatura dei capelli del cantautore. Ci sono altri esempi della stessa epoca, ma questo è il più significativo.
Così, riflettere su un'attività lontana nel tempo è servito ad Enrico per andare ancora avanti, e proseguire la sua ricerca che séguita a dare risultati, concretizzatisi non solo nel De André. Esaminando e ammirando altre sue opere recenti, non posso fare a meno di notarvi la predominanza del blu. "Facci caso, sono pure vestito in blu! Non so se chiamare quello attuale il mio periodo blu, ma la sua predominanza è indubbia. Forse ora più di prima, anche se il blu è sempre stato il mio colore preferito." 

Predominanza che ritrovo in due tavole - anch'esse inconsuete ma dallo stile ugualmente inconfondibile - in truciolato, per lui altro elemento di ricerca. "Questa superficie irregolare è stimolante, per il colore, per il gioco di riflessi, per le forme da costruirvi." La tavola in verticale che si vede nella foto d'apertura mostra sì la ramificazione di un albero, ma a dominare l'atmosfera è la sfumatura del cielo. Come nell'altra tavola, sempre in truciolato, che presenta le intricate radici di una pianta forse millenaria. È sul cavalletto, è da finire, mi dice Enrico. Azzardo la frase forse più odiata dai pittori, ma che mi pare in questo caso opportuna: "Io lo lascerei così!". E lui riconosce che forse l'idea non è sbagliata. 
Concluso splendidamente, invece, e sempre dominato da tonalità tra l'azzurro e il blu, è un paesaggio evanescente e pazzagliano come pochi altri, che Enrico sta per presentare, insieme con altri due, a una collettiva che si aprirà tra pochi giorni alla Vecchia Propositura di Scarperia. 



venerdì 3 agosto 2018

Niccolò Niccolai: ieri, oggi e (soprattutto) domani.


Il mio amico Niccolò Niccolai inaugurò la sua grande retrospettiva in Palazzo Panciatichi, a Firenze in Via Cavour, l'11 febbraio 2013. Lo stesso giorno, il mondo era rimasto ammutolito dalla notizia delle dimissioni del Pontefice Benedetto XVI. Io mi vanto di essere stato l'unico a comprendere il vero motivo di questo gesto. Lo confidai a Niccolò: "Vedi? Evidentemente anche lui ha saputo che tu di norma fai una personale ogni morte di Papa, sicché ha preferito mettere le mani avanti."
In realtà per Niccolò, nato a Castelfiorentino nel 1948, pittore, scultore, scenografo, insegnante, la ritrosia a esporre che tutti gli amici affettuosamente gli rimproverano non solo è parte integrante della sua indole, ma lo ha tenuto al riparo dai pareri dei critici, che avrebbero potuto indirizzarlo per vie che non sono le sue. Lo affermò Domenico Viggiano (Segretario dell'Accademia delle Arti e del Disegno) proprio in occasione dell'inaugurazione della mostra, e aggiunse: "Troppo spesso si rischia che la storia dell’arte la facciano i critici anziché gli artisti. E invece Niccolò ha dato sempre retta a se stesso, seguendo una strada personalissima e di grande coerenza."

Niccolò nel 2013 accanto a un autoritratto del 1968
Una strada, scrissi anni fa su una nota biografica, scandita soprattutto da incontri. Incontri che, per la loro grande e imprescindibile forza di coinvolgimento, non potevano restare senza conseguenze, tanto meno su un artista la cui formazione personale, va considerato, è stata prevalentemente religiosa. Incontri con svariate personalità piccole e grandi che hanno dunque contribuito al suo divenire umano e artistico. Inutile tentare un elenco che sarebbe sempre e comunque incompleto. Mi piace semmai rilevare la pari dignità che Niccolò assegna loro: a Gino Terreni, insegnante di disegno del commerciale che raccomandò i suoi di mandarlo all'Istituto d'Arte; come a Silvano Piovanelli, all'epoca Vicario della Val d'Elsa e Proposto di Castelfiorentino quando il P.C.I. vi raccoglieva il 78% dei voti, ma tutti andavano alla Messa per sentire le sue omelie. Sempre sul piano religioso, fra gli incontri rimarchevoli di Niccolò si possono ricordare il gesuita Jean Le Quit, Giovanni Lanza Del Vasto detto il Gandhi italiano, Don Luigi Giussani. Sul piano artistico c'è da perdersi. Maestri, colleghi, compagni di percorso, allievi. Da Emilio Greco a Luca Ronconi, dal regista Leo Toccafondi allo scultore Silvano Porcinai, e poi la scenografa Laura Stiattesi, da anni sua compagna di lavoro e di vita. Né si possono dimenticare i quattro anni di Accademia con Primo Conti, al termine dei quali si diplomò col massimo dei voti. L'amicizia con questo artista proseguì fino alla scomparsa di quest'ultimo, della quale sta per ricorrere il trentennale.
Niccolò ha attraversato diverse fasi stilistiche in continuità l'una con l'altra come un piano sequenza cinematografico, in un fluire che è frutto di di una ricerca continua. Il ricorso a più mezzi espressivi fa di lui un uomo del Rinascimento e lo inserisce senz'altro nel novero degli artisti rigorosamente fiorentini.

