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venerdì 28 settembre 2018

Una strada che sale, anelante, al cielo


Al paese di Monte Ripaldi accompagna una strada che ha per nome Via Suor Maria Celeste. È una strada che sale, anelante al cielo, una scia di profumo che vuol portarsi a Dio.

Così inizia Monte Ripaldi, secondo racconto della raccolta Via Toscanella, scritta da Ottone Rosai nel 1930. Veramente non è un racconto, è uno schizzo pittorico realizzato usando la penna anziché il pennello, ed è brevissimo. Una paginetta soltanto.
Queste poche parole mi avevano fatto ripromettere di andare in cerca della via e della mèta. A Monte Ripaldi c'ero già stato alcune volte in passato, ma di Via Suor Maria Celeste non avevo un ricordo preciso. Immaginavo fosse una delle tante stradine collinari che rendono i dintorni di Firenze unici al mondo. Non mi sbagliavo.

Suor Maria Celeste è il nome che assunse Virginia Galilei (1600-1634), figlia illegittima di Galileo, quando entrò nel convento delle Clarisse del vicino convento di San Matteo in Arcetri. Celeste. Anche lei, dunque, anelò al cielo, non meno del padre, anche se da un diverso punto di vista. Ma diverso forse fino a un certo punto. Adorava il babbo, lo rivela il nutrito carteggio epistolare con lui, giunto a noi purtroppo solo in un senso. Le risposte dello scienziato furono distrutte quand'egli ancora non era visto molto bene dalle autorità religiose. Solo nel 1737 si scoprì che padre e figlia erano stati sepolti assieme nello stesso feretro. Altri particolari sulla religiosa li trovate in questo articolo di Luciano Canova.



Lunga e tortuosa, Via Suor Maria Celeste si diparte dal Largo Enrico Fermi, presso il Poggio Imperiale, e, non limitandosi a condurre verso Monte Ripaldi ma anzi dipanandosi e anche sdoppiandosi più volte, finisce per sboccare in Via Gherardo Silvani, non distante dalla Propositura di San Felice a Ema. Io ne ho percorso solo una parte, per raggiungere appunto Monte Ripaldi. Dopo il tratto di Via San Leonardo opposto a quello che conduce al Forte Belvedere, con la bicicletta a mano perché è contromano e, contrariamente a quanto credevo, è trafficatissimo, mi sono letteralmente tuffato nella via anelante al cielo.

Per un ciclista con un minimo di allenamento, Via Suor Maria Celeste è - e ci risiamo - il Paradiso, perché ad ogni salita segue subito una discesa. Dopo il traffico di Via San Leonardo, qui domina il silenzio. Macchine rarissime, passanti ancora di più. Rosai scriveva:

Nei muri, negli alberi e nelle rade case che la costeggiano c'è impressa la fede e i pochi viandanti che passano hanno qualcosa di differente a tutti i viandanti di tutte le strade. Il loro passo è mite, lo sguardo dolce, il loro incedere: di gente tranquilla, serena, vicina agli spazi celesti. 

Io però ho incrociato solo due ragazze che, parlando tra loro fittofitto in americano, hanno proseguito il loro camminare abbastanza frettoloso dopo avermi guardato incuriosite e forse chiedendosi perché scattavo foto.

Coltivazioni. Soprattutto olivi. Muretti che sanno forse meno di Ottone Rosai che di Telemaco Signorini. Una villa chiamata Torre al Pino. Altre ville in lontananza. Boscaglia. Sulla destra della strada vi sono frequenti leggeri slarghi, che permettono alle macchine di sfilarsi, e ai passanti - se ci sono - di affacciarsi sulla valle dell'Ema. La quale compare in lontananza, quasi evanescente. Ha un che  di onirico.  Sarà la forza di suggestione, ma il colore che davvero rimane nella memoria percorrendo questa via è l'azzurro. Il Celeste. Gli olivi, onnipresenti alla vista, fanno quasi da tramite col verde del resto della vegetazione e, dal verde, dissolvono nell'azzurro..

Via Suor Maria Celeste prosegue a destra. Un gruppo di studenti e studentesse usciti da un portone quasi al bivio ci si avvia chiacchierando. Anche loro parlano americano. Io, dovendo raggiungere Monte Ripaldi, svolto in Via S. Matteo in Arcetri. Le sensazioni non cambiano. Non c'è da sorprendersi: per un buon tratto corre parallela a Via Suor Maria Celeste, a una quota più bassa. Si raggiunge la chiesa che dà il nome alla via. È chiusa. Da dentro si sente una musica d'organo. Il cartello I luoghi della fede ci informa che, dopo essere stato monastero femminile prima delle Agostiniane poi delle Clarisse, dal 1897 è passato ai Carmelitani Scalzi, e che l'attuale costruzione è recente. Poche centinaia di metri più avanti, al trivio di Via S. Matteo con Via del Pian dei Giullari e il Viuzzo di Monte Ripaldi, su una lapide senza data, leggeremo un proclama degli implacabili e Spetabili Otto di Guardia e di Balìa, che proibisce nel modo più assoluto di giocare a gioco di carte di palla palloncino di ruzzola et a qualunque altro simile gioco entro un raggio di duecento braccia dal convento.


