giovedì 30 marzo 2017

GABBATO LO SANTO 5: Il bidone di Santa Reparata

In realtà, stavolta gabbato non fu lo santo, o meglio la santa. Gabbati furono li fiorentini, i quali nel 1352 ricevettero un pacco in piena regola, da far invidia ai venditori di finti tablet dietro il parcheggio dell'autogrill. Ma andiamo per ordine.

La figura di Santa Reparata, qui in una scultura di Andrea Pisano custodita nel Museo dell'Opera del Duomo, non è affatto caduta nell'oblio. Ancora oggi gode di una certa popolarità ed è patrona tra l'altro di Nizza e, in Italia, di Atri (Teramo), Casoli (Chieti), Teano (Caserta), e compatrona di Firenze. Ad Atri si festeggia ancora il Trionfo di S. Reparata il sabato e la domenica successivi alla Pasqua. A Terra del Sole (Castrocaro Terme) si svolge ogni anno, la prima domenica di settembre, un Palio dedicato alla santa, tra le due contrade di Borgo Romano e di Borgo Fiorentino.

Come tutti sanno, a Santa Reparata era intitolata  la Cattedrale fiorentina, prima che venisse sostituita da S. Maria del Fiore. Giovanni Villani ne racconta le premesse:

Essendo la nostra provincia di Toscana stata in questa afflizzione, e la città di Firenze per la venuta e assedio de' Gotti in grande tribolazione, sì era in Firenze per vescovo uno santo padre ch'ebbe nome Zenobio. Questi fu cittadino di Firenze, e fue santissimo uomo, e molti miracoli fece Idio per lui, e risuscitò morti, e si crede che per gli suoi meriti la città nostra fosse libera da' Gotti, e dopo la sua vita santa molti miracoli fece. E simile santificò colui santo Crescenzio e santo Eugenio suo diacano e soddiacano, i quali sono soppelliti i loro corpi santi nella chiesa di Santa Reparata, la quale prima fu nomata Santo Salvadore; ma per la vittoria [nel 405] che Onorio imperadore co' Romani e co' Fiorentini ebbono contra Rodagaso re de' Gotti il dì di Santa Reparata , fu a sua reverenza rimosso il nome e la grande chiesa di Santo Salvadore in Santa Reparata, e rifatto Santo Salvadore in vescovado, com'è a ' nostri dì. 

La chiesa risale in effetti probabilmente a quegli anni, ma quella dell'intitolazione è senza dubbio una leggenda. A parte il fatto che la battaglia ebbe luogo il 23 agosto e il giorno di S. Reparata è l'8 ottobre, nel V secolo Santa Reparata di Cesarea in Palestina, Vergine e Martire, era completamente sconosciuta. Non era stata menzionata neanche dal suo concittadino Eusebio di Cesarea, il che ha fatto sostenere a molti che non sia mai esistita.
Antonio Borrelli afferma: "Non si trova traccia del culto di s. Reparata prima della metà del secolo IX quando, nel ‘Martirologio di Beda’, compare per la prima volta il suo nome all’8 ottobre. Questo manoscritto era proveniente dall’abbazia di Lorsch, nella regione di Würzburg (si tratta dell’attuale ‘Palatino Latino 833’ della Biblioteca Vaticana)". La foto sottostante mostra la pagina appartenente al suddetto manoscritto in cui dunque, per la prima volta, leggiamo il nome della nostra Santa (rendiamo grazie al web).


La diffusione del culto di S. Reparata avvenne in seguito, ma rapidamente e un po' in tutta Europa, ma soprattutto nei paesi del Mediterraneo, con ogni probabilità per il tramite del commercio con l'oriente.
Il ‘Martirologio Romano’, nella sua essenzialità, scrive all’8 ottobre “A Cesarea di Palestina, il martirio di S. Reparata vergine e martire; poiché rifiutava di sacrificare agli idoli, sotto l’imperatore Decio [dunque intorno al 250], fu sottoposta a diverse specie di torture e fu infine messa a morte con un colpo di clava. Si vide la sua anima uscire dal corpo e salire al cielo sotto forma di colomba”. Gli agiografi medievali, dotati meno di immaginazione che di gusto dell'orrido, vollero specificare le torture. Secondo i passionali dell'epoca (un esempio è quello riportato da Marténe e Durand nel loro Veterum Scriptorum e Monumentorum del 1729), una orgogliosa e serena Reparata tredicenne fu sottoposta nell'ordine a: colata di piombo fuso; tenaglie arroventate; lancio nella fornace. Tutto inutile, il Signore la proteggeva e lei non fece una piega. Decio intimò il pubblico ludibrio coi capelli rasati. Poiché neanche questo le fece rinnegare il Signore, fu decapitata, dopodiché la sua anima, come abbiamo visto, uscì dalla sua bocca volando via in forma di colomba bianca.
Sul destino della salma della giovane martire, come sulle sue apparizioni, le leggende, tutte sviluppatesi nel Medioevo, sono ancora più numerose e fantasiose. Si parla di trasporti ad opera degli angeli, via terra o via mare. Una barca abbandonata approdò a Nizza, e fu così che la santa, sepolta nella Cattedrale poi a lei intitolata, ne divenne patrona.