Pentecoste, 1972. Chiesa di S. Paolo a Soffiano, Firenze
Ho la sensazione - mi spiegò - che adesso si dia più importanza al mezzo che alla finalità dell'opera d'arte. La modernizzazione rischia così di rimanere fine a se stessa, e su se stessa arroccata. Il mezzo - il colore, il video, la performance, l'installazione - ha una sua ragion d'essere in funzione di ciò che si vuole esprimere. Dovendo intraprendere un viaggio, solo una volta stabilito dove si vuole andare avrà un senso scegliere se usare un Jumbo o un DC9, o una barca a vela, o un treno. Il mezzo è un veicolo utile, ma si può proseguire anche a piedi e a mani nude, purché la meta sia intravista. È la meta che fa grande e duratura la ricerca.

Il Monumento alle Vittime Civili del Bombardamento di Borgo S. Lorenzo

Dopo una fase di approfondimento sulle contaminazioni tra futurismo e cubismo, che raggiunse l'acme negli anni 70 (e ne riparleremo), Niccolò tornò al figurativo, sia in pittura che in scultura. Dal 1984-85 al 2005 è stato titolare della cattedra di pittura al Liceo Artistico. Le altre attività, in particolare quella di scenografo, lo coinvolsero e assorbirono, ma mai al punto di fargli tralasciare l'insegnamento. I suoi allievi ancora oggi gli dimostrano per questo una straordinaria gratitudine.


Quando lo andai a trovare per la prima volta, dieci anni fa, nella sua casa-studio di Vespignano, mi mostrò con più che legittimo orgoglio la sua scultura di S. Francesco Predicatore, che adesso è situata nel natìo Castelfiorentino di fronte alla Chiesa dedicata al Poverello d'Assisi.


Son tornato i giorni scorsi a trovarlo nell'altra casa-studio, sempre nei pressi di Vicchio ma di là dalla Sieve, sul Poggetto dell'Uliveta. Niccolò mi ha mostrato le sue ultime creazioni, compiute e non. Non ancora, s'intende.

In particolare, il suo Transito di San Francesco è strettamente imparentato con il Predicatore, di cui sembra rappresentare la logica, mistica conclusione. Il Transito è stato di recente esposto per tre mesi ad Ascoli Piceno nel Palazzo del Capitano del Popolo all'interno di una collettiva. Gli 8 artisti che vi hanno preso parte sono coinvolti in un progetto di riesame e riconsiderazione dell'arte sacra, nell'intento di conferire nuovi valori a questo genere. "La dipartita di San Francesco" spiega Niccolò "ebbe un che di quasi scandaloso. Il suo ultimo desiderio fu di essere privato del saio, e nudo essere seppellito nella nuda terra. Come suo ultimo gesto ho voluto evidenziare quel suo tentativo di proteggere le stigmate.".

Niccolò ha poi ripreso in mano e ricostruito una sua scultura realizzata molti anni fa, che era stata danneggiata. Rappresenta il mito di Hermaphrodita secondo Platone. Lo riassumo testualmente da una citazione su www.filosofico.net: "Un tempo gli uomini erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v'era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all'antica perfezione."

