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giovedì 9 agosto 2018

GABBATO LO SANTO 14: quando su S. Cresci finì in caciara



La storia del primo martire della cristianità in Mugello narra che S. Cresci, fuggito da Firenze insieme con un soldato convertito, raggiunse nel Mugello la località di Valcava. Qui trovò ospitalità  dalla vedova Panfila, che convertì guarendole il figlio Serapione, battezzato poi col nome di Cerbone. Fece fuggire madre, figlio e vicini di casa del pari convertiti al sopraggiungere dei militi dell’Imperatore Decio. Questi condussero Cresci e due compagni (Enzio e Onione, ma dei nomi riparleremo) presso il vicino tempio pagano e gli ordinarono di fare sacrifici agli dei. Al loro rifiuto, li uccisero il 24 ottobre 250. Sul luogo del martirio Panfila, Cerbone e altri sodali non nominati costruirono un altare. Qui furono sorpresi a pregare da soldati romani, e martirizzati  il 4 maggio 251. 

Scorcio della Pieve di S. Cresci in Valcava
Sono questi gli elementi essenziali di una Passio sanctorum, redatta con ogni probabilità verso il XII secolo da un anonimo che dovette avere attinto a degli Acta martyrum preesistenti e oggi perduti. La Passio rimase sconosciuta per secoli. Fu rintracciata solo nel 1588 nella biblioteca della Badia fiorentina, dopo anni di ricerche, dal monaco cassinese Don Marco di Francesco Bartolini da Borgo San Lorenzo. Il monaco trascrisse con fedeltà assoluta, grazie all’assistenza di altri padri religiosi eruditi, quanto riportato nel ponderoso volume in merito alla vita e al martirio di San Cresci e dei suoi compagni. In fondo, collocò una postilla nella quale scriveva brevemente di sé e della sua storia. Aveva avuto l’incarico da Benedetto Paoli, Pievano di Valcava, cioè del tempio dove il corpo del Martire e dei suoi compagni riposano. Ma ne aveva il desiderio fin dalla sua più tenera età, quando sentiva intorno a sé una profonda devozione per questo santo martire del quale però non si sapeva quasi nulla.
Del manoscritto originale si persero poi le tracce, ma quello ricopiato giunse nelle mani dell’abate Antonio Maria De’ Mozzi il quale, prima di farne dono all’Archivio dell’Opera di Santa Maria del Fiore, scrisse la Storia di S. Cresci e dei SS. Martiri e della Chiesa del medesimo Santo posta in Valcava nel Mugello. Era il 1710. Negli anni precedenti, però, il passionale era finito in mani sbagliate e si trovò al centro di una polemica furiosa, di cui fece le spese la figura dello stesso San Cresci.

La Pieve di S. Cresci a Macioli, Comune di Vaglia
Premessa: vanno distinti gli Acta martyrum dalle Passiones Sanctorum. Gli Acta erano compilati in contemporanea o subito dopo gli eventi narrati. Di solito non si andava oltre la semplice registrazione del processo, condanna ed esecuzione del martire in questione. Si attingeva per lo più dai verbali, aggiungendo luogo e data. Venivano utilizzati anche per la compilazione dei martirologi. Somigliavano a certi odierni flash d'agenzia.
Ma degli Acta, in Italia, non è rimasto quasi nulla. Abbiamo, in greco, gli atti relativi a S. Giustino e compagni e a S. Apollonio. Nulla in latino.
Ben più diffusi sono i Passionali, scritti a partire dal V secolo, sempre e comunque molto tempo dopo le vicende che vi vengono narrate, e arricchiti con elementi frutto della fantasia degli autori, in genere a scopi didattici. Fantasia spesso malata, aggiungiamo tra parentesi, data la quantità di particolari raccapriccianti sulle torture subite dai protagonisti, per fortuna appunto quasi sempre frutto di invenzione.

Quello di S. Cresci era un Passionale. Come consuetudine dell’epoca, l’anonimo estensore infarcì l’ossatura della vicenda con una quantità di interpolazioni personali e gli sfuggirono numerosi evidenti anacronismi. Mise poi in bocca a San Cresci una serie di monologhi pesantissimi e interminabili. Li ho letti: fossero veri, verrebbe da parteggiare per i soldati. Quanto agli anacronismi, mi limito all'esempio della citazione testuale di alcuni passi del Credo, che all'epoca non era ancora stato scritto, oltre ad allusioni ad argomenti oggetti di dispute teologiche di parecchi anni posteriori (lotta all'arianesimo, ecc). Insomma il testo non poteva risalire al 250 d.C.