La Cattedrale di S. Reparata a Nizza.
Myrabella / Wikimedia Commons
A Buddusò (Sassari) la Santa apparve a un pastorello e gli chiese di costruire ivi una chiesa. Un'altra barca giunse a Scauri (Latina). Dopo una sepoltura in loco si tentò una traslazione in Benevento, ma i buoi che trainavano la salma si fermarono risolutamente a Teano. Qui sorse un monastero - poi soppresso nel XVI secolo -, e qui (sì: anche qui) S. Reparata ebbe sepoltura.

Teano fu la sede del bidone. L'episodio è narrato da Matteo Villani. 
Si era nel 1352. Ambasciatori di Firenze presenziavano all'incoronazione di Re Luigi con la Regina Giovanna. Colsero l'occasione per chiedere una reliquia della salma di S. Reparata, anche essendo Teano sotto il Conte Francesco di Monte Scheggioso, figlio del Conte Novello grande amico di Firenze. L'abbadessa di Teano acconsentì a donare un braccio della santa, però chiese alcuni giorni di tempo in modo da evitare troppa pubblicità all'evento, che sarebbe certamente dispiaciuto ai fedeli. Infine il braccio fu consegnato e portato a Firenze, dove fu ricevuto dal Vescovo con una processione solenne, alla quale intervennero "tutti i prelati, chierici e religiosi della città di Firenze con grandissimo popolo d'uomini e di femmine, con molti torchi accesi comandati per l'arti e forniti per lo Comune". Era il 22 giugno 1352. Da allora fu un continuo flusso di fedeli accorsi da ogni dove a venerare la reliquia.
Nell'ottobre del 1356 qualcuno ebbe la malaugurata idea di trasferire il preziosissimo e venerato braccio in un reliquiario più pregiato e degno. Lo si estrasse così dal reliquiario originale e venne a galla la fregatura - e la spiegazione dei giorni d'attesa chiesti dalla scaltra badessa - comminata ai fiorentini. Il sedicente braccio di S. Reparata era di legno, con un rivestimento di gesso.






lunedì 27 marzo 2017

L'ultimo feudo






Si raggiunge Turicchi, venendo da Dicomano (FI), prendendo un bivio a sinistra dopo avere superato Contea e salendo un'erta non indifferente fino ad affacciarsi da quota 360 su un ampio e splendido panorama della Val di Sieve di fronte Poggio alla Croce. Turicchi è oggi una piccola frazione fatta di case sparse con poche decine di abitanti, che però si anima dal 4 al 6 luglio in occasione dei festeggiamenti per San Pietro, cui è intitolata la chiesa, e di quelli per San Romolo. Dal 2008 è stata ripresa l'antica tradizione di recarsi alla Cattedrale di Fiesole per consegnare un cero di sei libbre al Vescovo.
Il Sindaco di Rufina, Mauro Pinzani, esemplarmente ferrato in materia,tempo addietro mi fornì volentieri molte altre notizie. Eccone un sunto.
Turicchi ha avuto una storia un po' a sé nella zona del Mugello e della Val di Sieve. Il nome è dovuto quasi certamente alla presenza, un tempo, di una torre di guardia (turricula). Il territorio fu concesso dal potere imperiale, come possedimento feudale, al Vescovo di Fiesole - che acquisiva così il titolo di conte - verso il VII, VIII secolo. La data precisa non è chiara. Non ne sono venuti a capo storici come Repetti o, più di recente, Laura Cofacci. La quale, nel 1989, pubblicò Turicchi e i suoi statuti, edito da Pagnini.
La chiesa di S. Pietro 
 
