mercoledì 25 aprile 2018

Dalla mosca di Giotto alla rosa del Paladino


La storiella dello scherzo di Giotto al suo maestro Cimabue la conoscono tutti. Anche se è solo una storiella. Ecco come la riporta Giorgio Vasari:

Dicesi che stando Giotto ancor giovinetto con Cimabue, dipinse una volta in sul naso d’una figura che esso Cimabue avea fatta una mosca tanto naturale, che tornando il maestro per seguitare il lavoro, si rimise più d’una volta a cacciarla con mano pensando che fusse vera, prima che s’accorgesse dell’errore. [Giorgio Vasari, Le vite, ed. Giuntina, 1568, vol. 2, p. 121.]

Che sia una storia vera, ripetiamolo, è altamente improbabile (*). Lo stesso scherzo viene attribuito al Mantegna. Quello di Giotto ha però avuto grande successo, e forse non c'è da sorprendersene. In fondo esprime e riassume bene un fatto epocale: il reale stava compiendo  una trionfale rentrée nella pittura. Giotto il realista inganna Cimabue il simbolico. E lo supererà, non solo in senso dantesco (credette Cimabue ne la pittura ecc.), ma soprattutto nel senso che, dopo dieci secoli in cui generazioni e generazioni di pittori  avevano prodotto simboli, il ragazzo di bottega annunciava che si sarebbe tornati a riprodurre la realtà. Quello stesso ragazzo che di lì a poco, chiosò mirabilmente Cennino Cennini, rimutò l'arte di greco in latino, e la ridusse al moderno. Quello stesso ragazzo che, in definitiva, inventò la pittura così come ancora oggi è concepita.

Ad ogni modo, la mosca di Giotto non rappresenta una novità. La riproduzione al naturale della realtà, l'abilità degli artisti nell'imitare la natura erano in antico argomenti dibattuti a livello filosofico. E che livello. Il concetto di mimesis vide contrapporsi Platone ad Aristotele. Senza addentrarci nell'argomento, leggiamo cosa scrive Plinio il Vecchio, nel I secolo d.C. in un celebre passo della sua Historia naturalis

Si racconta che Parrasio venne a gara con Zeusi; mentre questi presentò dell’uva dipinta così bene che gli uccelli si misero a svolazzare sul quadro, quello espose una tenda dipinta con tanto verismo che Zeusi, pieno di orgoglio per il giudizio degli uccelli, chiese che, tolta la tenda, finalmente fosse mostrato il quadro; dopo essersi accorto dell’errore, gli concesse la vittoria con nobile modestia: se egli aveva ingannato gli uccelli, Parrasio aveva ingannato lui stesso, un pittore. Si racconta che poi Zeusi dipinse anche un fanciullo che portava l’uva sulla quale, al solito, volarono gli uccelli; onde, con la stessa spontaneità, si fece dinanzi al quadro adirato e disse: «Ho dipinto l’uva meglio del fanciullo, perché, se avessi fatto bene anche lui, gli uccelli avrebbero dovuto averne paura». [Plinio il Vecchio, Naturalis historia, XXXV, 65-66, tr. it. Storia naturale, vol. V, Einaudi, Torino 1988, pp. 361-363.] (Ringrazio per le citazioni questo blog)

Sarà il Rinascimento a riproporre la questione dell'arte come imitazione del vero. Nel 1584  viene pubblicato il Trattato dell'arte della pittura, scoltura, et architettura, di Giovanni Paolo Lomazzo, pittore milanese, Diviso in sette libri. Nel capitolo dedicato alla virtù del Colorire, Lomazzo scrive: 


Non è dubbio, che tutte le cose ben formate, e condotte per disegno; e doppoi colorire secondo l'ordine loro non rendano il medesimo aspetto che rende la natura istessa in quel moto, o gesto. Peroché fino a gli cani vedendo altri cani dipinti dietro gl'abbaiano, quasi chiamandogli, e sfidandogli; credendo che siano vivi per la sola apparenza: non altrimenti che facciano vedendo se stessi in uno specchio; come si narra haver fatto un cane che né guastò uno c'haveva dipinto Gaudenzio sopra una tavola di un Christo, che portava la Croce, a Canobbio [sotto].

Gaudenzio Ferrari (ca. 1475-1546), Salita al Calvario
Lomazzo continua citando un tale Barnazano, fine paesaggista, il quale aveva dipinto fragole così realistiche da attirare i pavoni, che cercavano di beccarle, e Bramantino, che dipinse in una porta di Milano un famiglio così naturale che i cavalli non cessarono mai di lanciar gli calzi, finché non gli rimase più forma d'huomo. 
Federico Zuccari, nel suo L'idea de' pittori, scultori e architetti (1608), cita anch'egli Zeusi e Parrasio, e poi porta altri esempi di pitture che, stavolta, ingannarono gli umani: dal ritratto di Papa Leone X di Raffaello (sopra), davanti al quale attonito e meraviglioso restò il cardinal Pesia Datario, che presentò bolle, e calamajo, e penna a far la signatura inginocchiato; a un ritratto di Carlo V opera di Tiziano, posto su un tavolino e con il quale il figlio Filippo (futuro monarca dei Re, e dell'uno e dell'altro emisfero) si mise a discutere. Lo stesso Tiziano resterà poi talmente affascinato dai trompe l'oeil realizzati da Baldassarre Peruzzi nella Sala delle Prospettive di Villa Farnesina a Roma (sotto), da dover toccare con mano per sincerarsi che quelle colonne erano solo dipinte.


Solo l'ultimo degli aneddoti elencati può avere un fondo di verità. Il passare del tempo ha confermato l'inverosimiglianza degli altri racconti che, più che a figure retoriche come l'iperbole, fanno pensare al pescatore che raccontava di aver preso un pesce così grosso che la sola fotografia pesava tre chili. Ai tempi nostri non si hanno notizie di uccelli che cercano di beccare fotografie di grappoli d'uva, né di cani che abbaiano a cani in fotografia, né di cavalli che prendono a zoccolate gigantografie di persone che gli stanno antipatiche.

Filippo Paladini, Martirio di S. Agata.
Cattedrale di S. Agata, Catania
Sempre prendendola come storiella, quella riguardante Filippo Paladini meriterebbe forse maggiore notorietà. La racconta Paolo Russo nel suo "Un genio vagante... in giro nella Sicilia" Filippo Paladini e la pittura della tarda Maniera nella Sicilia centrale (Edizioni Lussografica, 2012).

Un anonimo testimone del Seicento riferisce un curioso episodio di cui fu protagonista Paladini al tempo in cui si trovava a Ragusa, dimorante presso il palazzo del nobile Leonardo Giampiccolo (...). Il pittore toscano, "uomo faceto e pittore straordinario", conoscendo la passione per le rose dell'aristocratico ragusano, decise di tirarvi uno scherzo, dando prova al tempo stesso della sua abilità: dipinse egli una rosa che sistemò tra quelle "rose naturali" da cui il Giampiccolo "molto traeva diletto", questi "ci credette e la prese, e alle risa del Paladino capì di essere stato burlato".

