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martedì 19 dicembre 2017

Il mio amico Giuliano Paladini

Giuliano Paladini avrebbe potuto iniziare a dipingere molto prima. Ma ci si mise di mezzo una delusione infantile. Ai suoi tempi poteva capitare – e a lui capitò – di frequentare, alle elementari, classi miste non solo per sesso, ma anche per età: dalla prima alla quinta tutti insieme. Fu indetto un concorso di disegno. Giuliano fece per l'appunto un disegno. La maestra lo prese e lo fece partecipare, ma col nome di una bambina, la prima della classe, che però non sapeva tenere in mano una matita. Vinse il disegno di Giuliano, ma il premio, un ambito e costoso kit per dipingere, se lo aggiudicò la bimbetta. Giuliano non la prese bene, anche se non ha mai portato rancore alla maestra, né alla piccola usurpatrice. Nondimeno, rimosse ogni velleità artistica e non ci pensò più.
Vi sono però appuntamenti che si possono solo rimandare, non annullare. Nel 1971, all’età di 25 anni, Giuliano sposò Laura. Due anni dopo, il bilancio non voleva ancora saperne di quadrare. Pazienza. Volevano lo stesso un quadro da mettere in sala per completare l’arredamento, anche se i mobili non avevano ancora finito di pagarli. Andarono da un pittore, che per una sua opera gli chiese 50.000 lire di allora. Mezza mensilità. Giuliano disse: “Oh, senti: se tanto mi dà tanto, un quadro piglio e lo faccio io!”. Laura scoppiò in una risata epica. Il giorno dopo Giuliano andò a comprare tela, pennelli e colori. Era il 1973.
Nel 1977 Giuliano inaugurò la sua prima personale. 


Fu a Borgo S. Lorenzo presso la galleria La Medicea di Renzo Giovannini. Gli procurò non pochi consensi. Amilcare Giovannini la recensì in termini entusiastici: “…come se il seme di Giovanni Malesci si sia accostato a quello degli altri per creare una ‘pittura mugellana’ destinata sempre a rimanere nel tempo.” Giuliano sorrideva, ma dentro di sé pensava: chi diavolo è Giovanni Malesci?. Perché non solo non conosceva l’erede prediletto di Giovanni Fattori. Non conosceva neanche Giovanni Fattori. “Conoscevo solo Giotto, di nome più che altro." Per forza. A Vicchio è tutto Giotto. Piazza Giotto, Trattoria Giotto, Abbigliamento Giotto, Autocarrozzeria Giotto. "E io da ragazzo, figurati, facevo parte dell'Associazione Pescatori Giotto! Ad ogni modo i Macchiaioli mi divennero familiari solo in seguito. Intanto dipingevo la stalla a Senni, dove mio babbo ancora lavorava. E poi i posti dove andavo a pescare, anche se questi quadri sono andati perduti. Sono stato un autodidatta al 100%. Anche perché volevo farmi insegnare da Mauro Simoni ma, giunto davanti alla sua porta, mi vergognai di suonare…”

Alla Casa di Giotto con Fabrizio Borghini e Sonia Paladini

Il talento, se prorompente e accompagnato dalla passione, non puoi fermarlo. Le conoscenze tecniche e le basi culturali vengono di conseguenza. Quarant’anni di cammino e crescita hanno fatto di Giuliano una delle figure più importanti nel panorama artistico mugellano. Come pittore e come promotore culturale. L’Associazione Giotto e l’Angelico, di cui oggi è Presidente, nacque una quindicina d’anni fa per volontà di diversi pittori, e lui era uno dei più entusiasti. Da allora a oggi, quanti grandi nomi vi sono passati? Eccone solo alcuni: Antonio Cifariello, Mater, Luigi Romei, Carlo Galleni, Vedda, Marco Sbolci. Ma la presenza di Giuliano è sempre stata costante. La Casa di Giotto a Vespignano, proprio grazie all’Associazione che l’ha avuta in gestione dal Comune di Vicchio, è oggi un polo culturale di prim’ordine dove si fanno conferenze, teatro, concerti, mostre, e – direi soprattutto – s’insegna. Corsi di acquerello, intaglio, pittura a olio, arazzi e via elencando. “Non abbiamo ambizioni da accademia” ha tenuto a precisarmi. “L’intento, mio e dei miei colleghi, è quello di aiutare persone che lo desiderano a migliorarsi, ad affinarsi, ad acquisire nuovi mezzi per poter esprimersi e comunicare nel miglior modo possibile. Qualunque uso vogliano fare di quanto imparano: un hobby, una passione, una professione.”.

Un'insolita (ma non tanto) marina.

Quanto ai soggetti di Giuliano, preferisco (de)scriverne raccontando una storia, per sua stessa ammissione la più significativa della sua vicenda sia artistica sia umana.
“Una quindicina d’anni fa” racconta “il periodico veronese Vita in campagna cercava, per una copertina, un dipinto che mostrasse un’aia, e trovarono uno dei miei sul web. Mi chiesero l’autorizzazione per usarlo e gliela concessi volentieri. Fu un successone. Poi però non seppi più nulla di loro. Dopo un silenzio di 5-6 anni, un giorno ricevetti una copia del periodico. Dentro c’era una lettera in cui mi proponevano una collaborazione continuativa con loro, per le copertine.”. Questa collaborazione dura ancora oggi, e toccò il suo punto più alto nel 2014: una esposizione, allestita all’interno della Fiera svoltasi a Brescia e organizzata dal periodico stesso. Durò solo tre giorni. Ma alle volte contano più tre giorni di trent’anni. 38.000 visitatori poterono ammirare 40 dipinti di Giuliano Paladini.