Il nome di Turicchi viene fatto ufficialmente per la prima volta nel 1103, su una bolla del Papa Pasquale II che confermava appunto le corti di Turicchi e Castiglione, insieme col Castello di Agna, al Vescovo di Fiesole. Turicchi rimase a lungo feudo vescovile fiesolano. Come poté attraversare indenne tutte le vicissitudini che videro fronteggiarsi Firenze e Fiesole - con distruzione di quest'ultima -? Poté perché la presenza di un potere temporale fiesolano serviva alla Repubblica fiorentina per temperare l'autorità del Vescovo di Firenze. Fra il XIV e il XV secolo la situazione si stabilizzò, e Firenze non andò oltre dispute di tipo giuridico amministrativo, non vedendo la necessità di azioni di sottomissione. Così Turicchi poté almeno in buona parte gestirsi autonomamente, e darsi statuti altrettanto autonomi come quelli, datati 1455, ammirevolmente trascritti da Laura Cofacci e di cui si è detto. Solo nel 1775, dopo vari tentativi, approfittando della morte di un Vescovo, il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena dichiarò la fine della contea e l'annessione del territorio di Turicchi al Granducato. Questo territorio, che si estendeva fino al torrente Moscia, era dunque rimasto con ogni probabilità l'ultimo feudo della regione. Terminarono così una serie di privilegi di cui Turicchi godeva grazie alla sua autonomia: esenzioni da tasse e gabelle, innanzitutto, e il fatto di essere in pratica zona franca. Il che attirò nel territorio parecchi sbandati e anche contrabbandieri e briganti in fuga da Firenze, e certamente non procurò una gran fama alla zona. Racconta Mauro Pinzani: "Questa nomea è rimasta a lungo. Ancora alla fine dell'Ottocento, quando un treno giungeva alla stazione di Contea, c'era l'uso di dire 'Stazione di Contea, valige davanti!' nel senso che se le tenevi dietro te le rubavano! Alla Rufina, quando era un borgo più piccolo, avevano fatto richiesta per un mercato settimanale, ma veniva rifiutato per la vicinanza con Turicchi, terra di contrabbandieri. Lo concessero verso il 1769, ma con la clausola che fosse sorvegliato da due sbirri."


venerdì 10 marzo 2017

GABBATO LO SANTO 4. Teuzzone e Teuzzone


Il Beato Teuzzone Eremita e Monaco della Badia Fiorentina da un lato, e il Beato Teuzzone Monaco Abate della Badia di Razzuolo dall'altro, non solo ebbero in comune il nome di battesimo, l'epoca in cui vissero e la condizione monacale, ma giocarono entrambi un ruolo non secondario nella vicenda di S. Giovanni Gualberto (ca. 990 - 1073). Oggi, poi, sono accomunati anche dall'oblio.

La lontananza storica ha reso scarse e frammentarie le notizie su queste due figure. Il primo a parlare del Teuzzone della Badia è proprio il Teuzzone di Razzuolo, che scrisse nell'XI secolo una Vita di S. Giovanni Gualberto (foto d'apertura), poi ripresa anche da S. Pier Damiani.
I due Teuzzoni verranno in seguito rammentati tutt'al più en passant nelle biografie e agiografie del fondatore dell'Ordine di Vallombrosa. Silvano Razzi li ignora del tutto. Padre Eudosio Loccatelli, nella sua ponderosa Vita del Glorioso Padre Sangiovangualberto (1588) dedica un paragrafo striminzito al Teuzzone di Razzuolo. Solo Giuseppe Maria Brocchi traccia due profili distinti ed estesi nel secondo volume delle sue Vite de' Santi e Beati Fiorentini. Partiamo dal fiorentino.

L'anno e il luogo di nascita del Teuzzone della Badia non sono noti, come non è noto l'anno in cui egli prese gli ordini monastici. Secondo il monaco Placido Puccinelli (1609-1685), che però non cita fonti di sorta, nacque nel 960, era fiorentino, figlio unico, devoto di S. Miniato, e prese i voti sotto S. Podo Vescovo, dunque dopo il 989. Nell'epigrafe sepolcrale, riportata da Padre Fedele Soldani da Poppi, si legge che visse in clausura per cinquant'anni.
Giuseppe Maria Brocchi riporta un documento originale, una cartapecora datata 2 novembre 1031 da cui risulta che Pietro, secondo Abate della Badia fiorentina, fonda uno spedale intitolato a S. Niccolò, con possessioni nella zona della Volta dei Peruzzi. Seguono le firme dei frati che danno il consenso, tra cui quella di Ego Teuzo indignus monachus et sacerdos consensi & subscripsi.
Il nome di Teuzzone compare per l'ultima volta in un contratto di compravendita di terreno datato 1071. Alcuni eruditi, tra cui Lodovico Antonio Giamboni (1700), fissano l'anno di morte al 1075. A 115 anni? Un'età straordinaria ancora oggi, figurasi allora. A meno che non ci fosse stato un ulteriore Teuzzone più giovane che con lui fu confuso. Non sarebbe un caso unico.

Narra la leggenda che Giovanni Gualberto, anziché ucciderlo, perdonò l'assassino di suo fratello, dopodiché - e questa non è più leggenda - volle abbandonare la vita di nobile signorotto per entrare nel convento di San Miniato. Data la sua probità, dopo non molto gli fu proposta la carica di Abate. Come faceva praticamente tutta la Firenze religiosa quando non sapeva che pesci pigliare, Giovanni si recò alla Badia fiorentina a chiedere un parere al sapiente monaco Teuzzone, generoso dispensatore di consigli e ammonimenti seppure chiuso nella sua celletta allato alla Badia a guisa di Romito.