Il religioso romano Giacomo Laderchi, devoto meno di S. Cresci che del Granduca Cosimo III - lui sì devoto di S. Cresci e finanziatore del restauro ricostruzione & ristrutturazione della Pieve di Valcava - pubblicò nel 1607 il passionale, proclamando però ai quattro venti trattarsi degli Acta originali, redatti in contemporanea ai fatti narrati. L'Abate Giusto Fontanini chiese un parere sulla pubblicazione all'erudito servita Gerardo Capassi. Questi espresse forti e legittime perplessità sull'autenticità del testo, e lo fece in una risposta riservata che però finì nelle mani di Laderchi.
Laderchi non la prese bene. Pubblicò, con lo pseudonimo di Pietro Polidori, una Lettera ad un Cavaliere Fiorentino, in risposta di quella scritta dal p. Fr. Gherardo Capassi dell'Ordine dei Servi di Maria, a Giusto Fontanini (il titolo prosegue ma ve lo risparmio), in cui si cimentò in poderose arrampicate sugli specchi riguardo gli anacronismi, ma soprattutto a Capassi ne disse di tutti i colori. Lo trattò da eretico blasfemo che non credeva neanche all'esistenza di S. Cresci. S'inserì nella polemica, a favore di Capassi, il monaco cassinese Benedetto Bacchini. Capassi replicò, anche lui sotto pseudonimo, scrivendo le Nugae laderchianae in epistola ad equitem flor (anche qui vi risparmio il resto), nelle quali a Laderchi restituiva con gli interessi gli insulti subiti. Cosimo III perse definitivamente la pazienza, fece bruciare pubblicamente le Nugae, mandò ...altrove tutti i protagonisti della rissa e incaricò De' Mozzi di rimettere le cose a posto. E

La Pieve di S. Cresci a Montefioralle, Comune di Greve
De' Mozzi scrisse così il libro sopra accennato. Fece un ottimo lavoro, dal punto di vista sia storico che diplomatico. Ammise la scarsa attendibilità di buona parte del passionale, ma fu indulgente nei confronti dell'estensore, ammettendo che le Passiones dovevano servire per fare catechismo ai religiosi. Le notizie e i documenti da lui forniti sono ancora oggi una fonte di riferimento.

S. Cresci a Campi Bisenzio, oggi. Della chiesa originale non è rimasto nulla.
Evidentemente però non riuscì a riparare del tutto al danno di immagine - diremmo oggi - subito dal Santo Martire. Quello di S. Cresci è in effetti uno dei molti casi in cui gli elementi di invenzione hanno soffocato la storia originale al punto di far risultare inverosimile anch’essa. L'averla buttata in caciara contribuì ulteriormente alla svalutazione della sua figura. Sulla ‘Bibliotheca Sanctorum’, Giuseppe Raspini (1966) bolla la ‘Passio’ come “del tutto favolosa”. Oggi S. Cresci, malgrado la devozione mai sopita da parte dei suoi fedeli, non figura tra i Santi riconosciuti dalla Chiesa. Nemmeno i suoi compagni di martirio. Li cercherete inutilmente sul sito www.santiebeati.it. Ciò a dispetto di molti elementi che fanno supporre una storicità di fondo della vicenda. Riassumo brevemente i principali.
Anzitutto le quattro chiese, di cui tre pievanie, tutte antiche, intitolate a S. Cresci: quella di Valcava, secondo Niccolai documentata dal 1177, ma secondo il Lami risalente al IV secolo; la Pieve di Montefioralle (Greve) (menzionata per la prima volta nel 963), la Pieve di Macioli (Pratolino) (941) e la chiesa di Campi Bisenzio, che figura come monastero in una carta dell'866: il più antico documento in cui è fatto il nome di Cresci.