 “Non mi aspettavo una risposta così profondamente sentita”, mi raccontò. “Da sempre il mio intento è trasmettere col pennello il cuore della campagna, e del lavoro che la lega all’uomo. Mai prima d’ora mi era capitato di comprendere in modo così palpabile di esserci evidentemente riuscito. Visti i quadri, tutti volevano parlare con me, emozionati, commossi, un paio con le lacrime agli occhi. Sono stato preso d’assalto. E non erano critici d’arte, erano soprattutto contadini, giovani e vecchi, tutte persone legate in modo intimo al lavoro della terra, che là è molto sentito. Mi facevano domande, mi facevano complimenti per i dipinti, mi ringraziavano solo per averli fatti. Elogi dalla critica ne ho avuti tanti ma, per carità con tutto il rispetto per la critica, questi sono stati per me tanto più importanti in quanto provenivano da persone appassionate non di pittura, bensì del loro lavoro. Del quale, mi hanno detto, ho colto l’essenza.”. Quello della Fiera è diventato un appuntamento annuale fisso, cui Giuliano non partecipa più da solo, ma in compagnia di suoi allievi.


Se vivessimo anche solo una quarantina d’anni fa, avrei potuto scrivere: Giuliano Paladini, ormai anziano, continua a dipingere. Ma Giuliano ha avuto la fortuna di vivere in un’epoca in cui nessuno si sorprende se passati i 70 si è ancora nel pieno dell’attività. Giuliano è per l’appunto ancora nel pieno dell’attività. E guarda avanti. Dopo aver esportato i suoi lavori dal Mugello verso il resto della Toscana, e poi verso Liguria, Emilia Romagna, Friuli, Veneto, Lazio (quante personali non se lo ricorda neanche lui, gli sembra oltre la sessantina), non si è fermato e non si ferma. Si è dato e si dà da fare, prima per la realizzazione e ora per la promozione, di un’altra creatura dell’Associazione Giotto e l’Angelico: il libro celebrativo del 750° anniversario della nascita di Giotto. S'intitola Giotto e il Colle di Vespignano, Ed. Masso delle Fate. Da cosa nasce cosa, e dal volume stanno nascendo nuove iniziative e collaborazioni. Mi limito a citare quella con il pittore e scultore Adele Vadacca di cui ho parlato di recente qui.

A Pontassieve con Mauro Mannelli e il sottoscritto. Foto di Sandro Zagli


 Il 16 dicembre Giuliano Paladini ha inaugurato la sua ultima personale. S'intitola La mia campagna, sarà visibile fino al 31 gennaio 2018 ed è allestita all'interno del Palazzo Comunale di Pontassieve, nella bella Sala delle Eroine affrescata da Ferdinando Folchi. Com'era da aspettarsi, è stata una festa. Oltre che, ça va sans dire, una conferma, l'ennesima, del valore e della sincerità di un artista instancabile e generoso. "Pontassieve è una località nei dintorni della quale ho dipinto molto spesso: i casolari, i campi, la vita rurale, insomma i soggetti che amo da sempre ritrarre, che qui non di rado mostrano degli spunti di uno straordinario interesse, e da cui ho ottenuto risultati di grandissima soddisfazione.”

giovedì 7 dicembre 2017

Messeri e buon vino da Bellagio a Vicchio.


Si legge sul sito del pittore e scultore Abele Vadacca, di Bellagio: "Uno dei simboli ricorrenti è la piuma, quale raffigurazione di leggerezza, delicatezza, libertà." E una piuma si trova piantata sul tronco di supporto a sovrastare un bassorilievo di terracotta dai colori caldi, che da domenica 3 dicembre fa mostra di sé nei locali della Casa di Giotto a Vespignano (Vicchio).
Il bassorilievo s'intitola Messeri e buon vino in viaggio nel tempo. Mostra Dante e Giotto che, in opportuna presenza di un oste compiacente, stanno per fare un brindisi di fronte la Casa di Giotto stessa. Abele è venuto dalle sponde del Lago di Como, insieme con l'amico Giulio De Bernardi, per portarlo in dono agli amici dell'Associazione Giotto e l'Angelico.
 
Giulio De Bernardi e Abele Vadacca

L'amicizia così suggellata nacque nel 2015 a Bellagio. L'Associazione Giotto e l'Angelico partecipò all'Expo. Un folto gruppo di artisti che ne facevano parte si recò a Milano. Terminata la kermesse, si presero un giorno di vacanza. Trovatisi sul Lago di Como, decisero di andare a visitare Bellagio. Vi giunsero all'ora di pranzo inoltrata. Mossi da istinti gustativi ben più che da velleità artistiche, nondimeno rimasero colpiti dall'insegna di un locale chiamato La Divina Commedia. Entrarono. Conobbero il deus ex machina Giulio De Bernardi e, tra un - prelibato - piatto e l'altro iniziarono a disquisire con lui di arte, di storia, di Toscana, di Dante, di pittura. E di Giotto. Per Giulio fu un invito a nozze, non avrebbe chiesto di meglio. Non la finivano più. "Insomma nacque un'amicizia, gli interessi comuni erano veramente tanti" mi racconta Giuliano Paladini, Presidente dell'Associazione. "Giulio è venuto a trovarci più volte a Vespignano, e ci ha voluto presentare il suo grande amico Abele. Anche con lui l'intesa è stata immediata."