Portico della Badia Fiorentina. Sulla sinistra la porta della cinquecentesca cappella Pandolfini.
Qui, secondo Puccinelli, era situata in origine la celletta di Teuzzone. 
Questi lo dissuaderà, perché troppo giovane. Giovanni, ascoltatolo, ringrazierà i monaci per la fiducia ma declinerà la nomina. Con argomenti altrettanto solidi, sempre secondo il Giamboni, Teuzzone convincerà Lamberto a rinunciare al Vescovado nel 1032.
Scrive poi il Brocchi:

Ma avendo poscia egli [S. Giovanni Gualberto] conosciuto, che un tale Ubeto Monaco, e Cellerajo di quel luogo, per via di danaro aveva comprata dal Vescovo Fiorentino Attone primo, la dignità Abbaziale nell'anno MVII (...) ritornatosene dal suo caro Teuzzone, lo richiese nuovamente di consiglio circa quello, ch'ei dovesse fare in tal frangente; a cui il Santo Romito rispose, che vedendo di non poter rimediare a tanto disordine (poiché dalla privata correzione non si sperava frutto) che egli pubblicasse in mezzo di Mercato tanto il Vescovo Fiorentino, che l'Abate di S. Miniato per Simoniaci; e si partisse dal Monastero, e dalla Città, cercando altro luogo, ove si vivesse secondo le regole de' Sacri Canoni, e della Monastica disciplina; al che prontamente obbedendo (a rischio ancora della propria vita) il Santo Giovane [sic.] Gualberto, ne seguì poscia la nota dissensione tra 'l Clero e il Monachismo.  

In definitiva, dopo i consigli di Teuzzone, da un lato la simonia sarà messa in piazza, dall'altro San Giovanni Gualberto inizierà un percorso per il quale ancora oggi, lui sì, è ricordato. Approderà a Camaldoli, poi fonderà l'Abbazia di Vallombrosa, la prima di una lunga serie. Scrive Loccatelli:

Edificò da fondamenti l'honorato Monasterio di San Salvi Fuori di Firenze un miglio dalla parte di Oriente in su la strada, che dalla Città conduce a Vallombrosa (...) dove propose per Abate un ottimo Padre chiamato Don Berizone (...). Ne monti scalari ne edificò un altro in honore di San Casciano martire diocesi di Fiesole, & vi ordinò Abate un Don Eppone persona di buona mente e di santi costumi. Appresso egli ne fabricò ancora due alti nel Apennino, uno nella montagna di Mescheto sotto titolo di San Pietro, e l'altro nella montagna di Razuolo in honore di San Paolo ambidue diocesi di Firenze, in questo pose per Abate Don Bheuzone [sic.]; & in quello Don Ridolfo.

La Badia di Razzuolo oggi
Entra così in scena il Teuzzone di Razzuolo. Anche di lui non si sa molto. L'Abate Fulgenzio Nardi gli attribuisce la casata dei Lamberti. Per tutti gli altri è solo Teuzzone. Gli storici che lo citano sono unanimi nel definirlo Uomo Santo, nonché il prediletto fra i discepoli di S. Giovanni Gualberto. Il quale, fondata nel 1035 la Badia di Razzuolo, ve lo pose appunto come primo Abate. Loccatelli lo loda come eccellente curatore di infermità fisiche, oltre che come uomo di grande erudizione e, abbiamo visto, primo biografo del suo Maestro. In pratica, un precursore dell'umanesimo. Il che non gli impediva di condurre una vita religiosa esemplare, che si concluse il 6 agosto 1095, come riportato nel martirologio benedettino citato dal Brocchi: Id. Augusti B. Teuzzi Abbatis Ordinis Vallisumbrosae, discipuli S. Joannis Gualberti, doctrina, & sanctitate praeclari.

Sia Loccatelli sia Brocchi sostengono che il Beato Teuzzone fu sepolto nella Badia ma, come riportato anche nel post precedente, la salma dell'Abate non è mai stata ritrovata.

Le ossa del Beato Teuzzone di Badia, riposte nel 1645 in una cassa di cristallo dorata, erano ancora presenti nella Badia stessa nel 1858, come afferma Padre Giovanni Battista Uccelli nel suo Ragionamento storico della Badia fiorentina, e venivano esposte per la festa di Ognissanti. Secondo Lorenzo Cantini (1823), Teuzzone veniva festeggiato il 10 gennaio, secondo Luigi Santoni (1853) il 9 dello stesso mese.