Plutei 16.08. S. Cresci è al terzultimo rigo.
In secondo luogo il nome del Santo riportato in diversi antichi martirologi. Salvo errore, il più antico è conservato alla Biblioteca Medicea Laurenziana, è segnato Plutei 16.08, risale al 1100-1110 ed è un martyrologium Bedae, ovvero un martirologio secondo Beda, dal nome del Compilatore. In realtà è un semplice calendario, con riportati i nomi dei santi (quando ci sono), che occupa le prime sette carte. In fondo alla carta 5v troviamo il IX Calendae, e il nome di S. Cresci.
A S. Cresci Giovanni Villani dedica un capitolo della sua Cronica (il XXI del Libro secondo), in cui lo definisce de le parti di Germania gentile uomo. Altri storici hanno dato per molto probabile l'origine tedesca di Cresci.
Quando nel 1613 l’Arcivescovo fiorentino Alessandro Marzi Medici compì a Valcava la sua visita pastorale, l’allora pievano Matteo Dalle Pozze chiese autorizzazione a effettuare scavi in chiesa, per dirla con De’ Mozzi, “per lo ritrovamento di così preziosi Tesori, appoggiato sulla fede degli Scrittori, e sulla continovata tradizione delle genti”. Ad autorizzazione ottenuta, si scavò sotto l'altare maggiore, e venne alla luce una sorta di camera funeraria con entro le ossa di un essere umano, privo della testa. La testa era già presente nella Pieve e venerata come reliquia, ed è quella che si vede nella foto d'apertura. Durante la medesima visita gli scavi proseguirono ai gradini dell’altare. Qui si ritrovarono, in una sepoltura murata di mattoni, due scheletri umani integri. Erano quelli di Enzio e Onione? Il Pievano non si contentò. Fece scavare sotto il fonte battesimale, sulla destra all'ingresso della Pieve. Vennero alla luce otto crani e una quantità di ossa umane affastellate e confuse tra di loro. Erano i resti di Panfila, Cerbone e compagni?
De' Mozzi descrive poi minuziosamente i ritrovamenti su un poggio non distante dall'odierna Pieve, ove molti indizi (tra cui monete antiche e piccole sculture) fanno pensare fosse situato un tempio pagano intitolato a Esculapio.

S. Cresci e compagni non hanno avuto pace neanche negli anni seguenti. Vi è stata una diatriba sui loro nomi. Come ho accennato in questo post, alla fine del '700 il Vescovo di Pistoia e Prato Scipione de' Ricci si prese la libertà di riunire i Santi Cresci, Enzio e Onione in un solo santo: Crescenzione. Fu mosso in questo da urgenze politiche (c'erano allora troppi santi in giro verso i quali vi era troppa devozione, a suo parere ai limiti della superstizione) e non certo da preoccupazioni di tipo storico filologico, che non lo sfioravano. Ammettiamolo: l'assonanza c'è. Va però considerato che il nome di Cresci - o Crescio, o Criscus, o Acriscus - è come abbiamo visto antichissimo, mentre dei nomi Enzio e Onione non vi è traccia prima del ritrovamento del passionale. Questo mi porta, forse con una certa presunzione, a ipotizzare che il redattore del passionale stesso, forse in cerca di nomi da dare ai soci di S. Cresci, credette di averli trovati male interpretando una qualche lapide o pergamena dedicata a S. Crescenzione, il quale era stato martirizzato insieme con S. Lorenzo.

Biblioteca Moreniana, Inc. 62_01. Cerbone è citato in alto nella pagina di destra.

Diverso il discorso per il nome di Cerbone che, secondo alcuni, originerebbe dal S. Cerbone vescovo di Populonia, vissuto nel VI secolo. Ma, oltre che dalla presenza di una località presso la Pieve di Valcava che da tempi immemorabili si chiama Bosco di S. Cerbone, questa ipotesi sarebbe smentita dalla celebrazione del Santo fin da tempi antichi come risulta anche da un martirologio stampato nel 1486 a Firenze da Benedetto dei Buonaccorsi, e compilato da Don Antonio Vespucci. L'unica copia è conservata alla Biblioteca Moreniana. Qui, alla data del 4 maggio, è specificatamente citato il martirio Cerboni & sociorum eius presso la tomba di S. Cresci in Valcava.