Racconterò la storia, inaspettatamente avventurosa, di questo pittore il prossimo 20 maggio nelle stanze della Villa di Poggio Reale alla Rufina (FI). Qui mi limito a pochi elementi riassuntivi, in modo anche da ...incuriosirvi. Filippo Paladini - o Paladino - (1544?-1615) nacque a Casi, frazione appunto della Rufina, ma lavorò a Malta e in Sicilia. Ciononostante, forte del suo solido retroterra, anche se ignoriamo il nome del suo maestro (Poccetti? Empoli? Passignano?), rimase toscano fino al midollo e fino alla fine dei suoi giorni. Viene definito manierista o tardo manierista, ma presuntuosamente sostengo che questi termini gli stanno stretti. In realtà Filippo, specie nell'ultimo periodo si portò oltre.
Filippo Paladini, Adorazione dei Magi.
Convento dei Cappuccini, Calascibetta (EN)
In un'epoca in cui il Concilio di Trento aveva dettato i canoni da seguire nelle immagini sacre, improntati alla sobrietà e alla chiarezza del messaggio e/o della storia narrata, Paladini non poté non tenere presente la lezione di Santi di Tito. Questi ricondusse la pittura nel solco della tradizione fiorentina, che aveva le sue radici in Giotto, sottraendola alle degenerazioni estreme della maniera. Filippo Paladini sembra seguirlo in un percorso che riscopre quel realismo e quel naturalismo che la Chiesa post tridentina non solo approva ma incoraggia. L'incontro con l'opera del Caravaggio avrà su di lui grande influenza, e arricchirà notevolmente il suo stile senza tradirlo. Il ciclo di pale d'altare realizzate nel 1613 per il Duomo di Enna, forse la sua opera più significativa, ce lo conferma. Potete vedere le cinque grandi tele in questa bella guida illustrata.
L'episodio della rosa, vero o più probabilmente inventato che sia, è ad ogni modo sintomatico non solo dell'abilità tecnica, ma anche della propensione di Filippo verso il naturalismo, verso la rappresentazione reale, e dunque verso il superamento di quello stile manieristico che, in Toscana come in Sicilia, ormai aveva fatto il suo tempo.
Se volete saperne di più su Filippo Paladini, non vi resta che segnare sull'agenda il pomeriggio del 20 maggio 2018, da trascorrere presso la Villa di Poggio Reale, Rufina (FI). Queste le coordinate. Ulteriori particolari a breve.

(*) esiste, in forma di variante, anche una barzelletta in cui il babbo di Giotto si è procurato delle terribili ustioni alla lingua perché il vispo suo figlioletto gli ha proditoriamente dipinto non vi dico cosa su una stufa rovente.

venerdì 13 aprile 2018

GABBATO LO SANTO 12. La mistica e l'erudita


Maria Bartolomea Bagnesi e Fiammetta Frescobaldi, a quanto è dato sapere, non s'incontrarono mai. Ebbero però molte cose in comune: l'epoca in cui vissero, l'appartenenza a famiglie facoltose, un'ardente fede religiosa, e le loro vite trascorse per la maggior parte immobilizzate a letto a causa, se non della stessa malattia, comunque di malattie terribili. I loro diversi modi di affrontarle condussero a due diversi destini post mortem.

Via de' Neri. I resti (meglio visibili sulla destra) dell'antico Palazzo Bagnesi

Maria Bartolomea nacque nel 1514 il 24 agosto, appunto San Bartolomeo, dalla famiglia Del Bagno o Bagnesi, che Malispini definisce molto antica. Machiavelli la include tra le famiglie guelfe e in seguito di parte nera. In via de' Neri esistono ancora casa Bagnesi (n. 11) e torre Bagnesi (25r), mentre la vicina via della Mosca era denominata in antico via de' Bagnesi. Silvano Razzi riporta notizia di una Beata Giovanna da Santa Maria in Bagno, monaca camaldolense, passata nella gloria di Dio nel 1105.


La vicenda umana di Maria Bartolomea è tutta imperniata sul contrasto tra l'infanzia felice, ancorché religiosa e morigerata e nonostante la morte della mamma, e le sofferenze da lei patite a partire dall'adolescenza, e che la costrinsero a letto per quarantacinque anni. La sua fede si rafforzava a misura che aumentavano i tormenti, da lei offerti al Signore. Dopo che ebbe preso l'abito di San Domenico nella propria stanza e fatto la professione, le sue condizioni migliorarono e poté alzarsi e recarsi in visita a conventi, in particolare quello di S. Maria Novella. Ma non durò molto. I dolori ripresero se possibile ancora più terribili, e Maria tornò costretta nel suo letto. Più volte ricevette l'estrema unzione. Più volte fu vista in una sorta di estasi. Ebbe il conforto di alcuni confessori tra cui Padre Alessandro Capocchi e Ser Agostino Campi da Pontremoli. Quest'ultimo, per farle da padre spirituale - e lo sarebbe stato per ventidue anni -, lasciò il suo lavoro di Pievano di Borgo San Lorenzo. Per quanto le fu possibile, fu prodiga di opere di carità e di parole buone per chi la visitava. La sua fama era diffusa in Firenze al punto che, quando rese l'anima stremata al Signore, il 28 maggio 1577, i tentativi della famiglia di seppellirla di nascosto, come lei aveva chiesto, fallirono. Al suo funerale parteciparono migliaia di fiorentini. Una lunga processione attraversò il Ponte Vecchio e Maria, secondo il suo volere, fu sepolta nel convento di S. Maria degli Angeli, oggi S. Frediano in Cestello. Un affresco di Giuseppe Servolini, nella foto d'apertura, raffigura l'episodio. S. Maria Maddalena de' Pazzi,  che attribuì a una intercessione di Maria Bartolomea una sua guarigione, ne divenne una devota. La beatificazione di Maria avvenne, a opera di Pio VII, nel 1804.

Via della Mosca, in antico chiamata Via dei Bagnesi.
Alla biografia di Maria sono stati aggiunti in seguito parecchi elementi posticci. Ad esempio che i dolori terribili la colsero la prima volta nel preciso istante in cui il padre le disse che era tempo di pensare a maritarsi. O che la tregua avvenne quando aveva 33 anni, età decisamente troppo evangelica...  In realtà dalla biografia scritta da Padre Alessandro - che la conobbe bene - non risulta nulla di simile. Lo stesso Alessandro non risparmia peraltro elementi agiografici quali le tentazioni che Maria continuò a subire lungo tutta la sua esistenza, ed eroicamente e puntualmente respinte. Vi aggiunge poi episodi curiosi, come a un certo punto l'invocazione da parte di Maria a S. Pantaleone, sconosciuto ai familiari, ma che si scoprì essere il Santo protettore della famiglia. O la sua predilezione per i capperi sotto aceto e per la cicerbita.

La Chiesa di S. Jacopo a Ripoli in via della Scala
Di Fiammetta Frescobaldi, la cui famiglia non ha particolare bisogno di presentazione, parla Giuseppe Richa (1756) nella parte delle sue Notizie istoriche delle Chiese fiorentine relativa alla Chiesa e Convento di S. Jacopo a Ripoli, riportando quanto riferitogli da Padre Vincenzo Fineschi, archivista di S. Maria Novella. Scrive tra l'altro quest'ultimo: 

Suor Francesca nacque di Lamberto Frescobaldi, e di Francesca Morelli, nobilissime famiglie di Firenze, l'anno 1523. Abbracciò in età di 13 anni la religione di S. Domenico nel Monastero di S. Jacopo di Ripoli, in cui dotata di ottimi costumi, fervorosa nella divozione, intenta sempre a leggere, e scrivere, lasciò molti attestati, del suo ingegno, e della sua pietà (...) Certamente doveva essere fornita di un grand'ingegno, di memoria, e di eloquenza per capire cose tanto sublimi, e varie, come ha fatto, ritenerle, porle in ordine, e descriverle con uno stile facile, piacevole, e talora anche critico: Ma ciò, che apporta più maraviglia, si è, che ella scrisse di sua mano tanti, e sì fatti volumi con tal  accuratezza di caratteri, che sembrano da una stamperia usciti. Egli è ben vero, che per lo corso di 38 anni soffrendo una contrazione di gambe, sarà stata dal Monastero di ogni ufizio esente, talché avrà avuto il campo di scrivere, e leggere Autori latini e italiani; ma non di meno sappiamo, che talora oppressa da' suoi fieri dolori, pazientemente gli soffriva, e spesso si faceva portare al Coro.

Enrica Viviani Dalla Loggia, nel suo Nei Monasteri Fiorentini (Sansoni 1946) ci dice che Fiammetta 

scrisse 30 volumi di storia in ottavo e tradusse 118 Vite di Santi dal Lippomanno e dal Surio, opere che purtroppo sono andate perdute (ma ciò che deploriamo di più è la scomparsa della sua corrisopondenza con i migliori letterati del tempo), e un libro di memorie del convento, dal 1575 al 1580. Suor Fiammetta arricchì inoltre il monastero di una preziosa collezione di libri regalatale dai suoi parenti ed amici, ed adornò la chiesa di un bellissimo reliquiario e di due quadretti con l'arcangelo Raffaele e il Santissimo Rosario.