Avevo accennato alla ricerca compiuta da Niccolò negli anni '70. Quest'opera sembra esserne quasi un paradigma. "Lavoravo con Primo Conti, e grazie a lui approfondii i rapporti tra futurismo e cubismo. Questa scultura ne è un po' una sintesi. Al di là della logica ambiguità sessuale, ciò che a distanza di anni trovo maggiormente interessante sono queste spigolosità che s'intromettono nella forma a scomporla in elementi geometrici, dandole movimento e dinamicità. La strada che percorrevo è stata fondamentale, così come il rapporto con Conti, per tutto il mio lavoro a seguire. Voglio dire che il figurativo cui sono poi tornato discende in via diretta dalle ricerche compiute a quell'epoca."

Riprendo ancora dalla nota biografica: con le logiche distinzioni date dai relativi contesti, l'intera opera di Niccolò Niccolai lascia sempre e comunque all'osservatore una componente estetica da dedicare in effetti al momento puramente contemplativo. I modi e gli aspetti variano a seconda del linguaggio usato, ma si tratti dell'allestimento di una grande mostra culturale come Renaissance de la Mode Italienne; della scenografia di una Tosca; del Monumento alle vittime civili del bombardamento di Borgo S. Lorenzo (a sua volta vittima della maleducazione); della grande pala della Pentecoste; o viceversa delle sue acqueforti o degli innumerevoli disegni, acquerelli, schizzi sui suoi altrettanto innumerevoli album, una realizzazione di Niccolò chiede sempre allo spettatore una partecipazione contemplativa, da affiancare e spesso anteporre a ogni altro tipo di considerazione estetica, artistica, storica, funzionale, culturale. È questo forse l'elemento che accomuna i tre linguaggi dell'arte di Niccolò, che si trovano poi a esprimersi in modi apparentemente così diversi.

La sedia di Berenson nello studio di Niccolò
Niccolò è a buon punto nel completamento de La sedia di Berenson, che si ricollega perfettamente a quanto sopra. Era partito da uno schizzo che aveva fatto ritraendo l'amica Cristina Falcini, e da cui ha poi tratto la scultura. "Sono riandato con la memoria alle lezioni di uno dei miei maestri, Del Bravo. Questi citò una volta un concetto espresso da Bernhard Berenson: l'arte ha bisogno di una sedia. Una sedia dove posarsi comodamente rilassati, in modo da poter contemplare l'opera nella migliore delle condizioni possibili". "Sembrerà strano, ma l'elemento di partenza per la scultura, che poi è quello che mi ha incuriosito di più, è stata la posizione delle gambe. Da questa dipende tutto il resto. Non chiedermi perché, ma di solito disegno dal vero, e poi modello a memoria."




lunedì 2 luglio 2018

Si riparla (finalmente) di Tonino D'Orio.


Ci sono tre giorni, tra giugno e luglio, in cui da diversi anni a Borgo San Lorenzo l'angusto e fascinoso Vicolo di Castelvecchio diventa, su iniziativa principalmente delle mie amiche Beatrice Niccolai e Daniela Cappelli, il Vicolo della Poesia. Per tre sere si parla di poesia, di letteratura, di arte, di cinema, si racconta, si recita, si suona, si canta. L'edizione 2018 ha avuto per titolo Il cielo mi guida e, lungo il fine settimana 29-30 giugno-1° luglio, si sono alternati sul palco poeti, musicisti, registi, voci recitanti, mentre sulle pareti del vicolo, bonus non indifferente, è stata allestita una retrospettiva di Tonino D'Orio.
Feci amicizia con questo autentico uomo del Rinascimento  quando collaborai fattivamente alla realizzazione della mostra Pittore di paesaggi e sentimenti che si tenne nel 2016 a Vespignano: curai le foto del catalogo, e ne sono tuttora orgoglioso. 