Abele Vadacca, classe 1964, allievo di Floriano Bodini, della Toscana ha conosciuto soprattutto Carrara, per motivi non difficili da comprendere. Il marmo resta il suo materiale preferito ("il bronzo è un po' più puttana del marmo" ha ammesso), e poi sulle Apuane ha incontrato e conosciuto colleghi del calibro di Giacomo Manzù e Henry Moore. Di quest'ultimo ricorda ancora l'umiltà da maestro artigiano che lo caratterizzava, unita all'attenzione per le piccole e piccolissime forme della natura - conchiglie, ecc.-, lui che al grande pubblico è noto soprattutto per certe sue opere mastodontiche.
Naturalmente, cercherete invano tra le opere di Abele riferimenti diretti a Moore o ad altri maestri, perché il suo percorso estetico è assolutamente personale. Guardate, sul suo sito, tutte le variazioni sul già citato tema della piuma. Guardate le sue opere monumentali, tra cui la splendida Maternità. Oppure le sue opere pittoriche, in cui ogni volta sembra stare per cedere alla tentazione di lasciare il figurativo, ma all'ultimo tuffo al figurativo rimane fedele, non senza aver conferito alle sue forme aspetti nuovi che sfociano in interpretazioni del tutto inedite.

Giulio De Bernardi, Abele Vadacca, Fabrizio Borghini,
Adriano Bolognesi e Giuliano Paladini

L'idea del brindisi tra Giotto e Dante è stata di Giuliano. Il quale ha sempre avuto un'idea fissa, che purtroppo la storia non è in grado di confermare: che a Vespignano ci sia stato un incontro tra il padre della lingua italiana e il padre della pittura moderna. "Se questo incontro non c'è stato, mi piace immaginarmelo lo stesso. Ne ho parlato con tanti. A voler dirla tutta ne ho stressati tanti." Confermo, tra questi ci sono anch'io! "Finché alla fine ho convinto Giulio e Abele, i quali hanno accettato di buon grado di essermi complici, e hanno inventato insieme questo episodio di fronte la Casa di Giotto."


Così, Abele ha creato un bozzetto, che - a illustrare un testo di Fabrizio Scheggi, anch'egli convinto da Giuliano - è comparso sul libro Giotto, la casa, il Colle di Vespignano, realizzato dall'Associazione per le edizioni Masso delle Fate in occasione del 750° della nascita di Giotto. Per illustrare questo episodio storico che non c'è mai stato ma che in fondo tutti amiamo credere ci sia stato, Abele ha voluto ritrarre l'oste che mesce ai due illustri ospiti con le fattezze di Giulio De Bernardi.
Lo stesso bozzetto è stato presentato lo scorso 8 ottobre a Bellagio, con una cerimonia solenne e partecipata che Giuliano Paladini ancora ricorda con commozione. Del resto, sul Lago di Como Giuliano ci era tornato già varie volte.
Dal bozzetto si è approdati al bassorilievo. Abele ha preferito la terracotta per l'idea di calore, soprattutto in senso umano, che è in grado di trasmettere.
Il 3 dicembre, infine, la consegna dell'opera alla Casa di Giotto. Ultimo atto, ma solo per quanto riguarda il bassorilievo, perché non ci sono dubbi che la collaborazione tra Vespignano e Bellagio è solo agli inizi.




sabato 1 luglio 2017

Nano Campeggi, o del Rinascimento a Hollywood



Conobbi Nano quando, il 21 giugno 2014, presso la Casa di Giotto a Vespignano gli fu consegnato il Premio Giotto e l'Angelico e venne inaugurata una sua mostra (ad essa sono relative le foto). Fu uno degli incontri più belli della mia vita, e non è retorica (che Nano detesta). Sull'evento scrissi per Il Galletto un articolo che uscì sul numero del 28 giugno e che ripropongo integralmente. Anche se vi sono molti riferimenti specifici alla giornata, il ritratto che cercai di realizzare del più grande autore di cartelloni di film hollywoodiani penso possa essere ancora valido.


TUTTI STRETTI INTORNO AL GRANDE 'NANO'
“Anno scorso ho avuto una grande festa in Palazzo Vecchio per i miei novant’anni, ma qui, ecco, direi che siamo davvero all’altezza!”. A queste parole di Silvano ‘Nano’ Campeggi è seguito un attimo di silenzio quasi imbarazzato.
Un elogio del genere non se lo aspettava nessuno. Non se lo aspettavano il gruppo dirigente (Giuliano Paladini, Marisa Cheli, Mauro Baroncini) né gli artisti dell’Associazione dalle Terre di Giotto e dell’Angelico che, sabato 21 giugno ’14, c’erano praticamente tutti, a Vespignano, per stringersi intorno al Signore dei Cartelloni Cinematografici in occasione della consegna di un più che meritato Premio Giotto e L’Angelico. Non se l’aspettava l’Amministrazione comunale di Vicchio, presente nelle persone del Sindaco Roberto Izzo, con fascia tricolore, e degli Assessori Carlotta Tai e Angelo Gamberi.