venerdì 3 marzo 2017

La Strada delle Stelle


Uscendo da Borgo S. Lorenzo (FI) e imboccando la strada per gli Appennini, la Faentina per intenderci, si superano Panicaglia e Ronta. Dopo Ronta, si passa davanti al Santuario di Madonna dei Tre Fiumi. Da qui, sempre più erta e tortuosa, la strada prosegue fino a Razzuolo. Quando era poco più che una mulattiera, quest'ultimo tratto aveva anche il suggestivo nome di Strada delle Stelle.
Le stelle in questione erano i monaci che abitavano nella Badia di Razzuolo. Fondata da San Giovanni Gualberto nel 1035, ebbe un periodo di assoluto splendore grazie all'operato dei monaci che vi dimorarono e fecero sentire la loro influenza religiosa e culturale sull'intera zona. Nel 1356 divenne possesso del Comune di Firenze, e nel 1566 fu restituita alla Congregazione vallombrosana. Fu soppressa nel 1784, e la chiesa ridotta a semplice oratorio.
La vecchia strada entrava direttamente nel piazzale della badia. Con gli interventi del Granduca nel secolo scorso, la Strada delle Stelle subì parecchie deviazioni, per realizzare una delle quali furono sacrificate l'abside e il transetto, e per la Badia di Razzuolo fu una specie di colpo di grazia. Il colpo di grazia vero e proprio lo fornì cortesemente la Seconda Guerra Mondiale.
"I tedeschi" mi raccontò Maurizio Pieri, che con Don Romano Piattoli, parroco di S. Stefano a Grezzano, cura la manutenzione della Badia, "avevano sfruttato la grande casa accanto alla chiesa come deposito per le munizioni. Al giungere degli Alleati, non avendo il tempo per portarle via, fecero esplodere tutto danneggiando anche la badia. I lavori di ristrutturazione realizzati negli anni '50 sono stati tuttavia piuttosto maldestri.".

Oltre 30 anni fa Maurizio e Don Romano iniziarono a scoprire le mura originali, in precedenza intonacate. La ricerca delle fondamenta non ebbe esito e, purtroppo, neanche quella della cripta. Spiega Maurizio: "Via via che San Giovanni Gualberto fondava monasteri, vi poneva a capo i frati che meglio conosceva: qui mise Teuzzone, che in seguito sarebbe stato beatificato al pari di altri. Nel '600 i monaci vallombrosani fecero una ricognizione delle tombe dei monaci divenuti beati. Su otto 'stelle' furono ritrovate le ossa di sette, le quali ora riposano a Vallombrosa. Solo le reliquie del Beato Teuzzone non furono mai rintracciate. La logica suggerisce - ma non si potrà mai sapere con certezza - che fosse stato sepolto nella cripta.".

Il loro lavoro, tuttavia, ha permesso di riportare alla luce una discreta quota parte della struttura più antica o almeno delle sue vestigia (uno dei transetti, la sacrestia).


I rimaneggiamenti della Badia, del resto, sono stati nel corso del tempo numerosi, a partire dalla inversione dell'orientamento: si vede, sull'odierna abside, l'impronta dell'antica porta.

Cosa resta dell'antico Monastero è difficile dire. Senz'altro la pianta e le mura. Il pavimento però è stato rialzato, la chiesa innalzata e il tetto rifatto più volte. L'interno della chiesa, scarno, pulito e ben illuminato, ritrasmette, con le sue pareti in pietra serena, un fascino sobrio e arcaico.


venerdì 24 febbraio 2017

Il mistero del monastero: S. Caterina al Vetriciaio



Il monastero di Santa Caterina al Vetriciaio ebbe una vita molto breve, a cavallo tra Duecento e Trecento. Non ci sono immagini di sorta che possano suggerircene l’aspetto né l’ubicazione esatta.
Particolare di una cartina di Firenze del 1875
La località Il Vetriciaio si trovava a Firenze fuori della Porta al Prato, quasi a metà strada tra questa e il Ponte alle Mosse. Il curioso nome vetriciaio si deve ai vetrici, piante non dissimili dai salici che crescono in luoghi umidi. In effetti la zona per molti secoli quanto a umidità non scherzò. Meno di un secolo fa vi persistevano alcuni laghetti, piccoli stagni. Oggi comprende vie tra le più trafficate di Firenze.

Via del Vetriciaio


Via del Vetriciaio, salvo errore toponimo unico in Italia, è una viuzza tra Via del Ponte alle Mosse e Via Toselli, di solito neanche menzionata sulle piantine data la sua esiguità.
Lo studioso Padre Enrico Lombardi narra che negli ultimi anni del secolo XIII alcune “Donne ditte di S. Caterina si trovano al Vetriciaio, fuori Porta al Prato nella zona di S. Iacopino, e che le medesime, all’inizio del secolo successivo, fondano un nuovo monastero in Cafaggio presso le mura, e vi si trasferiscono.” Ricerche d’archivio hanno portato a concludere che il monastero dovette comparire dopo il 1291, mentre nel 1312 le monache che l'avevano occupato dovevano trovarsi già in un nuovo edificio detto di S. Caterina al Mugnone.   
Il monastero del Vetriciaio, intitolato a S. Caterina d'Alessandria, visse il suo attimo di gloria nel 1304. Il Cardinale Niccolò da Prato, vescovo di Ostia e Velletri, giunge a Firenze per mettere pace a una delle non rarissime contese tra guelfi e ghibellini. Ci riesce, come narrato anche da Dino Compagni: “A dì 26 d’aprile 1304, raunato il popolo sulla piazza S. Maria Novella, nella presenzia dei Signori, (…) con rami d’ulivo pacificarono i Gherardini con gli Amidei. E tanto parea che la pace piacesse a ognuno, che, vegnendo quel dì una gran piova, niuno si partì, e non parea la sentissino.”.
Lo stesso giorno il Cardinale scrive, alla badessa e alle monache di S. Caterina al Vetriciaio, una missiva in cui concede 100 giorni di indulgenza a chi, pentito e confessato, frequenti la chiesa del monastero nella festa della Beata Vergine, per la festa di S. Caterina, o di S. Nicola, o per la Domenica delle Palme.