Non molto distante dalla Pieve di S. Cresci in Valcava esiste(rebbe) ancora l'oratorio dedicato a S. Cerbone fatto costruire da Cosimo III, ma è in condizioni disperate. Pericolante da tempo, è stato murato e transennato. Ed è un peccato, perché al suo interno si trova(va) un affresco che mostra(va) appunto la guarigione di Cerbone ad opera di S. Cresci. Questo affresco - la notizia è inedita - fu realizzato nel 1881 su incarico del Pievano Pietro Lorenzi dal pittore fiorentino Ferdinando Folchi (1822-1883) .

giovedì 21 giugno 2018

Scipione de' Ricci: riformatore, giansenista, iconoclasta.


Avevo raccontato in un post alcuni mesi fa come la preziosa reliquia di S. Jacopo che si trovava nella Cattedrale di S. Zeno a Pistoia aveva fatto della città una meta di continuo pellegrinaggio. Nel 1786 questa reliquia rischiò di fare una brutta fine, mentre la cappella che la ospitava una brutta fine la fece per davvero.
Autore dell'impresa fu Scipione de' Ricci, Vescovo di Pistoia e Prato, personaggio di straordinaria complessità e ambivalenza, dai molti meriti e dai non pochi demeriti, forse sopravvalutato dagli storici del XX secolo.

Scipione de' Ricci nacque a Firenze nel 1741. Studiò inizialmente presso i gesuiti, si laureò nel 1762, fu ordinato prete nel 1766. Si appassionò di teologia, frequentò numerosi circoli letterari religiosi e ben presto si avvicinò al movimento giansenista, che tra l'altro considerava i gesuiti peggio di satana sceso in terra. Ma quando fu consacrato vescovo, nel 1780, la Compagnia di Gesù era stata soppressa da sette anni, ed egli non ebbe da combatterla.
Nel catalogo della mostra Scipione de' Ricci e la realtà pistoiese della fine del Settecento (1986), Chiara D'Afflitto sottolineò come l'intesa con il Granduca Pietro Leopoldo, che lo sponsorizzò e sostenne appassionatamente, costituì "il caso unico in Italia di una attività riformatrice nei campi civile e religioso sostenuta con pari determinazione da un regnante e da un vescovo.".
Non c'è dubbio. Scipione de' Ricci si trovò, appena consacrato, a dover porre mano a una situazione da tempo insostenibile e sulla quale già i suoi predecessori avevano iniziato a intervenire, anche se con minore irruenza. Scrive Claudio Gori, su Il Covile (luglio 2015), che nel 1733 a Pistoia, allora cittadina di 8690 abitanti, vi erano "420 tra sacerdoti e chierici, 452 monache tra corali, converse ed educande, 137 regolari, cioè monaci e frati. In tutto 1116 religiosi: più di un religioso ogni sette laici. ma di tutti questi ecclesiastici appena il 20% aveva cura d'anime nelle parrocchie e nell'ospedale." In definitiva una situazione, ereditata dal medioevo, di - diremmo oggi - fancazzismo e parassitismo diffuso, cui faceva da contraltare una scarsissima presenza delle istituzioni religiose nelle zone fuori dalla città e in particolare sulla montagna pistoiese. De' Ricci operò con vigore quanto con oculatezza una riduzione delle parrocchie cittadine, che al suo insediamento erano ben 23, eliminandone 15. Eliminò anche otto monasteri femminili e cinque maschili. Creò invece venti nuove parrocchie nel contado, di cui undici nella zona montana. Il nuovo assetto  delle parrocchie risultò del tutto valido, dato che si è mantenuto praticamente intatto fino ai giorni nostri. D'intesa col Granduca, fece sopprimere le compagnie laiche, creando una unica compagnia con distaccamenti nelle singole parrocchie. Istituì il Patrimonio ecclesiastico, organismo che controllava in modo centralizzato la gestione delle ricchezze e il relativo utilizzo, nella direzione di una maggiore equità distributiva. Si liberavano così in parte le singole parrocchie dalla frequente incombenza della scarsità di fondi per il loro sostentamento. Pietro Leopoldo, sull'esempio di de' Ricci, istituirà i Patrimoni ecclesiastici in tutte le diocesi del Granducato. 

Il Palazzo vescovile di Pistoia.
Il vescovo amministrava in prima persona  le rendite e l'utilizzo del ricavato dalle alienazioni delle chiese soppresse e dalla vendita delle opere in esse presenti. Con grande abilità gestionale, poté reperire i mezzi finanziari per la costruzione del nuovo Palazzo Vescovile, che fu preferita alla ristrutturazione di quello antico in Piazza del Duomo (foto d'apertura), e del Seminario Vescovile, realizzato utilizzando l'ex Monastero di Santa Chiara.