Né il Sindaco di S. Godenzo Alessandro Magni, i figuranti del Gruppo Storico Dante Ghibellino di San Godenzo, l’ex Assessore del Comune di Pontassieve Alessandro Sarti, il Consigliere regionale [oggi Presidente del Consiglio Regionale] Eugenio Giani (“Dietro i cartelloni di Nano c’è la storia della pittura italiana. Con Campeggi il genio del Rinascimento è entrato a Hollywood”), Tiziano Benvenuti della Pro Loco di Vicchio, la dott.ssa Giovanna Giusti, Polo Museale, Direttore dip. pittura dell'Ottocento, dip. dell'arte contemporanea e dip. degli arazzi agli Uffizi. Non se lo aspettava la gente che, nei locali della Casa di Giotto, si è incantata di fronte ai dipinti di Nano esposti per l’occasione, dopodiché ha affollato il retro della Casa di Giotto di fronte a un panorama che non smette(rà) mai di levare il fiato. Dopo i discorsi di saluto delle autorità sopra nominate (“I film americani ” è stato detto “restano nella storia per i divi che vi recitarono. Ma se ce li ricordiamo è a partire dai cartelloni. E i cartelloni li ha dipinti quasi tutti Nano”) e la consegna da parte del Sindaco del Premio Giotto e L’Angelico, rappresentato da una scultura appositamente realizzata da Mario Meoni, Nano ha preso la parola quasi riluttante, non certo per sussiego, al contrario per timidezza, direi.
Questo ragazzo di novantuno anni che studiò con Ardengo Soffici e Ottone Rosai, che ha conosciuto e chiacchierato praticamente con tutti i divi dell’età d’oro del cinema americano, che ha ricevuto il Fiorino d’oro nel 2000, che ha un autoritratto nella Galleria degli Autoritratti degli Uffizi, ha dimostrato ancora una volta di aver saputo restare sempre con i piedi ben calcati sulla terra, laddove quanti altri si sarebbero creduti onnipotenti. Senza per questo sminuire il valore suo e delle sue opere, che ha contrapposto a quelle di un tanto più blasonato Andy Warhol: “Lui pigliava e metteva un paio di ritocchini sulle fotografie, io le facevo da capo” ha detto.
Dopo i complimenti alla straordinaria moglie (e manager!), ha tenuto a ricordare la sua collaborazione, meno nota ma per lui non meno importante, con l’Arma dei Carabinieri, per i quali ha realizzato alcuni grandi dipinti di battaglie: “Essendoci da inserire tanti combattenti anonimi, gli mettevo i visi dei miei amici!”. Nano si è concesso poi volentieri alle telecamere sia di Toscana Tv (Fabrizio Borghini) sia di Tele Iride (Paola Leoni), alle chiacchiere, agli autografi e alle foto di chi gliele chiedeva. Un sontuoso rinfresco ha concluso una giornata di solstizio d’estate alla Casa di Giotto, in cui i tanti intervenuti hanno avuto l’impressione di una sintesi rara di solennità e di allegria, di protocollo e di normalità. Ho udito dire a una signora tra gli spettatori: “Nano non si è mai montato la testa. Tutti i grandi, quelli veri, sono così”.

Nano con la moglie Elena

Qui si chiudeva l'articolo. Da allora ho incontrato più volte Nano. Mi piace ricordare in particolare quando, il 16 settembre 2016, all'Hotel Michelangelo di Firenze, io e la mia amica Marilisa Cantini tenemmo un incontro - conferenza organizzato dall'Associazione culturale Imparalarte. L'argomento era Jan Vermeer, integrato da musiche olandesi coeve. Nano era tra i numerosi ascoltatori e, al termine, ci colmò di complimenti. E realizzò su due piedi nel libro delle presenze un disegno che rappresentava una sua stilizzazione della Ragazza dall'orecchino di perla.



Poscritto del 29 agosto 2018. Nano è partito per il suo ultimo viaggio. Sapere che non lo incontreremo più ci fa sentire veramente più poveri, e come mutilati di un qualcosa. La perdita di Nano è una perdita non colmabile. Non soltanto per noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo; non soltanto per chi, a tutti i livelli, ama la cultura, l'arte, la bellezza e magari nel suo piccolo si dà da fare per produrne un po', e rendere così il mondo un briciolo migliore; no, quella di Nano è una perdita non colmabile per tutte le persone di buona volontà, anche per chi non ne conosceva neanche il nome ma aveva visto i suoi cartelloni, anche per i più giovani che non hanno potuto vedere neanche quelli. Con la dipartita di Nano si chiude un'epoca. Alla signora Elena le condoglianze e la gratitudine di tutti.

martedì 6 giugno 2017

Pier Nicola Ricciardelli

Pier Nicola Ricciardelli, pittore e incisore fiorentino, classe 1936, non tenta di nascondere i suoi anni - ottimo sistema per non sentirli proprio -, ed è un buon testimonial di un proverbio, aggiornato alla nostra epoca, secondo il quale la vita incomincia a sessant’anni. A questa età andò infatti in pensione dopo una carriera di stimato bancario, e iniziò a darsi da fare per imparare a dipingere. Riuscendo così a formarsi un’educazione artistica in varie scuole, tra cui l’Istituto Artistico di Porta Romana, l’Istituto Internazionale di calcografia “ Il Bisonte”, l’Accademia delle Belle Arti di Firenze (scuola libera del nudo) e vari insegnanti privati.
Di imparare si può dire che non ha mai voluto né vuole smettere. Il primo premio lo ebbe nel 2000 (si classificò 2° per l’arte sacra al premio nazionale "G. GRONCHI" Pittura-Grafica-Scultura - Città di Pontedera), ma - e di questo va giustamente orgoglioso - nel 2005 un dipinto raffigurante Giovanni Paolo II genuflesso con sullo sfondo la Pietà di Michelangelo fu collocato sull’altar maggiore di SS. Annunziata a Firenze in occasione della morte del Papa, e vi rimase fino all’elezione di Benedetto XVI.