Ma il luogo ove sorgeva il monastero, lungi dalle mura e in pratica in aperta campagna, non doveva essere all’epoca troppo sicuro per la vita delle monache. Già nel 1306 l’Arcivescovo Lottieri della Tosa concedeva 40 giorni di indulgenza a chi aiutasse finanziariamente la costruzione di un nuovo convento da intitolarsi a S. Caterina. Questo sorse nell’odierna via – appunto – S. Caterina, ove oggi si trova il palazzo dell'Agenzia delle Entrate, all'epoca in prossimità del corso del Mugnone. Anche dopo il trasferimento, non è chiaro in quale anno, le monache mantennero tuttavia le proprietà del Vetriciaio.
Non ci sono notizie sul destino dell’edificio negli anni seguenti. Probabilmente venne abbandonato. Se non fu demolito prima, di sicuro subì la stessa sorte degli altri fabbricati intorno Firenze che, nel 1528, furono rasi al suolo per fare terra bruciata in vista dell’arrivo delle truppe imperiali.

Dove si trovava esattamente il monastero? La domanda non ha mai avuto una risposta certa. Io però azzardo una ipotesi, che so ampiamente confutabile. La zona fuori dalla Porta a Prato ebbe una centuriazione estremamente precisa. Il primo decumanus minor settentrionalis, composto dalle odierne via degli Alfani, Guelfa, Ghiacciaie, Cassia, Maragliano, Novoli, è intersecato con regolarità da una serie di cardines minores, all’altezza di ognuno dei quali, meno uno, ancor oggi sorge un edificio religioso: la chiesa di S. Jacopino (quando si trovava nella piazza omonima), quelle di S. Donato a Torri, di S. Maria a Novoli, di S. Cristofano a Novoli. Il monastero di S. Caterina al Vetriciaio potrebbe avere occupato la posizione tra S. Jacopino e S. Donato, press'a poco all’altezza di via Giambattista Lulli, costituendo così il tassello mancante alla serie di edifici sacri che punteggiavano una via di intenso pellegrinaggio verso Pistoia, dove i fedeli si recavano per adorare una reliquia di S. Giacomo. Via del Vetriciaio, è vero, si trova più vicino a Via del Ponte alle Mosse, ma  la località omonima era abbastanza ampia, e si spingeva nelle vicinanze della attuale via Maragliano. La zona dove avrebbe potuto sorgere il Monastero di S. Caterina al Vetriciaio è oggi occupata dalla Casa dello Studente.

sabato 11 febbraio 2017

Elisa Marianini e il Nuovo Umanesimo di Tito Chini


Tito Chini (Firenze 1898 Desio 1947), figlio di Chino e fratello di Augusto, studiò presso la Scuola d'Arte in Piazza Santa Croce a Firenze e si diplomò nel 1916. Collaborò giovanissimo con le Fornaci San Lorenzo divenendo nel 1925 direttore artistico dopo l'abbandono di questo ruolo da parte di Galileo. Fu protetto dal conte Guglielmo Pecori Giraldi, maresciallo d'Italia e suo superiore in guerra. Ottenne varie committenze per la decorazione di ville gentilizie in Mugello ed anche di memorie legate al ricordo dei caduti della Grande Guerra, in particolare eseguì affreschi a Palazzuolo sul Senio, nell'Oratorio del Pasubio, nel Duomo di Schio, nel Tempio Ossario di Bassano del Grappa e nel Caffè Margherita di Viareggio, eseguì le vetrate dell'Hotel Roma a Firenze, collaborò alla progettazione del complesso termale di Castrocaro realizzando tutto l'apparato decorativo interno ed esterno. Numerosa e artisticamente importante risulta la sua produzione in Mugello spesso offuscata dalla celebrità di Galileo Chini. A Borgo San Lorenzo nel 1931 progettò e decorò il Palazzo Comunale (la foto d'apertura lo ritrae davanti al Sacello Ossario sul Pasubio).

Questa nota biografica, straordinaria nella sua essenzialità, è opera della mia amica Elisa Marianini, pittrice, restauratrice, divulgatrice ecc. ecc. (non ne conosco tanti che, a nominare le loro attività, possono permettersi un ecc. ecc.!).
Elisa con la figura di Tito Chini ha da sempre un rapporto privilegiato. L'atto più recente di questo rapporto è la pubblicazione di uno splendido volume pubblicato dai tipi di Francesco Noferini, intitolato Percorsi di luce - una lettura esoterica del palazzo comunale di Borgo San Lorenzo e di altre opere di Tito Chini, frutto di un lavoro durato oltre dieci anni.