L'ingresso del Seminario vescovile, costruito
sulla ex facciata della chiesa di S. Chiara
I meriti di Scipione de' Ricci sono insomma numerosi e indiscutibili. Il suo fanatismo religioso, unito a una buona dose di megalomania, lo condusse però a gettare via il proverbiale bambino con l'acqua sporca. Abbiamo detto che de' Ricci aderì al giansenismo, un movimento religioso il cui credo fu codificato da Cornelius Otto Jansen (1585-1638). L'intento dei suoi adepti era quello di tornare alla purezza delle prime comunità cristiane, un'idea a dire il vero non originalissima. In più, e in questo la vicinanza al calvinismo era più che concreta, si sosteneva che Dio, con volontà imperscrutabile, concedeva la grazia solo a pochissimi, diversamente dagli altri irrimediabilmente dannati & marcati in eterno dal peccato originale. La tesi conseguente, secondo cui Gesù morì non per tutti ma solo per alcuni eletti, cioè loro, non poteva che essere tacciata di eresia, e la Chiesa la condannò a più riprese. Altri elementi del giansenismo erano il rigorismo, la lettura della Bibbia, il rifiuto di tutti i riti esteriori, comprese le processioni e la venerazione delle immagini sacre e/o delle reliquie. Infine, va ricordato l'odio furioso nei confronti  dei gesuiti e del loro presunto lassismo morale legato all'adesione al probabilismo. Il vescovo di Pistoia e Prato - l'abbiamo detto - agì in un'epoca in cui la Compagnia di Gesù era stata soppressa e quindi non la combatté, ma rivolse i suoi strali verso il culto del Sacro Cuore di Gesù, propagato appunto anche dai gesuiti, bollandolo sprezzantemente con il termine di cardolatria e proibendolo. Se da un lato introdusse parti liturgiche in lingua volgare perché da tutti fossero comprese, dall'altro cercò di inserire tesi gianseniste nel catechismo, il che acuì le tensioni con la Santa Sede. Si concesse licenze quanto meno stravaganti. Per esempio, eliminò i nomi dei genitori di Maria Vergine, Anna e Gioacchino, come se fossero falsi, dai messali e breviari, e il 25 luglio divenne semplicemente in festo parentum B.M.V.  Sostenne che i Santi martiri Cresci, Enzio ed Onione erano in realtà un solo santo: Crescenzione. Espresse più volte il suo odio per la musica barocca.

S. Giovanni Fuorcivitas, una delle otto parrocchie di Pistoia non soppresse.

Intervenne sulle processioni, che erano in effetti in numero esagerato, ma lo fece in pratica proibendole tutte o giù di lì. Tuonò contro i troppi altari in ciascuna chiesa, decorati con gran dispendio ed esibizione di ricchezza dai patrocinatori, e contro l'abitudine di recitare più messe contemporaneamente nella stessa chiesa (e su tutto ciò aveva ragione), e invocò il ritorno all'austerità dei templi protocristiani che avevano un solo altare (e questo era un falso storico). Fece scoprire in modo permanente le immagini sacre con fama di miracolose, che di solito venivano mostrate solo in poche e determinate occasioni. Mostrò nei confronti delle immagini e dell'arte sacra, più che disprezzo, una somma noncuranza. Ai fedeli risultò sempre più inviso, data la devozione con cui essi erano legati a tradizioni e riti non di rado antichissimi.
Curiosamente, le biografie su Scipione de' Ricci tacciono per quanto riguarda il vero e proprio scempio da lui compiuto a danno del patrimonio artistico pistoiese, e questo anche al netto della mentalità dell'epoca. Fu un iconoclasta di fatto. Opere d'arte e arredi sacri delle parrocchie soppresse furono valutati e venduti all'incanto. Gli affreschi e le opere murali andarono per lo più perduti. Le chiese furono considerate in quanto fabbricati e come tali vendute a privati. Dopo disinvolte ristrutturazioni, divennero abitazioni, officine, magazzini. I monasteri non ebbero miglior sorte, con la parziale eccezione  di quello delle Agostiniane di Santa Maria delle Grazie che, spiega Claudio Gori, fu inglobato nell'Ospedale del Ceppo; e quello degli Olivetani che divenne sede dell'Accademia Ecclesiastica per l'educazione del Clero. In definitiva, seppure con presupposti e con modalità diverse, il risultato finale fu nel complesso paragonabile a quello dello sventramento del quartiere fiorentino del Mercato Vecchio, avvenuto un secolo dopo. 