L'ex convento di S. Jacopo a Ripoli in via della Scala
Nel 1941, sulla rivista Memorie domenicane fu pubblicato un catalogo delle opere di Fiammetta ancora esistenti. Si tratta di un totale di 18 volumi manoscritti. Di Della sfera del mondo, divisa in nove parti, ne resta(va)no solo le ultime tre. Fra gli altri titoli, una Storia delle Indie orientali ed occidentali, parecchie vite di Santi tra cui Vite di 12 santissimi padri che fiorirono nella vita monastica, nelle parti orientali, e Le Vite del Serafico Padre S. Francesco istitutore de' Frati Minori e di altri Santi del medesimo Ordine, da essa tradotte dal latino. Della concorrenza, verrebbe da dire.
Infine, Prato fiorito. Merita stavolta riportare il lungo ed eloquente titolo per intero: Il Prato fiorito nel quale come risplendenti fiori sono poste molte attioni eroiche degne di essere imitate con ogni accuratezza da chi brama far profitto nella vita christiana et religiosa raccolte da diversi scrittori greci et latini per comodità degli studiosi da suor Fiammetta Frescobaldi del ordine di s. Domenico in Fiorenza nel ministero di s. Iacopo di Ripoli MDLXXVNe copio un passo dalla dedica a Suor Angela Malegonnelle.

...imperoché non sapendo punto di grammatica né ammaestrata nella arte del ben dire [questo testo] non merita tanto favore, nondimeno le cose che in questo libro si contengono considerate per loromedesime sono bellissime, anzi son tanti vaghissimi fiori, questo sono le cose che in esso si contengono; quello che c'è di male ne è la causa la mia imperitia, quello che c'è di buono ne è da rendere gratia al padre de' lumi dal quale e sanza il quale niente di buono si può fare, il resto tutto imputerete all'ignorantia mia...

La difficoltà di accedere ai manoscritti conservati nell'archivio della famiglia Frescobaldi, che sono la maggioranza, è stata fra le cause per cui gli studiosi si sono concentrati sulle due opere conservate presso l'Archivio di S. Maria Novella, con le sigle IB65 e IB66, dai rispettivi titoli (li abbrevio entrambi) Cronica del sacro ordine de’ frati Predicatori ff. «compita del mese di giugno l’ano 1579», e «Cronica dell·sacro ordine di Santo Domenico, in particulare la fondazione de’ conventi et monasterii di esso ordine nella alma città di Firenze, massimo di quel di SMN et di Sa·Iacopo vocato Ripoli, con aggiunta di altre molte varie cose…, cavato ogni cosa con diligenzia da varii autori… - MDLXXIX»

Una pagina da IB65
Giovanna Pierattini, sempre su Memorie domenicane, ne traccia un ampio riassunto, se di riassunto si può parlare, diviso in 8 capitoli pubblicati tra il 1939 e il 1941. Più di recente, Elissa B. Weaver ne ha scritto in Il velo, la penna e la parola (Nerbini 2009). Ne emerge il ritratto di una donna del Rinascimento, di profonda fede religiosa, certo, quanto straordinariamente moderna. L'attenzione per quanto accade all'interno del monastero è saggiamente bilanciata con gli avvenimenti storici di cui Fiammetta è testimone. Lo stile è del pari asciutto e quasi sempre privo di quella retorica che all'epoca e anche nei secoli seguenti avrebbe spesso appesantito tanti testi. Mi limito a trascrivere un particolare divertente che non conoscevo, in margine alle fastose nozze della veneziana Bianca Cappello con il Granduca Francesco I de' Medici, avvenute nel 1579:

Ogni cosa sa[re]bbe ita bene se [e] viniziani (non però tutti) non fussino stati trovati alle porte avere furate le argenterie in non poco numero, sanza altri danni di trine d'oro e frange spichate da' paramenti de' letti. Queste cose quanto abino intorbidata tale festa si lascia al giudizio di chi legge, però qui non ne dirò altro.

IB66, l'ultima pagina scritta da Fiammetta.
Si comprende già da questo passo come Fiammetta non cercasse affatto di essere imparziale nel raccontare, ma al contrario faceva sempre trasparire le sue opinioni. Non solo. "La Frescobaldi" scrive Weaver "in tutte le sue opere cita scrupolosamente le sue fonti. Più spesso ne fa un elenco all'inizio dell'opera" E all'inizio dell'IB66 nomina tra le altre le opere di Vasari, la storia di Santa Maria Novella che stava allora scrivendo fra Modesto Biliotti che era il confessore delle monache di S. Jacopo, e uno scritto sulle comete di un medico di Bologna, Baldassarre Pisanelli. Ed è a Pisanelli che Fiammetta a un certo punto quasi si rivolge con queste parole:

le cose fatti dagli huomini di propria volontà, non si devono attribuire alle stelle, imperocché l'uomo savio a quelle signoreggia.

Quasi un anticipo di Illuminismo, comunque una sorta di sconfessione dell'astrologia sbalorditiva nel Cinquecento.
Fiammetta si spense nel 1586. Di lei non sono riuscito a trovare alcuna immagine. In tempi recentissimi si è assistito, se non a una riscoperta, per lo meno al risvegliarsi di un certo interesse sulla sua opera. Tuttavia si tratta sempre di un interesse che riguarda l'erudita donna del Rinascimento e non la religiosa. Contrariamente a quanto avvenne per Maria Bagnesi, non furono mai avanzate proposte per la sua beatificazione. Magari, certo, manca(va)no gli elementi necessari (eventi miracolosi, ecc.). Ma, nella mia ingenuità costituzionale, non posso fare a meno di pensare che la figura di una donna straordinariamente colta, dalle conoscenze sterminate anche in campi al di fuori di quelli religiosi, e di conseguenza indipendente, pur nella vita irreprensibile e nel rispetto sempre rigorosamente mantenuto della vita conventuale, potesse all'epoca risultare come incompatibile con la santità.  

Ringrazio l’Archivio di S. Maria Novella (Provincia Romana di S. Caterina da Siena, Ordine dei Frati Predicatori - Domenicani) che mi ha gentilmente permesso di pubblicare le foto dai manoscritti originali di Fiammetta Frescobaldi








 

domenica 1 aprile 2018

Il Mugnone e un pesce d'aprile di 25 anni fa

L'esondazione del Mugnone avvenuta il 30 ottobre 1992 non raggiunse le dimensioni apocalittiche della famigerata alluvione del 4 novembre 1966, ma fu lo stesso terribilmente devastante. Il suo ricordo oggi può essersi appannato anche se non del tutto spento, ma all'epoca dei fatti che sto per narrare era ancora vivissimo tra i fiorentini - e non solo: Poggio a Caiano fu sommerso -. 

Il 1° aprile 1993 la prima pagina di cronaca di Firenze su La Repubblica riportava in basso un articolo a quattro colonne, non molto appariscente, dal titolo: "Deviare il Mugnone? Secondo i Verdi si può". L'occhiello diceva: "Proposta presentata in Consiglio Comunale", il sottotitolo: "Il progetto prevede di ridare al torrente il suo antico percorso, facendolo sboccare in Arno presso il Ponte Vecchio".

L'articolo aveva un tono abbastanza asettico. Iniziava così: 

"Restituire al Mugnone il suo alveo originale, fare del Mugnone una risorsa e un'attrattiva per la città, e a un tempo poterne controllare e monitorare le acque affinché fenomeni drammatici come lo straripamento del 30 ottobre scorso non si ripetano mai più. Con queste motivazioni il gruppo consiliare dei Verdi a Palazzo Vecchio ha presentato un progetto ambizioso quanto dettagliato, che ha incontrato immediato interesse presso l'intero Consiglio Comunale."