L’arte sacra costituisce da sempre una parte consistente della sua produzione. Non a caso è reduce dalla partecipazione alla Rassegna d'Arte Forma e Colore del Maggio Salesiano a Firenze.
Oggi è uno dei più attivi membri, tra l'altro, di Gadarte e dell'Associazione Giotto e l'Angelico.
Premi, segnalazioni, menzioni onorevoli da lui ottenuti non si contano più. Particolare soddisfazione gli dette la segnalazione alla Biennale Il Burlamacco di Viareggio nel 2012 per l'acquaforte.
 Sempre nel 2012 ebbi l'onore di presentare, presso la Casa di Giotto a Vespignano, la sua personale, che offriva un’ampia antologia retrospettiva dell’intera attività di Pier Nicola, ed era stata giustamente divisa in tre sezioni: i dipinti a olio, i pastelli e le incisioni. Le sue tre tecniche.

Le civette, incisione
Dipingere a olio o acrilico, mi ha raccontato Pier Nicola, è sempre stato per lui soprattutto un divertimento, e si può dire che non ha avuto un maestro vero e proprio. Ha avuto invece maestri straordinari, e ne parla con fervore, nelle altre due ‘discipline’: Giorgio Barreca per il pastello, Manuel Ortega (centro culturale per l’arte grafica ‘Il Bisonte’, forse il più importante del mondo) per le acqueforti. Paesaggi e nature morte a olio trasmettono come un clima di grande festa per la gioia torrenziale con cui vengono stesi i colori, mentre i pastelli hanno forse un tono più meditativo e riflessivo. Ma le incisioni, che richiedono una tecnica e una pazienza d’esecuzione esagerate, sono a mio parere quelle che maggiormente rivelano il vasto retroterra culturale, l’originalità d’ispirazione e l’abilità espressiva di un artista umile e determinato nel voler guardare sempre avanti.

La nipotina, pastello

La visita, acrilico


martedì 30 maggio 2017

IL POVERELLO E IL DIPINTORE: appuntamento alla Casa di Giotto


Se il pomeriggio di venerdì 2 giugno ne avete la possibilità, vi aspetto alla Casa di Giotto a Vespignano (Vicchio, FI). Grazie al Comune di Vicchio e all'Associazione Giotto e l'Angelico, insieme con gli amici di SiparioAperto Antonio Rugani, Nadia Capocchini e Saverio Pivi, racconteremo Il Poverello e il Dipintore. Ovvero alcuni momenti delle storie di due personaggi che, vissuti in epoca tanto lontana, godono ancora oggi di fama universale. Meritatissima.


La mia parte riguarderà la figura di Giotto, e in particolare, ma non soltanto, i suoi affreschi della Basilica Superiore di Assisi, e si alternerà a letture sulla vita di S. Francesco tratte dal testo teatrale Il Poverello d'Assisi, opera dell'attore e drammaturgo francese Jacques Coupeau. Vi sarà un ampio supporto d'immagini. Non mancherà il Cantico di Frate Sole.
Non sarà una vera conferenza, non sarà una semplice lettura di un testo teatrale, ma, ci auguriamo, sarà un incontro divulgativo nel quale cercheremo di dare un piccolo contributo a far comprendere ulteriormente il ruolo che Giotto di Bondone e Francesco di Bernardone, ognuno diciamo così nel suo campo, hanno avuto nel progredire non solo dell'arte e della religiosità, ma della civiltà umana tout-court.
L'appuntamento è dunque per venerdì 2 giugno, presso la Casa di Giotto al Colle di Vespignano. Buono spettacolo!

Giotto. Il sogno di Innocenzo III. Assisi, Basilica superiore.


giovedì 18 maggio 2017

Un ricordo di Rossana Ronconi


Il 19 maggio 2015 Cristina Falcini scrisse un post sulla pagina Facebook della sua amica Rossana Ronconi. Lo copio e incollo.

La famiglia di Rossana fa sapere a tutti i suoi amici che Rossana dopo una lunga e combattuta malattia si è spenta....... Ciao grande Rossana sei stata e sempre sarai la nostra forza, voglio ricordarti così, nelle nostre uscite, nei nostri incontri tvb

Con Cristina Falcini, luglio 2014
"Mi resta difficile parlare al passato di Rossana", mi dice oggi Cristina. "Sembra che sia sempre qui con me... Era una forza. Nei suoi lavori c'è tutto il suo amore, nei suoi acquarelli la delicatezza, nelle ceramiche la sua forza. Donna, mamma e artista contemporaneamente. Mi manca molto, il suo essere riservata, la sua voglia di vivere, mi aiutano nei momenti difficili."

Con l'amica e collega Marisa Cheli nel 2008. "Spesso ci scambiavano per sorelle" ricorda Marisa.
"Era così bello se c'era anche lei", racconta Mauro Baroncini, "quando si organizzavano le giornate a dipingere tutti insieme. La sua allegria era contagiosa, e aveva uno straordinario senso dell'autoironia. Si poteva prenderla in giro, lei anziché arrabbiarsi rincarava!"