Elisa Marianini presenta il suo libro nella Sala consiglio del palazzo comunale di Borgo S. Lorenzo
Durante la presentazione, tenutasi lo scorso 18 dicembre nello stesso palazzo comunale, Elisa parlò di un nuovo umanesimo come elemento decisivo nella vicenda di questo artista che si sposò nella cappella dei pittori in SS. Annunziata a Firenze, si batté perché l’arte entrasse nella quotidianità e, in una lettera redatta due anni prima della morte, scrisse di vedere il futuro come un serramento infinito.
"Nuovo umanesimo" mi spiega adesso Elisa "nel senso che Tito voleva porre in primo piano i valori dell'uomo come costruttore di se stesso, un'idea vicina a quella di un Pico della Mirandola. Questi assegnava all'uomo un privilegio: quello di poter forgiare se stesso in modo da poter cambiare la sua posizione, salendo o scendendo di grado in dignità e valore. Una possibilità agli animali - e agli angeli - del tutto preclusa."
Tito si riconobbe nei principi della Massoneria (che, tanto per chiarire, sta alla P2 come l'Islam sta all'Isis) a partire dal primo dei comandamenti: conosci te stesso. E dal compito fondamentale assegnato a ognuno, quello di contribuire, ognuno coi propri mezzi e le proprie possibilità, alla costruzione di una sorta di grande tempio morale.

Foto di Francesco Noferini
"Tutto ciò emerge in quella che è forse la sua opera più significativa. Nel palazzo comunale di Borgo domina la stella, cioè la luce, e il simbolo più evidente a chiunque, anche profano, vi entri, è il passaggio dal buio alla luce che si compie nel salire le scale."

Foto di Francesco Noferini
Non importa soffermarsi sul resto della complessa simbologia rappresentata nel palazzo stesso, e che è minuziosamente quanto chiaramente spiegata nel libro. Ciò che importa è comprendere che, quanto più Tito Chini aveva creduto nei valori umani e umanistici, tanto più ricavò delusioni profonde e terribili frustrazioni dal susseguirsi dei fatti storici. "Tito aveva aderito a un fascismo che inizialmente gli pareva non essere privo di affinità con l'ideologia massonica. Poi però ne divenne la negazione - annullamento, altro che valorizzazione dell'uomo! -, e infatti mise la Massoneria fuori legge. Scontò in prima persona le tragiche vicende della Seconda Guerra Mondiale: il bombardamento e distruzione delle Fornaci, la disoccupazione, la disperazione." Era ridotto a uno scheletro quando scrisse del già citato serramento infinito. Era il 1945. Sarebbe vissuto (malissimo) ancora due anni.
Dopo la morte ha rischiato e, ammettiamolo, tuttora rischia un oblio causato anche dal giganteggiare straripante della figura del più celebre ed estroverso Galileo. "Solo un'analisi superficiale" precisa Elisa "può accostare i due stili artistici. I loro caratteri erano, si può dire, opposti. Uno estroverso e un po' esibizionista, l'altro del tutto schivo. Galileo Chni fu uno dei maggiori esponenti italiani del liberty. Il suo pane erano le curve, gli arabeschi, i coup de fouet, i colpi di frusta. Si deve riconoscere che non di rado percorreva volentieri strade artistiche già collaudate e sicure. Tito apparteneva all'Art nouveau, e infatti aveva come cifra stilistica, al contrario, la simmetria, le linee rette, le linee spezzate. Mai del tutto soddisfatto del proprio lavoro, si rimetteva costantemente in discussione. Di ritorno da una visita a una villa affrescata dal Tiepolo, scrisse una volta alla moglie quanto si sentiva, a confronto, una nullità."

domenica 29 gennaio 2017

GABBATO LO SANTO 3. Una Villana beata


La domenica quarta di gennaio a S. Maria Novella si fa festa della B. Villana Botti fiorentina del Terz'ordine di s. Dom. vi sta esposto il corpo, e la mattina vi vanno a visitarla le Compagnie del Tempio, e del Pellegrino. 
Così riferisce Padre Maurizio Francesconi nella sua Italia sacra stampata a Firenze ne 1739.
Questa beata dal nome infelice non è stata del tutto dimenticata. Il culto ebbe inizio a furor di popolo dopo la sua dipartita, appena ventinovenne, nel 1361. Ma Papa Leone XII, il 27 marzo 1824, lo confermò. Il suo nome è nel Martirologio romano:

A Firenze, beata Villana de Botti, madre di famiglia, che, abbandonata la vita mondana, prese l’abito delle Suore della Penitenza di San Domenico e rifulse nella meditazione sulla passione di Cristo e nell’austera condotta di vita, mendicando anche per le strade l’elemosina per i poveri.