Il relatore Verde [in realtà mai esistito] Ranuccio Ottieri  - continuava l'anonimo articolista - ha illustrato nei dettagli gli interventi da compiere, che quasi mai avrebbero carattere particolarmente distruttivo, implicando l'abbattimento di palazzi solo in un breve tratto, mentre il nuovo percorso del torrente si ricaverebbe nella quasi totalità da una serie di strade, le quali verrebbero trasformate in tutto o in parte in alveo tramite profonde escavazioni.

L'imbocco di Borgo Pinti da Viale Matteotti

Secondo il progetto, il Mugnone, prima di passare sotto al Ponte Rosso [foto d'apertura], verrà deviato e percorrerà una galleria sotterranea creata ad hoc lasciando sulla destra il nuovo parcheggio del Parterre. Proseguirà poi sotto piazza della Libertà fino a sboccare all'inizio di Viale Matteotti. Il torrente scorrerà a cielo aperto sul lato destro del viale (è l'unico tratto in cui andranno abbattuti i palazzi), per svoltare in Borgo Pinti.

Borgo Pinti

Borgo Pinti, a parte i marciapiedi, verrà trasformata totalmente in alveo. Analogo destino, dopo Piazza Salvemini, per le strade successive: Via Palmieri e Via dell'Isola delle Stinche (il cui isolato, nel progetto, verrà circondato dall'acqua e tornerà ad essere una sorta d'isola, come quella antica da cui prende il nome) fino a Via dell'Anguillara. 

Via dell'Isola delle Stinche

A questo punto il Mugnone descriverà una curva a S, prima a destra, poi - scorrendo in Piazza San Firenze - a sinistra, e proseguirà per via dei Leoni e via dei Castellani, gettandosi in Arno all'altezza di Piazza dei Giudici. 

Lo sbocco di Via dell'Anguillara in Piazza S. Firenze
"Il percorso - spiega Ottieri - ci sembra il più aderente possibile al tratto seguito dal Mugnone per secoli fino al Medioevo. Ovviamente era necessario adattarlo alle strade che in seguito sono state realizzate: in questo modo il costo di realizzazione diminuisce drasticamente. Sono previsti attraversamenti all'altezza di Via della Colonna, Via degli Alfani - Via dei Pilastri, Piazza Salvemini, Via Ghibellina. La realizzazione del nostro progetto, da un lato, consentirà di avere un controllo continuativo sullo stato delle acque del torrente; dall'altro porterà a profonde trasformazioni dal punto di vista dell'assetto urbanistico del centro cittadino e soprattutto dal punto di vista del traffico, trasformazioni di cui i fiorentini sentono da anni la necessità e che non è più possibile continuare a procrastinare. Inoltre, è stata formulata l'idea di creare, all'altezza della nuova foce, un porto fluviale non dissimile da quello ivi realizzato in antico dagli Etruschi, e di istituire una busvia acquatica in grado di risalire fino al Ponte alla Badia, fornendo così un collegamento rapido e non inquinante tra le due zone. 

Piazza dei Giudici

Non solo: il lungo tratto del torrente dal Ponte Rosso all'Indiano potrà divenire una vasta area che tornerà a disposizione della cittadinanza, e sul cui recupero e utilizzo stiamo interpellando due urbanisti francesi, i quali, entusiasti del progetto, ci hanno già proposto diverse soluzioni. La più realistica ci sembra al momento quella di una strada di scorrimento veloce su terrapieno nel percorso dal Ponte Rosso fino al Ponte alle Mosse; dal Ponte alle Mosse in poi una serie di villette a schiera intervallate a spazio verde attrezzato e infrastrutture di pubblica utilità."
Il Sindaco Giorgio Morales - proseguiva l'articolo - ha espresso notevole interesse e apprezzamento per la proposta del gruppo Verde, proposta da lui ritenuta del tutto concreta e realizzabile. Gli hanno fatto eco i capigruppo di tutti i Partiti rappresentati in Consiglio, sia di maggioranza sia d'opposizione, i quali si sono dichiarati unanimemente favorevoli ad un'attuazione del progetto in tempi brevi. Il Presidente della Giunta Regionale Vannino Chiti, in una nota, ha dichiarato di associarsi al coro di consensi e di essere pronto a muovere subito i primi passi per concedere le autorizzazioni necessarie. Tutto lascia pensare che in pochi mesi ("entro autunno" ha assicurato il Sindaco) il progetto possa senz'altro partire. 

Il Ponte alle Mosse

L'articolo si concludeva così:

I fiorentini potranno dunque attendere il prossimo autunno sapendo di non dover più osservare preoccupati il livello del Mugnone ogni volta che piove, e considerare il loro torrente non più come un pericolo, bensì come una ricchezza e una risorsa culturale e ambientale importante, da salvaguardare e gestire oculatamente (non dimentichiamo che il Mugnone è corso d'acqua assai ricco di pesci).

In redazione ci fu chi affermò che, più che un pesce d'aprile per i lettori, era uno scherzo per le centraliniste del giornale, le quali vennero ovviamente sommerse di chiamate. Non si seppe con precisione quanti fiorentini ci cascarono, malgrado l'ultima frase. Molti, forse, si limitarono a pensare a uno dei classici progetti destinati a rimanere sulla carta. Altri telefonarono in redazione complimentandosi, ma aggiungendo di aver capito che era un pesce d'aprile non tanto dal progetto quanto dall'idea, ancora più inconcepibile, dell'unanimità di pareri in Consiglio. Lo scherzo finì anche sui telegiornali nazionali, nei fatidici elenchi dei pesci propinati nella giornata.
Un deputato fiorentino dell'opposizione presentò un'interpellanza parlamentare, a causa della quale divenne in seguito per mesi lo zimbello dei colleghi. Fu per questo, si mormorò, che rinunciò a candidarsi di nuovo alle elezioni seguenti.

Se non ricordate nulla di tutto ciò, rassicuratevi. In realtà nel 1993 non ci fu nessun pesce d'aprile sul Mugnone. C'è stato semmai un pesce d'aprile nel 2018, ed è questa storia che mi sono inventato di sana pianta. La ricostruzione dell'antico corso del Mugnone comunque è corretta.












martedì 20 marzo 2018

Ugo Giusti, o la discrezione del Liberty


Di Galileo Chini il web esonda. Del suo migliore amico e collaboratore, l'architetto Ugo Giusti, si può dire che sul web non c'è traccia. Non ha una voce su Wikipedia. Non è sulla Treccani (c'è un suo omonimo). Viene citato di sfuggita quando si parla delle Terme Berzieri a Salsomaggiore. L'unico, dunque prezioso, testo monografico a lui dedicato è il volume di Maria Maugeri "Ugo Giusti - un architetto fiorentino nella Toscana del primo Novecento", edito da Polistampa nel 2013.
Che Giusti abbia subito un'ingiustizia dal tempo è indubbio, ma bisogna anche ammettere  che in un certo senso c'era da aspettarselo. Il ritratto di questo personaggio che faticosamente si riesce a mettere a fuoco, aiutati da una sola fotografia, è quello di un individuo schivo e riservato, in perfetta antitesi col suo straripante amico pittore e decoratore. Viene da pensare che tutto sommato avrebbe preferito così, che non ci fosse tanto baccano sulla sua persona, solo magari un po' di rispetto per la sua opera, cosa che non sempre avvenne. A novant'anni dalla scomparsa, l'opera di questo artista, certamente non geniale come un Giovanni Michelazzi o come lo stesso Galileo Chini, ma prolifico e dotato comunque di un talento e di una sensibilità straordinari, meriterebbe di essere esaminata con uno sguardo meno distratto - forse presuntuosamente distratto - di quello finora usato nei suoi confronti.