L'altare argenteo dedicato a S. Jacopo. 
La Cappella di S. Jacopo, nella Cattedrale, fu la vittima più illustre - e il danno più grave - dell'azione del vescovo. Scipione de' Ricci riteneva sacrilego che "...all'altare di sant'Iacopo in una indecentissima cappella si tenga acceso un numero superfluo di lampade, che superi di gran lunga quello che si vede davanti all'augustissimo Sacramento". È ancora Claudio Gori a elencare i provvedimenti:

Il reliquiario
Fu eliminato il pavimento rialzato, abbattute le volte, scrostati tutti gli affreschi alle pareti, opera dei più grandi maestri medievali a partire da Coppo di Marcovaldo, disperse le suppellettili, le lampade, gli arredi e le tanto odiate immagini di devozione: non ne rimarrà praticamente traccia alcuna, se non alcuni frammenti di affreschi negli intradossi di una monofora tamponata e gli scassi sulle due colonne che delimitavano la Cappella, nei quali erano state infisse le cancellate. Neppure queste cancellate, pregevole lavoro in ferro battuto del 1327, sfuggirono alla dispersione. 

Lo splendido altare argenteo dedicato a S. Jacopo fu brutalizzato da un orafo, certo Francesco Ripaioli, che lo ridusse a una sorta di oggetto bidimensionale da appendere o appoggiare al muro. Fu restaurato e restituito alla sua conformazione originale nel secondo dopoguerra. Non sono riuscito a rintracciare il percorso, immagino avventuroso, compiuto dal reliquiario attribuito alla bottega del Ghiberti, che per fortuna si è salvato, e il cui ultimo restauro risale al 2011.

Contrariamente agli affreschi, la Croce
di Coppo di Marcovaldo (1274) è giunta fino a noi.
Fin qui il fanatismo religioso del vescovo. E la megalomania? Lo condusse alla disfatta. Scipione de' Ricci convocò nel 1786 un Sinodo dei vescovi toscani con lo scopo di ratificare le riforme espresse nei 57 punti ecclesiastici da lui elaborati. Si puntava decisamente verso una sorta di indipendenza della diocesi da Roma, oltre che all'introduzione nell'istituto religioso di diversi elementi di derivazione giansenista. Altre proposizioni, come la riduzione di tutto il clero regolare a un ordine religioso unico, nel quale si eliminavano i voti di povertà e obbedienza, non potevano non suscitare diffidenza e dissensi tra i religiosi. Nel frattempo Papa Pio VI aveva inviato in loco lo studioso antigiansenista Giovanni Marchetti che redasse in forma anonima le Annotazioni pacifiche di un parroco cattolico a mons. Vescovo di Pistoia e Prato. De' Ricci non la prese bene e, in una pastorale, ricoprì d'insulti l'autore. Nel 1787 l'Assemblea dei vescovi e arcivescovi toscani tenuta a Firenze condannò in modo irrimediabile le tesi di Scipione de' Ricci. Se è vero che le riforme ricciane andavano a colpire parecchi interessi all'interno del clero, è altrettanto vero che i vescovi percepivano nettamente - e su questo si erano ricompattati - una tendenza verso lo scisma.

Il Sinodo di Pistoia in un'incisione del 1786.

Nello stesso anno, a Prato si sparse la voce che de' Ricci aveva intenzione di proibire il culto e chiudere la cappella della Sacra Cintola della Beata Vergine. Un po' come proibire a Napoli il culto del sangue di San Gennaro. Fu una fake news ante litteram? Non è chiaro. Mario Rosa nel Dizionario biografico degli Italiani la definisce falsa, mentre per Chiara D'Afflitto è forse non infondata. Di sicuro ci fu una vera rivolta popolare. La lettera pastorale che de' Ricci scrisse l'anno seguente è un miscuglio di vittimismo e arroganza infarcito di retorica pesantissima. Ne copio un passaggio. Siamo a pagina 12 di 104.

