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lunedì 28 maggio 2018

Cronache da un incontro sul Paladino


Per chi non ce l'ha fatta a partecipare all'incontro che si è tenuto alla Rufina lo scorso 20 maggio, in cui ho raccontato la vicenda umana e artistica di Filippo Paladini (1544?-1614), gli amici di Toscana TV, capitanati dall'inesauribile Fabrizio Borghini, hanno realizzato questo servizio, durante il quale da  un lato io ho fatto una sorta di Bignami su Filippo Paladini, dall'altro l'operatore Marco Frosini ha inserito una notevole quantità di immagini di opere dell'artista.
La giornata è stata davvero bella e partecipata, la cornice - la grande sala di Villa Poggio Reale - davvero splendida e io, che avevo da parlare su un artista decisamente poco conosciuto, e comunque meno di quanto merita, spero di non aver deluso le attese. Ringrazio Fabrizio e Marco per il bel lavoro svolto. Buona visione!.

Con Giuliano Paladini e l'Assessore Daniela Galanti che mi 'introduce'.
Foto di Aldo Giovannini

Foto  di Tina Pelaia Baroncini

Foto di Tina Pelaia Baroncini

domenica 13 maggio 2018

Quasi un altro Caravaggio: Filippo Paladini


Vi aspetto alle 16.30 di domenica 20 maggio a Villa Poggio Reale, alla Rufina (FI), dove racconterò la storia di Filippo Paladini. Pittore troppo spesso liquidato come manierista, in Toscana è meno conosciuto di quanto merita perché lavorò solo a Malta e in Sicilia, e non esattamente per libera scelta. Ma era nato (lui quasi di sicuro, il babbo di sicuro senza quasi) a Casi della Rufina. Ciò che segue è una specie di pillola introduttiva, come tale forse un po' frammentaria,  di quanto narrerò.

La prima biografia di Filippo Paladini fu redatta nel 1724 da Francesco Susinno (1665 ca.-1730), all'interno delle sue Vite de' pittori messinesi. Non sono riuscito a rintracciare le Memorie del dipintor da Firenze Filippo Paladini, opera di Carmelo La Farina datata 1836, mentre è facilmente reperibile on line l'ampia monografia (1882) di Gioacchino Di Marzo Di Filippo Paladini, pittore fiorentino della fine del secolo XVI e de' primordi del XVII, in cui sono riportati tra l'altro i documenti che ricostruiscono i drammatici fatti di cronaca di cui Paladini fu protagonista nel 1586 e ne determinarono il destino. Questo testo è oggi ancor più prezioso in  quanto gli originali di questi documenti furono alluvionati nel 1966. 


La vicenda umana di Filippo Paladini presenta tuttora numerosi aspetti oscuri e veri e propri buchi temporali, come quello tra il 1595 e il 1598, periodo in cui egli letteralmente scomparve. Tra i contributi per ricostruirne almeno la vicenda artistica, meritano di essere ricordati quello di Enrico Mauceri, che nel 1910 pubblicò Due volumi di disegni di Filippo Paladino, con numerose, illuminanti illustrazioni, e quello di Severina Calascibetta (Filippo Paladino, 1937).

Nuove ricerche scaturirono dalla grande mostra retrospettiva allestita a Palermo nel 1967. Nel 1986, Maria Grazia Paolini portò contributi in parte inediti nella monografia all'interno del catalogo della grande mostra dedicata al Seicento fiorentino. Tra gli studi più recenti, ricordo Filippo Paladini - un manierista fiorentino in Sicilia di Sergio Troisi, (Kalòs, Arte in Sicilia, 1997), e "Un genio vagante... in giro nella Sicilia" - Filippo Paladini e la pittura della tarda Maniera nella Sicilia centrale" di Paolo Russo (Edizioni Lussografica 2012), dai quali ho attinto a piene mani per preparare l'incontro, mentre ho più di un debito di gratitudine nei confronti di Ludovica Sebregondi di cui ho consultato diversi testi, alcuni da lei fornitimi personalmente. 

Filippo di Benedetto di Gregorio di Paladino nacque in data imprecisata, un tempo fissata al 1544, oggi secondo molti storici da posticipare all'incirca di un decennio. La sua formazione fu rigorosamente fiorentina, anche se - tanto per cambiare - non si conosce il suo maestro. Voglio dire, non si sa chi è stato a mettergli il pennello in mano. Non poteva non risentire dell'influenza dell'allora dilagante manierismo, anche se, ribadisco ancora una volta, definirlo 'solo' un manierista è per me riduttivo. 