Ugo Giusti nacque nel 1880 a Firenze, da una famiglia modesta che abitava nell'odierna via Gioberti. Viene descritto come un uomo dal fisico piuttosto gracile. La sua testa però tanto gracile non lo era, e lo si capì presto.  A diciassette anni meritò una borsa di studio dalla Scuola Professionale di Arti Decorative e Industriali di Santa Croce. In seguito poté iscriversi all'Accademia di Belle arti fiorentina. Diplomatosi in disegno architettonico, avrà una cattedra della stessa materia, nella stessa Accademia, a partire dal 1905 e, nonostante l'intenso lavoro, la manterrà fino alla morte.
Nel 1907 aderì alla Giovane Etruria che, fondata da Plinio Nomellini, intendeva - narra Maugeri - realizzare un ideale raccordo fra le tradizioni più nobili e un recuperato spirito di regionalismo. Era in buona compagnia. Facevano parte del gruppo un po' tutti i nomi di spicco della Firenze artistica di inizio '900. Pittori, scultori del calibro di un Libero Andreotti, oltre ai colleghi Michelazzi, Andrè, Fantappiè, Coppedè (oh: se si chiamavano così!). E naturalmente Galileo Chini. L'amicizia tra i due si era già creata da tempo e non si sarebbe mai interrotta. Chini, come noto, aveva fondato la sua officina L'Arte della Ceramica nel 1897 in via Arnolfo. Fu lui che probabilmente presentò l'amico all'architetto di Pescia Giulio Bernardini. Questi e Giusti, la cui fama si espandeva a macchia d'olio, iniziarono una collaborazione che avrebbe dato i suoi frutti in particolare a Montecatini Terme. Dopo aver eseguito dei lavori di ampliamento delle Terme Tamerici nel 1909, nel 1914 vinsero il concorso per la ristrutturazione delle Terme Tettuccio, Regina e Savi. Per una serie di problemi non del tutto limpidi, però, il progetto non vide la luce. Vide la luce, sempre a Montecatini, il Casinò Municipale Excelsior, inaugurato nel 1907, ma che già nel 1915 era stato ristrutturato e riconvertito in stabilimento termale. In tutti questi progetti non mancavano mai i contributi decorativi di Galileo Chini, che divennero i protagonisti nell'indiscusso capolavoro di Ugo Giusti: le terme Berzieri di Salsomaggiore.


Anche in questo caso i lavori erano partiti nel 1914 su progetto di  Giusti e Bernardini, ma procedettero con grande lentezza anche per cause belliche, e nel 1918 Bernardini si ritirò. Le terme furono inaugurate nel 1923. In questo sito troverete i particolari storici e molte belle fotografie del fabbricato. Dallo stesso sito riprendo un paragrafo che dà un'idea del lavoro colossale svolto da Ugo Giusti ...e non solo da lui.

“Le cronache del tempo riferiscono che per la grande "fabbrica termale" furono impegnati 140 addetti alle opere murarie, 125 marmisti, 60 fra stuccatori e decoratori e 70 tra ebanisti, elettricisti e capi tecnici. Senza contare gli artigiani che forgiarono nell’officina di Antonio Veronesi i ferri dei velari, delle cancellate, delle finestre, le porte e le maestranze delle Fornaci Chini. I marmi provenivano dalle cave di Verona, Rezzato, Carrara e Siena; da Rapolano invece il travertino per il rivestimento della facciata e per le robuste colonne scanalate della pensilina.”

Giusti poté contare su un budget più che generoso (23 milioni di lire) anche se s'immagina non con gran piacere della committenza. Lavorò d'intesa con l'amico Galileo Chini che vi prodigò il suo talento, all'epoca ancora influenzato dal soggiorno siamese terminato da poco. Fu anche così d'aiuto alle Fornaci di Borgo S. Lorenzo, della stessa famiglia Chini, commissionando una notevole quantità di lavoro, materiale e manufatti, tanto da imporne l'ampliamento. D'altronde, la stessa fabbrica e la showroom delle Fornaci borghigiane erano opera di Ugo Giusti. Furono distrutte dai bombardamenti del 30 dicembre 1943. La cartolina sotto è una delle poche immagini rimaste.


L'amicizia fra i due fu stretta e inossidabile. Probabilmente proprio a causa della complementarietà dei caratteri. Timido, riservato, quasi sempre nell'ombra l'uno - che nondimeno sapeva imporsi alla bisogna -; estroverso, narcisista, non di rado un po' guascone l'altro. Galileo, tuttavia, non intese mai approfittarsene. Al contrario. La sua stima per Ugo la riaffermò più volte, anche e soprattutto con i fatti. Oltre alle Fornaci di Borgo, Galileo lo incaricò di costruirgli la casa (1909) e lo studio (1914) di via del Ghirlandaio. Quando, per un equivoco, la Villa Chini di Lido di Camaiore venne attribuita a lui stesso, Galileo per primo non esitò a smentire e a rendere giustizia al vero autore, appunto Ugo Giusti. Ed è solo un esempio.

Villa Chini, Lido di Camaiore, 1914

Lo si vede dalle immagini. Giusti non si può definire un architetto Liberty in senso stretto. Non indulge molto in arabeschi. Sembra rifarsi più al Secessionismo viennese. Ma le incursioni decorative dell'amico conducono verso un connubio eclettico originale e straordinario. E, aggiungerei, irripetibile. Un connubio che meriterebbe una maggiore conoscenza e approfondimento, come prototipo (cito Maria Maugeri) della "comune consapevolezza dell necessità di integrare architettura e arti applicate per qualificare l'ambiente, operazione possibile solo tramite l'abolizione della radicata distinzione fra arti maggiori e arti minori sula scorta di quanto era avvenuto già a Vienna con Otto Wagner che, nella ricerca di nuovo, diede vita ad un'architettura cromatica segnata da ornamenti floreali e figurativi funzionali alla definizione delle volumetrie"

Lo studio di Galileo Chini in via del Ghirlandaio.
Il dipinto nel riquadro sovrastante l'ingresso,
dello stesso Chini, è praticamente scomparso.
L'opera di Ugo Giusti è vastissima. L'elenco delle sue opere, la maggior parte delle quali purtroppo scomparse, è davvero interminabile, e spazia in numerosi campi. Oltre all'architettura termale, lavorò molto in quella ricettiva: intervenne nella costruzione o nella ristrutturazione della Locanda Maggiore di Montecatini, dell'Hotel Brunelleschi, dell'Albergo Roma, del Grand Hotel di Firenze, del Grand Hotel Des Thermes di Salsomaggiore. E nell'architettura cimiteriale (ci vuole anche quella). Giusti fu nominato nel 1923 direttore dei lavori per l'ampliamento del Cimitero monumentale dell'Antella, e anche in questo caso l'intesa con Galileo e più in generale con la famiglia Chini condusse a risultati memorabili. Sono riportati con dovizia di immagini nel bel volume di Silvano Guerrini: I Chini all' Antella : opere di Dario, Galileo, Leto, Tito Chini e Manifattura Fornaci San Lorenzo nel Cimitero Monumentale della Confraternità di Misericordia (Ven. Confraternita di Misericordia di S. Maria, 2001), anche se, come sempre, si accenna solo di sfuggita alla figura di Ugo Giusti. Il quale contribuì con diversi interventi, soprattutto con la realizzazione di cappelle di famiglia, anche al Cimitero di Fiesole, al Cimitero della Misericordia di Borgo S. Lorenzo e a quello fiorentino delle Porte Sante.
Per quanto riguarda l'architettura sacra ricordiamo la chiesa di S. Antonio a Montecatini Terme, realizzata anch'essa in collaborazione con Giulio Bernardini (1926), e la ristrutturazione della chiesa di S. Michele a Figliano, presso Borgo S. Lorenzo, dopo i danni subiti dal terremoto del 1919. Sempre a Borgo San Lorenzo spicca, infine, la sede dell'Arciconfraternita di Misericordia, opera che fu terminata e inaugurata poco dopo che, per un male incurabile, Giusti si era spento all'età di soli 48 anni. Era il 1928.