Chiamo ad esame i miei sentimenti e le mie massime, e li cito al tribunale dell'Evangelio, de' Concilj, e dei Padri, e parmi vederle prefettamente concordi: ritorno sopra me stesso, e domando qual sia la disposizione del mio cuore, e non sento che i desiderj più vivi di conoscer maggiormente la dottrina della Chiesa, ed un umile soggezione per abbracciarli; esamino le vaghe censure e le accuse dei miei contraddittori, e non vi ritrovo che falsità, che ignoranza, che errore. Invece di scuoprire in queste accuse alcun lume per istruirmi, io non vi leggo che sforzi impotenti di anime irritate, interpretazioni maligne delle massime più sacrosante, calunnie le più insussistenti e più false.

Nel 1790 Scipione de' Ricci dovette lasciare Pistoia. Pietro Leopoldo, che gli aveva rinnovato più volte l'appoggio e la solidarietà, nello stesso anno tornò a Vienna per la morte del fratello. Anche lui, però, aveva iniziato a stufarsi del carattere del suo protetto e - riporta Mario Rosa - in una lettera del 1791 lamentava «la maniera troppo sollecita e qualche volta violenta e si può dire fanatica colla quale il vescovo di Pistoia, riscaldato dalle persone che aveva d’intorno, strapazzava, disprezzava e minacciava e perseguitava tutti quelli che non erano aderenti ai suoi principi e massime». Scipione de' Ricci, perso il sostegno principale al suo vescovado, lo richiese al successore Ferdinando III, ma questi fece orecchi da mercante. A Scipione non rimase che dimettersi. Era il 3 giugno 1791. Tre anni più tardi la bolla papale Auctorem fidei decretò la condanna definitiva del sinodo di Pistoia e delle tesi in esso espresse. Nel 1799, Scipione de' Ricci fu arrestato in quanto sospettato di filofrancesismo. Dopo varie sedi di detenzione ottenne gli arresti domiciliari - c'erano anche allora - nella sua villa di Rignana nel Chianti.

Tommaso Gazzarrini (1790-1853), Antonio Verico (1775-1846?) La riconciliazione di Scipione de' Ricci con Pio VII

Il 9 maggio 1805 avvenne, a Firenze, quell'incontro tra Scipione de' Ricci e Papa Pio VII sull'esito del quale gli storici non hanno trovato un accordo. Si può parlare di autentica riconciliazione? Di sincero ripensamento e quindi ritrattazione da parte del vescovo ribelle? O di manovra opportunistica? Anche la Chiesa fu decisamente ambigua in merito. Ma ancor più lo fu il vescovo stesso. Chiara D'Afflitto parla di "una sua meditata convinzione in quella che egli chiamò una 'riconciliazione'", basandosi sulla lettera da lui scritta a Pio VII lo stesso giorno dell'incontro, nella quale dichiara tra l'altro "di non aver mai sostenute o credute le proposizioni enunciate nel senso giustamente condannato dalla surriferita Bolla  [Auctorem fidei], avendo sempre inteso che, se mai qualche parola o parole avessero dato luogo ad alcun equivoco, fossero subito ritrattate o corrette."
Un paio di pagine più avanti nelle sue memorie, però, il vescovo scrive che "in tutta questa trattativa né prima né dopo, né monsignor Feraia né il Papa, né in voce né in scritto, hanno mai parlato di ritrattazione o di  equivalente termine". Poi, dopo una discreta supercazzola ante litteram, aggiunge: "Il bene della pace non meritava questo piccolo sagrifizio grammaticale, quando era salva la verità che forse malamente si supponeva negata?". Secondo Alida Caramagno (scheda del fondo Ricci nell'Archivio di Stato), questa frase in particolare fa pensare piuttosto a una abiura dettata dalla convenienza.
Scipione de' Ricci morì nella sua villa di Rignana nel 1810.