La sua festa è dunque proprio oggi: il 29 gennaio. 
La storia di Villana è narrata per la prima volta, secondo Giuseppe Maria Brocchi, da un tale Padre Fra Girolamo di Giovanni Fiorentino, Procuratore generale dell'Ordine de' Predicatori, verso il 1400. Nel 1674 Don Paolo Botti, cremonese suo discendente - almeno così sostiene -, stampò a Padova una Vita et attioni maravigliose della Beata Villana Botti, per sua stessa ammissione ripreso in buona parte da Padre Silvano Razzi


È una storia, scriverebbero oggi, di discesa agli Inferi, ma con risalita. Nata a Firenze da un mercante proveniente da Cremona, Villana già da piccola mostrava profonda fede e devozione per Cristo. Paolo Botti si domanda perché diavolo le abbiano appioppato quel nome. Forse per l'attesa di un maschio di nuovo frustrata? Ad ogni modo il suo aspetto era tutt'altro che da villana, per quanto lei, anticipando di poco Santa Caterina, lo sottoponeva a digiuni e a mortificazioni. I genitori, a dire il vero, non gradivano affatto. Sicché Villana, per tenerli buoni, portava sotto gli abiti di seta, e sopra la nuda carne, setole di cavallo, e un duro cilicio. Una notte fuggì di casa per raggiungere un monastero, ma le tenebre le impedirono di trovarlo. Fece ritorno a casa, e i genitori perdonarono. Evidentemente, commenta Don Paolo, Dio non la voleva monaca, ma maritata. E infatti il padre la fece sposare a tale Rosso di Piero Benintendi. Il quale la portò, lentamente ma ostinatamente, lontano da preghiere, digiuni e penitenze e, al contrario, la introdusse alla vita mondana. Vita che, secondo le cronache, degenerò in dissolutezza. Fino all'episodio centrale della sua vita.

Villana, una sera, si era preparata vestita acconciata truccata per partecipare a una delle tante feste di cui era tra le protagoniste. Al momento in cui si guardò nello specchio, vide la sagoma di un demonio. Distolse lo sguardo e cercò altri specchi. Inutile. Anche quelli le rimandavano un'immagine orribile.
Villana capì. Si levò i vestiti, ne indossò altri ben più austeri. Corse al Convento di S. Maria Novella, si confessò, e divenne terziaria domenicana. Da allora portò una grossa catena sulla nuda carne, che, scrive Brocchi, portandola tutto il tempo di sua vita, fu veduta poi dopo la morte incarnata in maniera, che non potette senza strapparle la carne esser levata. 

Non abbandonò affatto la famiglia né i relativi doveri, ma si dedicò instancabilmente a opere di carità, alla lettura e alla meditazione soprattutto sulle Lettere di S. Paolo Apostolo, alle questue porta a porta.
Riprese digiuni, penitenze, mortificazioni. Dormiva sulla nuda terra e aveva per guanciale un sasso. Tutto ciò non poteva non avere conseguenze sul suo fisico. Il 29 gennaio 1361, al termine di una lunga agonia, dopo essersi fatta mettere l'abito domenicano, volle ascoltare le parole della Passione di Cristo. Udito Et inclinato capite emisit spiritum, spirò. La stanza si riempì di profumi. La sua salma rimase esposta per trentasette giorni, senza subire, secondo le cronache, il minimo cenno di decomposizione.
Se il cordoglio in città fu unanime, non lo furono affatto i pareri sulla sua condotta. I pettegolezzi su Villana quando era animatrice di feste & festini non si erano spenti del tutto e, forse come oggi, erano certo più intriganti rispetto a quelli sulla sua condotta dopo la (ri)conversione. Ancora nel 1365 Franco Sacchetti, in una lettera all'amico Iacomo Conte da Perugia, parlando del proliferare dei Santi e Beati locali, scrive: "E' predicatori hanno Beata Giovanna con l'orcio dell'olio dipinta (...); hanno Beata Villana, che fu mia vicina, e fu giovane fiorentina, pur andava vestita come le altre, e fannone già festa; e San Domenico si sta da parte"
La devozione però ebbe la meglio, anche grazie ai numerosi miracoli operati da Villana dopo la sua dipartita. Naturalmente la sua tomba, in S. Maria Novella, si coprì abbastanza rapidamente di ex voto. In seguito la salma fu traslata dalla navata destra a quella sinistra dove si trova tuttora. Uno dei suoi nipoti, Sebastiano di Iacopo di Rosso Benintendi, commissionò un monumento funebre, quello nella foto d'apertura, a una all stars di scultori: Bernardo Rossellino scolpì il volto della Beata, Antonio Rossellino l'angelo di sinistra, Desiderio da Settignano quello di destra.
Secondo Fra' Girolamo, poco dopo la morte, Villana comparve ad alcune monache che vivevano in uno dei romitori allora esistenti sul Ponte di Rubaconte, oggi Ponte alle Grazie. Queste, estasiate, le chiesero se era davvero la Beata Villana. E lei rispose: "Io adesso, che sono in cielo, non mi chiamo più Villana, ma Margherita".