Borgo San Lorenzo, sede dell'Arciconfraternita di Misericordia

La malattia impedì a Giusti di portare a termine uno dei suoi incarichi più prestigiosi: la passeggiata a mare di Viareggio (foto d'apertura). Nel 1917 un furioso incendio devastò tutti gli edifici - per lo più in legno e ferro - che affollavano senza particolare criterio il viale a mare dal molo al Caffè Concerto Eden. Nel 1924 si costituì (finalmente) una commissione governativa per riprogettare in modo organico la passeggiata. Ne facevano parte Alfonso di Vestea (batteriologo dell'Università di Pisa), Giacomo Puccini (non ha bisogno di presentazioni), Galileo Chini e Ugo Giusti. Quest'ultimo stese un disegno preparatorio, ma i lavori procedettero per motivi burocratici terribilmente a rilento. Giusti protestò, intervenne anche il prefetto, i lavori ripresero, ma le condizioni dell'architetto si erano nel frattempo aggravate e non fu più in grado di riprendere in mano il progetto che, dopo la sua morte, passò ad Alfredo Belluomini. Questi, pur di diverso temperamento, apprezzò il lavoro svolto dal predecessore e collaborò proficuamente con Galileo Chini.

Caffè Margherita, Viareggio
Difficile dire se si possa ancora ravvisare il pennino di Ugo Giusti nei primi edifici della passeggiata, soggetti in seguito a parecchi rifacimenti. Mi permetto di avanzare delle riserve sull'ipotesi di Maugeri, peraltro con punto interrogativo, di attribuire la paternità di Giusti alle cupolette del Caffè Margherita.
Nell'ultimo periodo, Giusti aveva espresso più volte il desiderio di trasferirsi a Milano. Anch'egli, evidentemente, si era stancato di quel provincialismo imperante che a Firenze aveva messo più volte i bastoni tra le ruote a qualunque innovazione che si ponesse al di fuori di una grigia e stantia celebrazione dei fasti del passato fiorentino.
I funerali di Ugo Giusti furono grandiosi e solenni. Il Messaggero del Mugello stilò un elenco lunghissimo di partecipanti, tra cui in pratica l'intera famiglia Chini, oltre ai nomi più importanti dell'architettura toscana, compreso Giulio Bernardini, e naturalmente le autorità fiorentine e non solo. Il corteo funebre attraversò via Cavour e via Martelli a Firenze, la funzione religiosa avvenne in S. Lorenzo, e la salma fu tumulata al Cimitero della Misericordia dell'Antella.

venerdì 16 marzo 2018

Il mistero del sindaco scomparso


Questa storia parla di un individuo ignobile. Un fascista arrogante e violento che negli anni 20 del XX secolo fu sindaco di Vicchio, e pareva destinato a  un luminoso avvenire, ma d'improvviso venne inspiegabilmente messo da parte, e le sue tracce a un certo punto scompaiono. Svolsi su di lui nel 2010 una ricerca, che però per motivi di spazio rimase fuori dal mio contributo a un volume storico realizzato a più mani, dal titolo Montegiovi: se son rose fioriranno. Mugello e Val di Sieve dal fascismo alla Liberazione (Polistampa 2012).

Si chiamava Marino Marchetti. Nacque il 31 gennaio 1896 a Vicchio. Il padre Carlo, fattore, viveva in un quartiere della canonica della frazione di Caselle e aveva in affitto i poderi della Pieve. Marino seguì le orme del padre e divenne agente di beni. Abitò in località Pilarciano. Nel 1922, anno in cui partecipò alla Marcia su Roma, era Segretario politico del Fascio di Vicchio e Segretario della Cooperativa Agricola vicchiese. A questo titolo, in merito a una polemica seguita a una ‘tumultuosa assemblea’ della Cooperativa stessa, il 16 aprile dello stesso anno il Messaggero del Mugello, settimanale di Borgo S. Lorenzo, pubblicò una sua lettera, che la diceva lunga sulla sua indole:

In risposta all’articolo di Pietro, o Beppe che sia, comparso sul Messaggero del Mugello in data 9 c.m., tengo a dichiarare che son sempre pronto a dar prova della mia più, o meno, robusta muscolazione quando si tratta di difendere l’onorabilità di persone per bene quali crede essere il sottoscritto tutti i componenti il Consiglio della Cooperativa Agricola di Vicchio.

Piazza dei Giardini, Vicchio, 1923
L’attività di picchiatore fascista fu da lui vantata più volte. Il  21 gennaio 1923 venne pubblicata sul Messaggero del Mugello una lettera del maestro cattolico di Borgo San Lorenzo Antonio Cassigoli, che chiamava in causa Marchetti quale capitanante il gruppo di fascisti che lo aveva costretto all’ingestione di un bicchiere di olio di ricino. Solo molti anni dopo,  Cassigoli raccontò al mio amico Aldo Giovannini che il farmacista finse di compiacere i clienti picchiatori ma, approfittando del vetro scuro della bottiglietta, la riempì d'alchermes.  S'intende che ciò non attenua certo le responsabilità degli squadristi. Sul numero seguente del Messaggero, Marchetti rispose:

Il maestro Cassigoli fu, dai fascisti di Vicchio, purgato perché aveva pronunciato a Campestri un discorso contro il fascismo, e perché aveva proibito ad alcuni soci del Circolo “Semper Virens” di indossare la Camicia Nera. (…) In quanto poi a me, egregio maestrino, c’entro proprio per volere della sorte, perché quella sera mi trovavo a Borgo, non per capeggiare i fascisti miei paesani, che con ragione vi purgarono, come voi, da diligente pipista, malignamente affermate, ma bensì per il disbrigo dei miei affari. E di quello ne può far fede la mia visita all’Ufficio del Genio Civile e la mia operazione bancaria con l’Agenzia del Monte dei Paschi di Siena di cotesto paese. Questo per la verità.

Marino Marchetti fu proclamato Sindaco di Vicchio il 23 marzo 1923, dopo le elezioni amministrative tenutesi il 4 marzo. Il 2 dicembre, “in segno di riconoscimento per i suoi altissimi meriti di fascista”, ricevette una medaglia d’oro che gli fu conferita durante quella che il Messaggero definì una grande “Festa d’italianità a Vicchio”.
Il Congresso Provinciale Fascista lo elesse nel Consiglio Federale Fascista in rappresentanza del fascismo mugellano, preferendolo al borghigiano Agostini con 1899 voti contro 891. Nell’agosto 1924 ne divenne Vice-segretario. Nel settembre 1925 fu nominato Cavaliere della Corona d’Italia insieme con Luigi Santoni Guidi. Per tutto questo periodo mantenne la carica di Segretario Politico del Fascio di Vicchio. Il 2 maggio ebbe a Palazzuolo di Romagna, oggi Palazzuolo sul Senio, una medaglia d’oro per aver “tenuto con solerzia, competenza ed amore l’ufficio di Commissario Prefettizio di quel Comune". Intanto ,oltre che Fiduciario di Zona e Centurione della Milizia Volontaria Nazionale, divenne Triumviro della Federazione Provinciale Fascista. Fu il suo titolo forse di maggior prestigio. 
Il 1926 fu l'anno della riforma podestarile, ovvero l'eliminazione dell'elettività delle autonomie locali, in particolare i comuni, mediante la sostituzione del sindaco con l'imposizione della figura del podestà, scelto dal potere centralizzato, insomma dal fascismo. Marchetti era senza dubbio il personaggio più in vista di Vicchio, e la sua nomina a podestà avrebbe potuto sembrare cosa del tutto logica e automatica.
Cosa avvenne invece esattamente? Non è mai stato chiarito, ma in aprile 1927 non fu eletto alcun podestà. Fu nominato commissario prefettizio Luigi Santoni Guidi, apparentemente su proposta e incoraggiamento dello stesso Marchetti. Così il Messaggero dette la notizia:

La nomina a Commissario Prefettizio del nostro concittadino cav. Luigi Santoni Guidi, per quanto attesa, ha prodotto in paese la più lieta e favorevole impressione.
La scelta non poteva essere migliore. Fascista della primissima ora, Egli ha ricoperto la carica di Assessore Comunale in varie Amministrazioni. Presidente di tutte le Associazioni paesane, Giudice Conciliatore ed infine Consigliere Provinciale, si è sempre fatto distinguere per le sue ottime qualità di gentiluomo, di cittadino integerrimo, di benefattore del popolo.
(…) La grandiosa ed imponente dimostrazione che i cittadini vollero tributargli mercoledì scorso, sta a testimoniare con quanto piacere sia stata accolta la di Lui nomina a Commissario Prefettizio, che prelude sicuramente quella a primo Podestà di Vicchio.
(…) il nostro Sindaco cav. Marchetti improvvisò un bellissimo ed ispirato discorso, dicendosi lieto di avere anche egli contribuito affinché il cav. Santoni Guidi accettasse la nomina di Commissario, ritenendolo la persona più adatta a ricoprire tale carica.