David Cantina presenta la mostra di Tonino D'Orio a Vespignano.
Sullo sfondo Rosalba D'Orio, Giuliano Paladini e Carlotta Tai. Aprile 2016
Veramente, Tonino D'Orio non l'ho mai incontrato. La mostra alla Casa di Giotto era in occasione del centenario della nascita. Ma le conversazioni con i figli Benedetto e Rosalba, così come quelle con l'amico storico dell'arte David Cantina, furono così sentite, ne ricavai un ritratto così vivido, che ebbi l'impressione di conoscerlo di persona. E che fosse ancora vivo. Ecco cosa scrissi all'epoca:

Il Vicolo della Poesia, 2018
Nato nel 1916 a Roccasecca (FR), come S. Tommaso d’Aquino e Severino Gazzelloni, del quale fu grande amico, da giovane suonava praticamente tutti gli strumenti a corda. Il suo preferito, un violino, rimase seppellito sotto le macerie della Seconda Guerra mondiale. Comprò allora un mandolino, di cui divenne virtuoso ed ebbe anche alcuni allievi. Fece teatro sotto l’egida dell’Enal di Frosinone, recitò con Dora Calindri, sorella di Ernesto, curò diverse regie. Fu organizzatore di innumerevoli feste con gruppi folcloristici ciociari. Capitano negli Alpini, entrò nell’Intendenza di Finanza e, quando nel 1957 vinse un concorso alla Dogana, si trasferì a Firenze. Fino ad allora aveva dipinto saltuariamente, ma l’incontro col suo maestro Gino Paolo Gori, di cui frequentò con assiduità lo studio, fu fondamentale: dal 1959-60 si dedicò esclusivamente alla pittura, fino al 1977, anno della prematura scomparsa. 

Benedetto D'Orio nel Vicolo della Poesia
Queste brevissime note biografiche possono far esclamare a chi ammira i suoi dipinti: ah, ecco! Perché un’opera di Tonino D’Orio, come una poesia dell’ermetismo, reca la sensazione che a monte ci sia qualcos’altro. Molto altro. Non di rado un microcosmo. Che non poteva provenire da qualcuno che non avendo di meglio s’improvvisò pittore, ma solo da un artista a tutto tondo, con un retroterra sconfinato e dalle mille sfaccettature.

Donna viola, 1973
Sbalordisce la coerenza stilistica dei suoi dipinti. Guardate la continuità tra un paesaggio industriale e un tramonto lacustre. Guardate le sue donne, dipinte o disegnate spesso in pochi tratti. O era sempre la stessa? Guardate i suoi cieli, e faccio mie le parole del mio amico David Cantina nella nota al bel catalogo della mostra: “Un cielo che accoglie sotto di sé una natura fatta di declivi, talvolta brulli, talvolta boscosi, strade di campagna, laghi in cui il sole si immerge liquefacendo la sua luce sugli specchi d’acqua, campagne velate dalla nebbia dove si possono riconoscere alcune case, rovine industriali divorate dalla vegetazione”. Personalmente ho un debole per certe sue vere e proprie miniature, dipinti di dimensioni ridottissime in cui pennellate dense e materiche, non di rado poche, non di rado puro colore, forgiano nondimeno un brulichio di contenuti emozionali su cui meditare.
Per alcuni questa esposizione sarà una riscoperta, per molti una scoperta. Tutti ne concluderanno inevitabilmente che Tonino D’Orio ci ha lasciati troppo presto.

Paesaggio, 1969 ca.
Nel Vicolo della Poesia, David Cantina è tornato a parlare di Tonino. Ne ha parlato come pittore di cieli (D'Orio diceva di avere visto migliaia di tramonti e nemmeno un'alba). Ha descritto alcuni dipinti esposti, come quello dei due spazzini che lavorano in un viale di Prato che non esiste più. Ha raccontato delle sue esposizioni nei quattro angoli del globo, da Boston a S. Pietroburgo, allora Leningrado. Delle quotazioni delle sue opere, che nell'anno della morte, il 1977, sul Bolaffi andavano dalle 450.000 al milione di lire di allora. E ha concluso che il Vicolo della Poesia è stata una occasione eccellente per tornare a parlare di Tonino D'Orio.

Gli spazzini, 1967

Io, nel mio piccolo, non posso che fare altrettanto, e ricordare una volta di più questo personaggio discreto e taciturno, il quale preferiva che a parlare per lui fosse la sua opera. Tutta la sua opera. Non possiamo conoscere i suoi concerti, le sue recite, le sue regie. Appartengono a un'epoca in cui non si era ossessionati dall'idea di riprendere filmare fotografare registrare tutto.  Restano i suoi dipinti, testimoni del bellissimo percorso umano compiuto da - lo ribadisco - un uomo del Rinascimento che non dimenticò mai di vivere nel XX Secolo.