Paladini non possedeva il genio prorompente di Michelangelo Merisi, ma aveva un talento straordinario. I loro rapporti furono artisticamente più stretti di quanto non si pensi. Paladini era abbastanza intelligente per comprenderne la genialità ed esserne influenzato, e troppo intelligente per limitarsi a scopiazzarlo. Ecco perché ho voluto dare questo titolo all'incontro: quasi un altro Caravaggio.
Si è ipotizzato che i due artisti si siano anche conosciuti di persona. Non è improbabile. Nel 1608 Caravaggio realizzò la grandiosa Decollazione a Malta, e Paladini la vide sicuramente nello stesso anno. Ma non ci sono documenti né testimonianze, e il Susinno, che non si risparmiò nel narrare episodi aneddotici, non ne fa cenno. Scrive però, nella biografia del Caravaggio: 

Un giorno andò a visitare li quadri che sono nella basilica di S. Maria di Gesù [a Messina], fra quali osservandone alcuni del prenarrato Cattalani, colla solita satira diessi a celebrare una tela fra quelle di Filippo Paladino fiorentino e pittore raffaellesco come sopra si è detto. In essa si rappresenta la Vergine in gloria con al di sotto S. Antonio da Padova e S. Caterina vergine e martire, figure amendue in piedi. La satirica lode fu questa: Or questo è quadro e l'altre tele son carte da gioco, intendendo così rovesciare la vaghezza del Cattalani, perché il Caravaggio valevasi dei quell'ombre gagliarde che nel Cattalani non si osservano, essendo un altro stile oppostissimo: uno troppo delicato e dolce, l'altro troppo aspro e fiero.


Al di là della sua autenticità, l'episodio può essere ad ogni modo indizio di una stima reciproca tra Michelangelo e Filippo. Di Antonio Catalano detto l'Antico (1560?-1604?), artista come s'è visto inviso al Caravaggio ma ad esempio ammirato da Mattia Preti, ho potuto al momento rintracciare sul web solo l'Andata al Calvario qui sopra.

Lo stile di Filippo Paladini risentì dell'incontro con Michelangelo Merisi a paratire dal  1608, ma non al punto di esserne stravolto. Seppe invece modularlo, proseguendo un percorso già precedentemente iniziato, che si allontanava dalla maniera per dirigersi verso un naturalismo solenne ma essenziale, e che rimase inconfondibilmente fiorentino. Una fiorentinità che neanche Caravaggio scalfì. In definitiva, il vanto di Filippo Paladini rimane, seppure con, chiamiamoli così, gli arricchimenti caravaggeschi, quello di aver portato Firenze in Sicilia. E i siciliani apprezzarono. Già prima del suo arrivo, specialmente grazie all'attività degli ordini religiosi, in particolare i frati Cappuccini, c'era stato un intenso traffico di opere toscane verso l'isola, come l'Adorazione dei pastori di Alessandro Allori, che vedete qui sotto (1578, Duomo di Carini). Ora però avevano un artista fiorentino in casa, e non si lasciarono sfuggire questa fortuna, che peraltro seppero gestire nel migliore dei modi.


Un elenco dei luoghi in cui Paladini lavorò risulterà per forza incompleto, se si tiene presente che parecchie sue opere sono andate distrutte da terremoti, eventi bellici, furti, incuria. Lavorò a Siracusa, Scicli, Modica, Vizzini, Caltagirone, Castrogiovanni, Calascibetta, Piazza Armeria, Palermo, Enna. 

Si firmò sempre Philippus Paladinus florentinus, dimostrando come e quanto la sua origine era per lui motivo di orgoglio e di vanto. 

Non ho voluto inserire immagini di opere di Filippo Paladini in questo post. Ne mostrerò una quantità durante l'incontro. Spero di aver risvegliato un po' di curiosità in chi legge. L'appuntamento è a Villa Poggio Reale alla Rufina, domenica 20 maggio alle 16.30. 




mercoledì 25 aprile 2018

Dalla mosca di Giotto alla rosa del Paladino


La storiella dello scherzo di Giotto al suo maestro Cimabue la conoscono tutti. Anche se è solo una storiella. Ecco come la riporta Giorgio Vasari:

Dicesi che stando Giotto ancor giovinetto con Cimabue, dipinse una volta in sul naso d’una figura che esso Cimabue avea fatta una mosca tanto naturale, che tornando il maestro per seguitare il lavoro, si rimise più d’una volta a cacciarla con mano pensando che fusse vera, prima che s’accorgesse dell’errore. [Giorgio Vasari, Le vite, ed. Giuntina, 1568, vol. 2, p. 121.]