Quando nel luglio seguente venne costituito a Vicchio il comitato dell’Opera Nazionale Balilla, Marino Marchetti – tuttora Segretario del Fascio - ne venne eletto Presidente. Ma per lui la fine, o meglio questo lento dissolversi era iniziato. Di sicuro, la mancata nomina non significò per lui neanche la destinazione verso incarichi di livello nazionale, come si sarebbe potuto pensare con un ragionamento in calcio d'angolo. Il Messaggero, da allora in poi, lo menzionò solo di sfuggita, per esempio quando partecipò al funerale di un fascista, o a una festa religiosa. Nel 1928 alla presidenza dell’O.N.B. fu chiamato Santoni Guidi.

Fascisti alla stazione di Vicchio, s.d.

Il 14 aprile 1929, sul n. 15, il Messaggero scrisse, in un trafiletto senza titolo:

Il giorno 15 aprile corr. con una cerimonia intimissima, causa il grave lutto della sposa, avrà luogo in Firenze il matrimonio della gentile signorina Maria Pia Giusti, figlia del professore arch. Comm. Ugo Giusti, col cav. Marino Marchetti, già Sindaco fascista di Vicchio e membro della Federazione Provinciale Fascista. Il Messaggero manda agli sposi rallegramenti ed auguri.

Maria Pia Giusti nacque nel 1910, quando i genitori (Ugo ed Eugenia Scotti) non erano ancora sposati. Il matrimonio avvenne nell’ottobre 1912, dopodiché Maria Pia fu legittimata. Del padre della sposa Ugo Giusti (1880-1928), architetto liberty meno noto che grande, scriverò a breve in un altro post.
Sul numero seguente del settimanale, un articolo più lungo dal titolo Le fauste nozze Marchetti-Giusti forniva maggiori particolari, ma l’incipit era piuttosto atipico:

Coronamento di un blando sogno d’amore [!], sono state, lunedì scorso, le fauste nozze celebrate tra il cav. Marino Marchetti, (…) e la gentil signorina Maria Pia Giusti, figlia del compianto architetto professore comm. Ugo Giusti. Dato il recente grave lutto della sposa le nozze sono state celebrate nell’intimità famigliare.

La cerimonia religiosa si svolse in Santa Lucia al Prato, quella civile in Palazzo Vecchio. Il seguito dell’articolo smentisce decisamente l’intimità famigliare dichiarata in principio, descrivendo (diremmo oggi) un sontuoso lunch seppure con ospiti non numerosi; ugualmente in contrasto con il lutto della sposa, si legge più avanti: “Agli sposi gentili, che erano raggianti di felicità, brindarono S.E. l’on. Gino Sarrocchi, l’on. Morelli, il Console Baldi, tutti facendo caldi voti di perenne felicità.”

Inaugurazione del Monumento ai caduti di Vicchio, novembre 1925
Quindici giorni dopo le nozze, il 1° maggio Marino Marchetti lasciò Vicchio e si stabilì a Firenze.
Le notizie su Marino Marchetti si fanno a questo punto ancor più frammentarie. Marchetti mantenne con ogni probabilità i contatti con Vicchio, ricomparendo tuttavia solo occasionalmente in cerimonie ufficiali non di particolare importanza, riguardanti per lo più la M.V.S.N di cui era Centurione. Nel 1931 sedò una rissa nel centro di Vicchio. L'anno seguente fu notato, con la moglie, tra i partecipanti alla Festa degli Alberi a Villore. Sempre nel 1932 nacque il figlio Giancarlo. Nel dare la notizia, il Messaggero del Mugello precisò che Marchetti era “attualmente Segretario Politico dell’Antella e di Bagno a Ripoli”. Quando, nel dicembre 1932, morì il settantaseienne padre Carlo, egli non partecipò di persona al funerale. Fu l'ultima volta in cui fu menzionato dal Mesaggero, che chiuse nel 1933.
Tutto ciò non sta a significare che Marchetti finì in rovina. Al contrario. Quando nel 1938 fu fatto il censimento delle abitazioni disponibili da parte del Comitato Comunale di Protezione Antiaerea, il Cav. Marino Marchetti, residente a Firenze in Piazza Beccarla 2, metteva a disposizione Villa Pilarciano in Padule (9 stanze; 4 letti; locali dichiarati di lusso; preferibilmente a un fratello con moglie e figlio) e Villa Bricciana in San Martino a Scopeto (12 stanze; 6 letti; locali dichiarati per ceto medio; con richiesta di £. 500 mensili di pigione).
Nello stesso anno, però, il Comune richiese al Prefetto l’autorizzazione a stare in giudizio contro di lui, in quanto aveva acquistato due colombari al cimitero di Vicchio, per i quali aveva versato un acconto di £. 600, ma, nonostante le reiterate sollecitazioni, non si decideva a saldare il debito di £. 1.000.

Fascisti davanti alla Casa del Fascio, s.d.

Durante la Seconda Guerra Mondiale Marchetti non si smentì. Dai documenti del Comitato di Liberazione Nazionale si apprende che  aderì alla Repubblica Sociale e al Partito Fascista Repubblicano: “Squadrista; Marcia su Roma; Sciarpa littorio; senior della Milizia; fascista repubblicano. Uno dei fondatori del Fascio locale. Ha preso parte a spedizioni punitive contro antifascisti. Già segretario del Fascio locale. Ex amministratore comunale. Capitano in servizio con i tedeschi. Elemento ambizioso, privo di scrupoli e di ogni senso della morale. Attualmente al nord.” Ma al nord dove? Non se ne venne a capo.
In un elenco senza data sempre del C.L.N. Marchetti figura tra gli squadristi "particolarmente responsabili". Viene definito “uno dei massimi responsabili della rovina del paese, Console della M.V.S.N., attualmente in servizio con i tedeschi". Ma figura anche, insieme con Giovanni Materassi, Giovanni Dreoni e i fratelli Vittorio e Nello Magherini, tra i “responsabili, secondo l’opinione pubblica, di omicidio commesso in località Sagginale”. Si allude qui a un fatto di sangue risalente al 1921. Una spedizione punitiva, organizzata da squadristi per vendicare il maltrattamento di un paio di loro da parte della popolazione della frazione di Borgo S. Lorenzo, degenerò in uno scontro a fuoco in cui perse la vita il 57enne Giuseppe Margheri.
Su richiesta del Collegio Professionale dei Periti Agrari, il C.L.N. informerà nel 1946 che Marchetti

è persona di moralità indubbiamente pessima, è stato fascista, squadrista, prese parte a spedizioni punitive in Paese, seminando il terrore ovunque, provocatore e violento. A [sic.] pure rivestito cariche di una certa importanza quale ad esempio Podestà del Comune di Vicchio nell’epoca 1929-30-31 [abbiamo visto che non fu così], inoltre fu pure presidente della cooperativa Edili di Vicchio, dove dovette subire un processo per emettere assegni a vuoto per oltre 300.000 lire prelevando dalla Banca Agricola Italiana a quell’epoca con sede a Torino. Fu pure senior della M.V.S.N. aderì e collaborò attivamente al movimento fascista repubblichino.”

Sempre nel 1946 Marchetti compare su un elenco su un registro del Tribunale di Pisa, come collaborazionista. È l'ultima traccia su di lui che riuscii a reperire quando realizzai la ricerca. Una traccia niente affatto riabilitativa.