lunedì 12 giugno 2017

Vicchio nel Secolo dei Lumi


Con il libro di Adriano Gasparrini e Alfredo Altieri La comunità di Vicchio nel Settecento (ed. Noferini 2017) siamo al secondo, e si spera non ultimo, capitolo della riscoperta & rivalutazione della figura e soprattutto dell'opera di Valentino Felice Mannucci.
Mannucci, nato nel 1702, non ebbe inizialmente una gran fortuna. Di famiglia nobile caduta in disgrazia, conobbe anche il carcere. Finché nel 1732 non sposò Barbara Bruschi, di una ricca famiglia livornese. La tranquillità economica che ne derivò gli consentì di darsi da fare su diversi fronti. Adempì agli obblighi tipici di una famiglia nobiliare. Nel 1743 fu nominato podestà a Vicchio, e nel 1745 a Castelfiorentino (sarebbe morto prematuramente due anni dopo). Su sostegno e insistenza dell'erudito Domenico Maria Manni, girò il Mugello annotando e scrivendo su tutto ciò che riteneva degno di nota, con grande meticolosità. Secondo la storica Rossella Tarchi si comportò da viaggiatore, consultatore, intervistatore. Il risultato fu (è) una sorta di guida anche più moderna della celebre e quasi coeva Descrizione della Provincia del Mugello (1748) di Giuseppe Maria Brocchi.
Alfredo Altieri rinvenne il suo manoscritto di ben 239 carte in uno scaffale della Biblioteca Medicea Laurenziana, e iniziò un paziente lavoro di trascrizione, che condusse alla pubblicazione, nel 2009, di Notizie del Borgo San Lorenzo in Mugello e suo territorio raccolte da Valentino Felice Mannucci nel 1742-1743 (Protagon Editori) relativo dunque al Borgo a S. Lorenzo, e arricchito dalle foto dello sterminato archivio di Aldo Giovannini.

Presentazione del libro a Vicchio: da sin. Altieri, Gasparrini, Roberto Izzo,
Carla Giuseppina Romby, Giovanna Del Gobbo

Chi ha letto il volume ricorda due particolarità: Uno, che le dimensioni di chiese, pievi, oratori, edifici in generale, non erano date in unità di misura, ma in capienza: quante anime possono contenere. Due, sono riportati in modo quasi maniacale i testi di tutte le lapidi incontrate dall'Autore. Poi magari il lettore le sorvola perché sono quasi tutte in latino, e tutte senza quasi pesantucce, ma gli fa piacere sapere di averle a disposizione.

Oggi esce il libro con la parte delle notizie di Mannucci dedicate a Vicchio. Si ritrovano anche qui le particolarità ora citate. Il testo è scritto in un italiano tutto sommato abbastanza scorrevole, considerando l'epoca a cui risale. Tuttavia, lavorando insieme con una intesa e una sinergia non comuni, i miei amici Alfredo Altieri e Adriano Gasparrini hanno integrato nella pubblicazione una quantità di altre notizie storiche sul '700 vicchiese, concependo così la guida di Mannucci come elemento centrale di un'opera su Vicchio che, se non raggiunge la completezza, ci si avvicina per davvero: La Comunità di Vicchio nel Settecento sbalordisce per la ricchezza di informazioni, al punto di risultare quasi un testo universitario. Roba elitaria, da studiosi? Pesante tomo accademico? Neanche per sogno. Ecco cosa si legge tra l'altro nella presentazione redatta dal Sindaco di Vicchio Roberto Izzo e dall'Assessore alla Cultura Carlotta Tai: "Se alcune parti del libro saranno apprezzate solo dai lettori specializzati, non mancano però dettagli curiosi e divertenti che lo rendono godibile a tutti, tanto più che è stato arricchito con illustrazioni, disegni, carte e cabrei di notevole valore, parte dei quali riprodotti per la prima volta."

Presentazione del libro in S. Omobono a Borgo S. Lorenzo.
Da sin. Aldo Giovannini, Rossella Tarchi, Filippo Bellandi, Gasparrini, Altieri

Mi azzardo così a raccomandare questo libro a chi, abitando nel Mugello e non solo a Vicchio, abbia in famiglia un ragazzo in età scolare, dalle medie in su. Non necessariamente perché lo legga dall'inizio alla fine (non è un romanzo), ma perché lo consulti, volta a volta. Per saperne di più sulla terra dove è nato e/o dove vive, in particolare come era nel secolo dei lumi. La curiosità farà il resto. Il libro è in grado di risvegliarla.
E un ulteriore auspicio: che Altieri e Gasparrini completino l'opera di trascrizione del ponderoso manoscritto di Mannucci con le parti dedicate a Dicomano e San Godenzo.