Che sia una storia vera, ripetiamolo, è altamente improbabile (*). Lo stesso scherzo viene attribuito al Mantegna. Quello di Giotto ha però avuto grande successo, e forse non c'è da sorprendersene. In fondo esprime e riassume bene un fatto epocale: il reale stava compiendo  una trionfale rentrée nella pittura. Giotto il realista inganna Cimabue il simbolico. E lo supererà, non solo in senso dantesco (credette Cimabue ne la pittura ecc.), ma soprattutto nel senso che, dopo dieci secoli in cui generazioni e generazioni di pittori  avevano prodotto simboli, il ragazzo di bottega annunciava che si sarebbe tornati a riprodurre la realtà. Quello stesso ragazzo che di lì a poco, chiosò mirabilmente Cennino Cennini, rimutò l'arte di greco in latino, e la ridusse al moderno. Quello stesso ragazzo che, in definitiva, inventò la pittura così come ancora oggi è concepita.

Ad ogni modo, la mosca di Giotto non rappresenta una novità. La riproduzione al naturale della realtà, l'abilità degli artisti nell'imitare la natura erano in antico argomenti dibattuti a livello filosofico. E che livello. Il concetto di mimesis vide contrapporsi Platone ad Aristotele. Senza addentrarci nell'argomento, leggiamo cosa scrive Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C. in un celebre passo della sua Historia naturalis

Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno di orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore. Si racconta che poi Zeusi dipinse anche un fanciullo che portava l’uva sulla quale, al solito, volarono gli uccelli; onde, con la stessa spontaneità, si fece dinanzi al quadro adirato e disse: «Ho dipinto l’uva meglio del fanciullo, perché, se avessi fatto bene anche lui, gli uccelli avrebbero dovuto averne paura». [Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXV, 65-66, tr. it. Storia naturale, vol. V, Einaudi, Torino 1988, pp. 361-363.] (Ringrazio per le citazioni questo blog)

Sarà il Rinascimento a riproporre la questione dell'arte come imitazione del vero. Nel 1584  viene pubblicato il Trattato dell'arte della pittura, scoltura, et architettura, di Giovanni Paolo Lomazzo, pittore milanese, Diviso in sette libri. Nel capitolo dedicato alla virtù del Colorire, Lomazzo scrive: 


Non è dubbio, che tutte le cose ben formate, e condotte per disegno; e doppoi colorire secondo l'ordine loro non rendano il medesimo aspetto che rende la natura istessa in quel moto, o gesto. Peroché fino a gli cani vedendo altri cani dipinti dietro gl'abbaiano, quasi chiamandogli, e sfidandogli; credendo che siano vivi per la sola apparenza: non altrimenti che facciano vedendo se stessi in uno specchio; come si narra haver fatto un cane che né guastò uno c'haveva dipinto Gaudenzio sopra una tavola di un Christo, che portava la Croce, a Canobbio [sotto].

Gaudenzio Ferrari (ca. 1475-1546), Salita al Calvario
Lomazzo continua citando un tale Barnazano, fine paesaggista, il quale aveva dipinto fragole così realistiche da attirare i pavoni, che cercavano di beccarle, e Bramantino, che dipinse in una porta di Milano un famiglio così naturale che i cavalli non cessarono mai di lanciar gli calzi, finché non gli rimase più forma d'huomo. 
Federico Zuccari, nel suo L'idea de' pittori, scultori e architetti (1608), cita anch'egli Zeusi e Parrasio, e poi porta altri esempi di pitture che, stavolta, ingannarono gli umani: dal ritratto di Papa Leone X di Raffaello (sopra), davanti al quale attonito e meraviglioso restò il cardinal Pesia Datario, che presentò bolle, e calamajo, e penna a far la signatura inginocchiato; a un ritratto di Carlo V opera di Tiziano, posto su un tavolino e con il quale il figlio Filippo (futuro monarca dei Re, e dell'uno e dell'altro emisfero) si mise a discutere. Lo stesso Tiziano resterà poi talmente affascinato dai trompe l'oeil realizzati da Baldassarre Peruzzi nella Sala delle Prospettive di Villa Farnesina a Roma (sotto), da dover toccare con mano per sincerarsi che quelle colonne erano solo dipinte.