Cosa sia stato in seguito di lui non ci fu verso di sapere, né tuttora si può comprendere  come mai questo individuo venne d'improvviso emarginato dal regime. All'epoca della ricerca non lo scrissi esplicitamente, ma ipotizzai, non senza una certa romantica ingenuità, che il fascismo non apprezzasse il suo legame con una - allora - minorenne. Ora penso - ma ripeto, non si può che formulare ipotesi - che quegli assegni a vuoto per oltre 300.000 lire   abbiano ben maggiori probabilità di essere un buon motivo perché Marchetti venisse, con discrezione ma senza tanti complimenti, ostracizzato.

Ringrazio Adriano Gasparrini che, con la cortesia di sempre, mi ha fornito la foto d'apertura, in cui si vede il Principe Umberto a Vicchio insieme con Marchetti con fascia da Sindaco, e il ritratto del medesimo.
Le altre foto appartengono all'Archivio Fotografico del Comune di Vicchio.





giovedì 1 marzo 2018

Quella stazione senza paese



Il bambino del treno è un bellissimo romanzo di Paolo Casadio (Piemme 2017).
Ho conosciuto Paolo in occasione della presentazione del libro alla Biblioteca di Vicchio, il 27 gennaio 2018. Giustamente il giorno della memoria. Ancor più giustamente Vicchio. Perché tutta la vicenda narrata si svolge in una frazione vicchiese nel cuore dell'Appennino, oggi del tutto disabitata.

Il palcoscenico centrale è la Stazione di Fornello. Una stazione senza paese. Fruitori erano gli abitanti delle tante case sparse intorno, all'epoca dei fatti traboccanti di vita(lità). Si sarebbero svuotate inesorabilmente nel secondo dopoguerra. La stazione fu dismessa nel 1968, giusto cinquant'anni fa. Nel 1935 vi era approdata - questa la finzione del romanzo - una giovane famiglia romagnola ancora in fase di completamento: il capostazione Giovannino, la moglie Lucia dai capelli di frumento, il loro figlio Romeo che al loro arrivo era ancora in pancia, il cane Pipito.

La stazione di Fornello, 2012
Preferisco evitare di raccontare la trama, ma rimarcare il crescendo di tensione che Paolo ha saputo costruire partendo da pochi elementi che dapprima rimangono sullo sfondo, apparentemente con la sola funzione di precisare in che epoca siamo; ma che, man mano che si procede, si espanderanno a dismisura e con furore, in un crescendo allucinante di importanza e gravità. Per deflagrare nel 1944. In parallelo, la funzione di protagonista sarà ben presto guadagnata dal bambino che cresce. Il bambino del treno, appunto, il quale, scontrandosi con la tragedia montante, reagisce da par suo, con le risorse che la sua età gli mette a disposizione, e che sfrutta fino in fondo. E non solo: decide che vuole diventare ebreo. Per comprenderne i motivi va letto il libro.

La stazione vista da Case Pian Bertozzi, 2002

Nonostante la stazione sia - lo ripeto - il palcoscenico centrale della vicenda, uno dei meriti di Paolo è quello di aver saputo restituire vita e dignità a una sorta di - verrebbe da dire - autentica etnia, oggi praticamente inghiottita dall'oblio e sulla quale non si è mai scritto o parlato, o almeno non quanto meriterebbe: gli abitanti delle case sparse.

Case Brancobalardi, 2008
Case. Casolari. Isolati gli uni dagli altri, ma ciascuno con la sua propria denominazione. Case Brancobalardi, Le Casette, Case Pian Bertozzi, Piandolci. E altre ancora. Quelle che compaiono nel romanzo sono state meta, ormai diversi anni fa, di vagabondaggi da parte del sottoscritto, a volte in solitaria, a volte insieme con il mio amico e vicino di casa Gianni Pieri. I sentieri che vi conducevano sono oggi spesso difficili da identificare, e il rischio di perdersi è spesso alto (una volta mi capitò), ma Gianni conosce la zona meglio di Google Maps. Come si vede dalle foto che scattai, le case sono ormai niente più che ruderi. Anche se rimangono tracce forse indistinte ma sufficienti a far intuire quanta vita vi sia trascorsa.

Piandolci, 2002
Questa vita, Paolo Casadio l'ha riportata alla luce in tutta la sua straordinaria concretezza e, fatto importantissimo, senza mai scivolare nella retorica. Il rischio era alto, sia da un lato: "Ah, bei tempi andati, quando si viveva a diretto contatto con la natura e il grano lo battevano a mano [sì: gli altri!]"; sia da quello opposto: "Ah, i poveri contadini, vittime del padrone e del fattore, morivano sempre di fame, oh, che vita terribile...!". 
No. La vita di chi abitava le case sparse era davvero quella narrata da Paolo, nel bene e nel male. Dignitosa, lieta, terribile, allegra, angosciata, monotona, avvincente. E difficile, certo. Ma altrove era forse tanto più facile?

Le Casette, 2010
Della stazione di Fornello si parlava talora sul Messaggero del Mugello, settimanale che per 50 anni, dal 1883 al 1933 raccontò le cronache della regione. Oggi è consultabile on line ed è una miniera di informazioni. In occasione dell'inaugurazione della luce elettrica a Gattaia, estremo centro abitato prima dell'Appennino e il più vicino alle case sparse, si scrisse (sotto) del progetto per una strada rotabile che collegasse la frazione a Fornello. Era il 21 aprile (Natale di Roma!) 1929.   



Leggiamo sempre sul Messaggero del 6 ottobre seguente che la signorina Lenina Lanini Cucciatti si attivò perché il progetto vedesse la luce. Cosa che non avvenne mai. Non era neanche il primo tentativo, e non fu l'ultimo. Adriano Gasparrini ritrovò negli archivi del Comune di Vicchio una raccolta di firme, circa il 1935-36, rivolta direttamente al duce, affinché dicesse una parola in più per la creazione di questa benedetta strada. Giunse, non proprio immediatamente, né firmata da Mussolini, una risposta in retorico-burocratese da cui si poteva decifrare che mancavano i soldi. Mancavano sempre i soldi. Poi gli avvenimenti precipitarono, come tutti sanno e come Paolo Casadio ha saputo non solo narrare ma far percepire in modo palpabile a chi legge il suo romanzo.
Una parentesi per Lenina, figlia di un possidente del posto, donna vulcanica e generosa, che animò instancabilmente la vita di Gattaia promuovendo a getto continuo manifestazioni per il duce e per la patria. Non tardò a pagare la sua devozione al fascismo ben oltre le sue colpe, in fondo praticamente nulle. I tedeschi in ritirata fecero saltare per aria la sua villa, e lei si ritrovò a vivere nell'unica stanzetta sul retro rimasta agibile, isolata e abbandonata da tutti. Un giornalista americano la incontrò nel 1948, e la descrisse molto grassa, molto erudita, molto infelice. Si spense nel 1980.

Messaggero del Mugello,
6 ottobre 1929
La stazione di Fornello ha ritrovato negli ultimi anni una certa notorietà. Viene recensita su Trip Advisor, ha una voce su Wikipedia, un sito, e, come si legge su quest'ultimo, è stata inserita all’interno dei Censimento dei Luoghi del Cuore del FAI (Fondo Ambiente Italiano) ed è stato possibile votare online ottenendo grande visibilità. Il CAI, il Club Alpino Italiano, ha quasi completato la realizzazione di un sentiero che consente agli escursionisti di raggiungere la stazione senza mai venire in contatto diretto con la strada ferrata. Iniziative lodevoli ma, mi diceva proprio il mio amico Gianni, medaglia con un suo rovescio: "Il sentiero è ben tracciato e ben segnato, ma si sta popolando di cartacce e rifiuti la cui presenza, o meglio ancora la cui esistenza stessa era, fino a pochi anni fa, assolutamente inconcepibile nel cuore dell'Appennino."

Il bambino del treno, la cui lettura - l'avrete capito - raccomando caldamente, vanta anche un 'primato' per il quale sono grato a Paolo Casadio: è il primo testo che, nella bella e ricca - quanto opportuna - bibliografia finale, cita questo blog. Il riferimento è alla storia degli Ebrei ribelli, che pubblicai nell'aprile 2017.