Con lo scultore Luca Mommarelli a una rievocazione storica, 2008
Rossana, di Borgo S. Lorenzo, studiò con Bruna Bigazzi. E frequentò diversi corsi tenuti da Giuliano Paladini, che comunque la considerò sempre anzitutto una grande amica. "Davvero fu la pittrice più simpatica che abbia mai conosciuto. Ci frequentavamo ancora prima della nascita dell'Associazione Giotto e l'Angelico. Era brava in tutto ciò che faceva, e dava il meglio sul fronte decorativo. Ricordo certi giaggioli dipinti da lei che levano il fiato. Ma il suo cavallo di battaglia era la ceramica." E infatti Rossana la ceramica la insegnò, a lungo e con passione. Patrizia Gabellini, pittrice, frequentò i suoi corsi. "Mai, in tutta la mia vita", mi ha detto, "ho trovato un'insegnante così generosa. Mi ascoltava, mi aiutava, mi accontentava in tutto, cose importanti e bischerate, per farmi progredire. E alla fine quasi si ritraeva, per paura di risultarmi troppo entrante!" Presso il Villaggio S. Francesco, tra Borgo S. Lorenzo e Scarperia, aveva uno spazio suo dove teneva i corsi. Qui, il 27 settembre 2015 gli amici e colleghi organizzarono una collettiva in commosso ricordo di Rossana.

Alcune creazioni di Rossana. Foto di Aldo Giovannini
Un'altra collettiva, quella tradizionalmente allestita a fine anno dall'Associazione Giotto e l'Angelico alla Casa di Giotto, nel 2015 fu giustamente a lei intitolata. Il posto d'onore fu concesso a uno dei suoi capolavori in ceramica, Le Stagioni.



Non è difficile prevedere altre, future iniziative in ricordo di Rossana. La sua pagina Facebook non è stata chiusa, e accoglie dediche sentite e sincere. Ne copio una, scritta per il suo compleanno: "Cara Rossana ti faccio i miei più affettuosi auguri certo che ti raggiungeranno in cielo. Finché una persona ha.in terra chi la ricorda sarà sempre presente in mezzo a noi."

Nel mio piccolo, per renderle omaggio, ho voluto inserire alcune delle foto che le avevo scattato, nelle quali, come vedete, il dato comune è il suo sorriso contagioso. Un sorriso che resta e resterà nella memoria di tutti noi che abbiamo avuto la fortuna di conoscerla.  

venerdì 6 gennaio 2017

Cristina Falcini, un'ereditiera della Macchia



Un artista autodidatta di solito si riconosce di primo acchito e, se ha talento, ciò non di rado costituisce un punto di forza. Cristina Falcini è in effetti autodidatta, ma non dà questa sensazione. Al contrario, guardando i suoi paesaggi ti immagini un lungo percorso tra Artistico e Accademia. Invece no. Ha fatto (quasi) tutto da sola. Nata a Prato nel 1964, nel 1985 incontrò Pier Luigi Boldrini, che l'aiutò a settare le vele nel verso giusto. Nel 1987 aveva già allestito la prima personale. La prima di una lunghissima serie. Così scrisse l'altro suo maestro Giulio da Vicchio in occasione di una di esse: "Da alcuni suoi dipinti specialmente di grande respiro noto doti non comuni che lasciano intravedere possibilità di ottimi risultati." Non si sbagliava. E proseguiva: "Desidererei che il pubblico che avrà il piacere di visitare la sua mostra notasse quelle doti di sincerità, di purezza, di voglia di fare che contraddistinguono la sua pittura."
Ha scritto Daniela Pronestì: "La maggior parte dei suoi paesaggi descrive la Toscana contadina, campestre naturale e rurale caratterizzandosi per l'essenzialità e gradualità dei colori del cielo, la mite variabilità dei toni verdastri, la sottile espressività delle ombre causate dall'incidenza del sole, l'atmosfera coinvolgente di tradizioni del suo popolo senza che nessun elemento prevalga su gli altri". Il collega e grande amico Niccolò Niccolai sintetizza: "La resa della spazialità è la sua peculiarità, oltre a un robusto e sincero cromatismo". Giuliano Paladini, del pari collega e amico nonché Presidente dell'Associazione Giotto e l'Angelico di cui Cristina fa parte, riconosce di avere un'ammirazione particolare per lei: "È una forza della natura. Guardatela poi mentre dipinge: è una cosa meravigliosa!"


Io ho voluto definirla ereditiera, ancor più che erede, del movimento post macchiaiolo, anche se non penso renda sufficientemente l'idea. La difficoltà, nel parlare di Cristina, è riuscire a far comprendere a parole come i suoi paesaggi post macchiaioli, che mostrano generi di soggetti non di rado inflazionati, posseggano una marcia in più e abbiano un'impronta personale addirittura prepotente, che li fa risultare del tutto inconfondibili al primo sguardo.
Nel settembre 2015 visitai la grande esposizione Artisti del mondo a Firenze, organizzata da Fabrizio Borghini in occasione dell'Expo 2015. Gli autori che vi partecipavano, con una o più opere, erano centotrenta. Non sapevo se tra di essi c'era anche Cristina, ma poi individuai Dopo la pioggia che, in mezzo a una dozzina buona di altri dipinti pur di soggetto simile, giganteggiava. Non ebbi bisogno di leggere la targhetta.

Dopo la pioggia

Alcuni anni prima, io ed Enrico Pazzagli facevamo parte della giuria di un concorso artistico che si teneva al Foro Boario di Borgo S. Lorenzo. Nella grande sala ove erano esposte le opere, rigorosamente anonime, le passavamo in rassegna, prendendo appunti. Davanti ad uno splendido paesaggio, però, all'unisono come in un balletto ci bloccammo e ci guardammo l'un l'altro. Del pari all'unisono esclamammo: "Cristina!". Non poteva essere che lei. E infatti era lei. Vinse a man bassa. Tanto per cambiare. 