Solo l'ultimo degli aneddoti elencati può avere un fondo di verità. Il passare del tempo ha confermato l'inverosimiglianza degli altri racconti che, più che a figure retoriche come l'iperbole, fanno pensare al pescatore che raccontava di aver preso un pesce così grosso che la sola fotografia pesava tre chili. Ai tempi nostri non si hanno notizie di uccelli che cercano di beccare fotografie di grappoli d'uva, né di cani che abbaiano a cani in fotografia, né di cavalli che prendono a zoccolate gigantografie di persone che gli stanno antipatiche.

Filippo Paladini, Martirio di S. Agata.
Cattedrale di S. Agata, Catania
Sempre prendendola come storiella, quella riguardante Filippo Paladini meriterebbe forse maggiore notorietà. La racconta Paolo Russo nel suo "Un genio vagante... in giro nella Sicilia" Filippo Paladini e la pittura della tarda Maniera nella Sicilia centrale (Edizioni Lussografica, 2012).

Un anonimo testimone del Seicento riferisce un curioso episodio di cui fu protagonista Paladini al tempo in cui si trovava a Ragusa, dimorante presso il palazzo del nobile Leonardo Giampiccolo (...). Il pittore toscano, "uomo faceto e pittore straordinario", conoscendo la passione per le rose dell'aristocratico ragusano, decise di tirarvi uno scherzo, dando prova al tempo stesso della sua abilità: dipinse egli una rosa che sistemò tra quelle "rose naturali" da cui il Giampiccolo "molto traeva diletto", questi "ci credette e la prese, e alle risa del Paladino capì di essere stato burlato".

Racconterò la storia, inaspettatamente avventurosa, di questo pittore il prossimo 20 maggio nelle stanze della Villa di Poggio Reale alla Rufina (FI). Qui mi limito a pochi elementi riassuntivi, in modo anche da ...incuriosirvi. Filippo Paladini - o Paladino - (1544?-1615) nacque a Casi, frazione appunto della Rufina, ma lavorò a Malta e in Sicilia. Ciononostante, forte del suo solido retroterra, anche se ignoriamo il nome del suo maestro (Poccetti? Empoli? Passignano?), rimase toscano fino al midollo e fino alla fine dei suoi giorni. Viene definito manierista o tardo manierista, ma presuntuosamente sostengo che questi termini gli stanno stretti. In realtà Filippo, specie nell'ultimo periodo si portò oltre.
Filippo Paladini, Adorazione dei Magi.
Convento dei Cappuccini, Calascibetta (EN)
In un'epoca in cui il Concilio di Trento aveva dettato i canoni da seguire nelle immagini sacre, improntati alla sobrietà e alla chiarezza del messaggio e/o della storia narrata, Paladini non poté non tenere presente la lezione di Santi di Tito. Questi ricondusse la pittura nel solco della tradizione fiorentina, che aveva le sue radici in Giotto, sottraendola alle degenerazioni estreme della maniera. Filippo Paladini sembra seguirlo in un percorso che riscopre quel realismo e quel naturalismo che la Chiesa post tridentina non solo approva ma incoraggia. L'incontro con l'opera del Caravaggio avrà su di lui grande influenza, e arricchirà notevolmente il suo stile senza tradirlo. Il ciclo di pale d'altare realizzate nel 1613 per il Duomo di Enna, forse la sua opera più significativa, ce lo conferma. Potete vedere le cinque grandi tele in questa bella guida illustrata.
L'episodio della rosa, vero o più probabilmente inventato che sia, è ad ogni modo sintomatico non solo dell'abilità tecnica, ma anche della propensione di Filippo verso il naturalismo, verso la rappresentazione reale, e dunque verso il superamento di quello stile manieristico che, in Toscana come in Sicilia, ormai aveva fatto il suo tempo.
Se volete saperne di più su Filippo Paladini, non vi resta che segnare sull'agenda il pomeriggio del 20 maggio 2018, da trascorrere presso la Villa di Poggio Reale, Rufina (FI). Queste le coordinate. Ulteriori particolari a breve.

(*) esiste, in forma di variante, anche una barzelletta in cui il babbo di Giotto si è procurato delle terribili ustioni alla lingua perché il vispo suo figlioletto gli ha proditoriamente dipinto non vi dico cosa su una stufa rovente.