Uno dei tanti primi premi di Cristina
Non mi sorprenderei se le capitasse quanto accaduto tanti anni fa ad Alfredo Binda, ovvero che il comitato organizzatore di un qualche concorso pittorico la paghi perché non vi partecipi. Intanto, Cristina sta preparando una iniziativa per il trentennale della sua prima esposizione. Sarà a giugno.


Con Silvano 'Nano' Campeggi
Con Susi La Rosa e, sullo sfondo, Filippo Benci

martedì 3 gennaio 2017

Mauro Boninsegni. Ecco il suo Pinocchio.


Conobbi Mauro Boninsegni lo scorso maggio quando, presso la Casa di Giotto a Vespignano, fu allestita la mostra delle sue illustrazioni delle Avventure di Pinocchio. Queste illustrazioni sono oggi diventate un libro, intitolato appunto Pinocchio raccontato per immagini ed edito da Masso delle Fate in collaborazione con Toscana Cultura, e che Mauro mi ha fatto gentilmente avere.
Nato nel 1944 a San Donato in Fronzano, piccola frazione di Reggello, Boninsegni vi ha fatto ritorno in tempi relativamente recenti dopo un lungo periodo trascorso a Firenze, dove ha aderito a diverse associazioni artistiche di alto livello (Il Paiolo, Gadarte). Nel 2009, per Sarno, aveva realizzato Il focolare dell'artista. La tela e la tavola, "un catalogo di buone e antiche ricette di cucina toscana ovvero un ricettario di opere d'arte".
Pinocchio raccontato per immagini è frutto di un lungo lavoro artistico ed editoriale cui Mauro teneva particolarmente. Quanto scrissi in occasione della mostra vale perfettamente anche per il libro: "Ottanta illustrazioni, frutto di un lavoro di oltre tre anni (...). Vi si dispiega l’intera trama del romanzo (Collodi lo definì una bambinata), con un burattino provvisto di giunti metallici che, fosse un film, diremmo che non esce mai dall’inquadratura. Intorno a lui personaggi, figure e figurazioni dai colori festosi e dagli aspetti non di rado inquietanti – come trama richiede -, spesso ai limiti dell’astrazione, ma mai a scapito dell’intelligibilità della trama. Tanto che le didascalie, estratti letterali del testo, sembrano quasi superflue." 

Boninsegni con Enrico Spagnesi. 

Purtroppo non era possibile rendere sulla carta la penultima tavola, nella quale "lo specchio in cui Pinocchio si guarda, e vede il bambino che è diventato, è uno specchio vero, nel quale si può anche riflettere lo spettatore, e trarne le conseguenze che ...ritiene giuste." Ciò non inficia certo il risultato finale. Mauro Boninsegni "si inserisce oggi, in modo assolutamente degno, entro una lunga tradizione iconografica che parte da Mazzanti, primo leggendario illustratore del romanzo, e prosegue con i vari Chiostri, Mussino, Jacovitti, Luzzati, Innocenti. Ma non si riuscirà a compilarne un elenco completo." Il libro è arricchito da una introduzione di Enrico Spagnesi e da una intrigante dissertazione dello stesso Boninsegni su Pinocchio, un maledetto toscano: da Collodi a Curzio Malaparte. In quarta di copertina, Fabrizio Borghini afferma: "Boninsegni riesce mirabilmente a mantenere omogeneo lo sfondo onirico delle picaresche avventure grazie a una visione espressionista della storia supportata da una padronanza assoluta del colore"
Il libro può essere ordinato presso i principali distributori on line, oppure cliccando qui. Buona lettura e, soprattutto, buona visione.





 

mercoledì 7 dicembre 2016

Filippo Benci


Filippo Benci è fiorentino. Si comprende già dal cognome. Sua mamma poi si chiamava Pucci. Vive a Campi Bisenzio, ma, precisa quasi con orgoglio, è la prima casa oltre il confine con il Comune di Firenze in Via Pistoiese.
Classe 1944, è pittore autodidatta.
Il suo arrivo alla Casa di Giotto, relativamente recente, ha portato nuova linfa al lavoro e alla ricerca degli artisti che gravitano intorno all'Associazione Giotto e l'Angelico. Susi La Rosa ha sempre riconosciuto, o meglio rivendicato l'importanza dell'incontro con lui per lo sviluppo del suo percorso.

Locandina della prima mostra
Quanto al percorso di Filippo, parte da lontano. La sua prima mostra risale al 1964, e si tenne in Palazzo Medici Riccardi. Al momento in cui scrivo sono state appena inaugurate due collettive cui ha partecipato: una al Palazzo Ghibellino di Empoli, l'altra ancora a Vespignano. Nel mezzo, un'attività a volte interrotta da ragioni contingenti, come capita a molti artisti, ma poi sempre ripresa nel punto esatto in cui si era fermata, e che evolve da un figurativo quasi astratto per risolversi decisamente verso l'astratto.

Un'opera del primo periodo

Lo si comprese bene in occasione della sua personale tenuta sempre a Vespignano nel maggio 2015, quando feci la sua conoscenza. Filippo fece collocare al piano terra le opere figurative giovanili, e al primo piano quelle più recenti. Appariva inconfutabile che queste ultime erano il frutto di un lungo maturare attraverso lunghe riflessioni dubbi correzioni ripensamenti. E che il salto di espressività era apparente.

Vespignano, 2015

Scrissi allora: "Le realizzazioni degli ultimi anni, ricche di crepe, infiltrazioni, graffiti, spaccature della materia come dell'animo, rimandano a quesiti posti dalla storia agli abitanti del XXI secolo e non ancora risolti, e sono accompagnate da didascalie a volte fondamentali (es. una citazione di Primo Levi)".

Con Fabrizio Borghini
"Nella sua pittura" si legge sulla pagina a lui dedicata sul Catalogo degli Artisti del Mugello curato da Mauro Baroncini e Lucia Raveggi "l'uomo è assente figurativamente eppure nello spazio dei suoi dipinti si apre un mondo pieno di colori, segni, stratificazioni e corrugamenti materici, che trattengono, come impronte simboliche nella loro sintesi estrema, le tracce del suo passato nel tempo".

Je suis Julia - 2011 - contro la violenza sulle donne
Per il prossimo anno, due ulteriori esposizioni di primo livello attendono Filippo Benci. Una al Palazzo dei Congressi di Casole d'Elsa, dove a partire da fine giugno sarà presente con i colleghi Susi La Rosa, Sergio Turi e Silvano Silvani. L'altra sarà una personale particolarmente impegnativa che si inaugurerà il 5 giugno, in un luogo dal fascino straordinario: lo scriptorium dell'Abbazia di San Galgano.  Dice sarà la sua ultima mostra, ma naturalmente nessuno gli crede. Ad ogni modo Filippo vi sta già lavorando, e mi ha inviato in anteprima l'opera qui sotto. Ancora una volta, più che eloquente il titolo: Bomba d'amore. 




giovedì 17 novembre 2016

Ritratto di Diana

Scattai questa foto a una felice Diana Polo, con gli amici e colleghi Mauro Baroncini ed Enrico Pazzagli, alla Casa di Giotto a Vespignano (Vicchio). Era il 14 agosto scorso, quando si aprì una sua personale dal titolo Dal bianco al nero per infiniti grigi. Questa esposizione costituiva il primo premio del 1° Concorso d’Arte tenutosi nel novembre 2015, e organizzato dall’Associazione Giotto e l'Angelico. E il primo premio se l'era aggiudicato lei. Ma di personali a Vespignano Diana ne aveva già tenute altre due, una nel maggio 2010 e un'altra nell'aprile 2014. Se ho contato bene, le mostre cui ha partecipato a partire dal 1971, da sola o collettive, sono sessantuno. 
Diana c'è. Da tempo. Da quando pur restando, come avrebbe detto Nanni Loy, sarda a ogni richiamo, è approdata in Toscana. Era il 1970. E della Toscana ha saputo trarre le premesse e le coordinate per il suo percorso artistico. Artistico nel senso più totale. Citiamo Bernhard Berenson


Il significato dei nomi veneziani s'esaurisce nel significato degli artisti come pittori. Non così i fiorentini. Quando si dimentichi che furon pittori, essi rimangono grandi scultori; e dimenticando che furon scultori, rimangono architetti, poeti ed insino uomini di scienza. Non lasciarono forma intentata; e di nessuna avrebbero potuto dire: 'Questa esprimerà pienamente quello che intendo'. 

Diana, frequentando fra l'altro la Scuola di arti grafiche Il Bisonte, corsi di modellato del Liceo artistico e di acquerello presso la Scuola Martenot, deve aver assorbito questo concettoe lo ha per certi versi portato alle estreme conseguenze. Di lei non puoi dire esattamente che è una pittrice, né che è una scultrice, né che è una grafica. Non è nemmeno tutte e tre le cose insieme! Vogliamo allora azzardare che è una donna del Rinascimento, seppure trovatasi ad agire nel XXI secolo? Scrive Diana sulla home page del suo sito: "I miei occhi e la mia mente sono sempre rivolti verso il mondo esterno, pronti a coglierne qualsiasi sfumatura. L’essere umano è un insieme di pulsioni che io cerco di afferrare, per poterle imprimere istintivamente nei miei disegni. In questo modo ho tutto il tempo di decidere in seguito, come sviluppare quel disegno senza perderne l’essenza. La matita è stata per me e lo è tuttora, una compagna di vita e i colori sono la mia musica."
Ma per me si sottovaluta. La matita non è certo il suo unico mezzo espressivo, anche se magari il più importante. Guardate le due opere presenti in San Lorenzo a Firenze per l'esposizione Artigianato è arte, che rimase aperta fino allo scorso 27 novembre. S'intitolano Fasce e Nascita di un angelo. Tecniche (complesse) del tutto differenti, uno stile. E inconfondibile.


 
Del bellissimo bassorilievo, la parte delle mani ingrandita è stata esposta il 18 e 19 novembre nella Sala d'Arme di Palazzo Vecchio, in occasione della Biennale del Premio di tutte le Arti 2016, organizzata dalla Fondazione Elisabetta e Mariachiara Casini on-lus.

Diana ha ottenuto il premio per la scultura in terracotta, ed è stata presente con altre due opere:  Paternità e Libera, quest'ultimo forse il suo lavoro più noto. La donna dalla testa piumata fu presentata anche alla grande collettiva Artisti dal Mondo a Firenze, organizzata in occasione dell'Expo 2015, e aveva ottenuto consensi unanimi.