Il silenzio quasi surreale che continua a dominare Via S. Matteo viene festosamente sbaragliato dal vocio di bambini proveniente dall'interno della Scuola Galilei - Istituto comprensivo Galluzzo. All'ingresso è rimasta la lapide con su scritto un rassicurante - per un anziano! - Scuola Elementare - maschile e femminile - Galileo Galilei. Siamo proprio all'angolo con Via S. Michele a Monte Ripaldi. Nuovo saliscendi, mentre le voci si affievoliscono rapidamente. Bivio con una strada senza uscita, annunciata da relativo cartello. Discesa. E mi trovo nella piazzetta di Monte Ripaldi, dominata sulla sinistra dalla bassa facciata della chiesa di S. Michele e dall'alto campanile neogotico. Pochi metri più in là, la via termina con la cancellata della Villa La Piccioncina. In un portone di fronte la chiesa entra un signore che aveva appena parcheggiato la sua auto e mi aveva gioiosamente salutato in francese. Sarà frutto del caso, ma in questa mia pedalata - passeggiata non ho incontrato un solo viandante italiano. 

Ci si sente irrazionalmente al sicuro, qui. Si ha come l'impressione che in questo luogo raccolto eppure prospiciente spazi aperti vastissimi nulla possa farci del male. La chiesa, antica ma modificata nel '700, è chiusa. Nel 1548 ne fu rettore il mugellano Monsignor Giovanni Della Casa. Sì, quello che scrisse il Galateo. Sulla bacheca, annunci dei prossimi festeggiamenti in onore del titolare. Il campanile è davvero bello e svetta sulla piazzetta in grande armonia ed equilibrio con la chiesa, la canonica e le altre case. Uno lì per lì s'immagina sia una costruzione antica che da secoli veglia rassicurante sulla piazzetta, e ci rimane quasi male a leggere che è stato costruito solo nel 1871, da un tale ingegner Adolfo Mariani.
Dall'altra parte, tra cipressi, un basso parapetto. Al di là, la valle dell'Ema. Per essere straordinaria, lo è. Eppure, come mai mi accorgo di non esserne così entusiasta come mi aspettavo?

Ero stato qui in un giorno di pausa dagli studi per la maturità (1979!) col mio compagno di liceo Gianni. Lo avevo fotografato seduto sul muretto. Entrambi eravamo rimasti incantati da quanto avevamo visto. Sono riuscito poi a ritrovare la foto. Scattata male e stampata peggio, rivela però, a differenza di adesso, l'ampio e disteso aprirsi di un panorama mozzafiato. Oggi, un folto e fastidioso cespugliame in primo piano ostruisce in gran parte la visione magica della valle, che si perde in lontananza. In questa lontananza, tra gli ondulamenti del terreno, i villaggi, le case sparse, le ville, spicca la Certosa. Ma ecco perché, affacciandomi, la mia ammirazione era disturbata da una perplessità che non sapevo spiegarmi, non ricordando bene.


Purtroppo una nota amara conclude dunque la relazione di questa pedalata, che costituisce il post numero 100 del mio blog. Mentre Ottone Rosai chiudeva così: 

Da i muri sgorgano fiori di ogni razza inondando il paese di delicati profumi.
Gli abitanti irreali, il cielo immenso, tutto fatto per lui. 
Tutto è nuovo, giovanile, in questo paese incantato. L'erba sempre verde è un continuo sbocciare di fiori. 
Il sole vi sosta delicato carezzando dolcemente le cose. 
Monte Ripaldi, dal giorno che ti ho scoperto ho trovato Dio. 

giovedì 23 agosto 2018

Ottone Rosai: urla di lupi al trono di Dio


La sera del 12 dicembre 1913, il diciottenne Ottone Rosai si trovava in un palco del Teatro Verdi a Firenze, per assistere alla Serata Futurista in compagnia di un ragazzino che, allo stesso scopo, aveva eluso la sorveglianza dei genitori ed era sgattaiolato scalzo fuori da casa. Il ragazzino - 13 anni - si chiamava Primo Conti, e in ottobre ricorrerà il trentennale della sua dipartita. Avremo modo di riparlarne.
I due ragazzi applaudivano a più non posso, ma non c'era versi di sentirli. Come non c'era versi di sentire quello che i Futuristi proclamavano imperterriti sul palco. Il pubblico, la maggioranza del quale si era presentato con fagotti e ceste piene di ortaggi e non solo, copriva ogni cosa con un frastuono d'inferno. Urlava, spernacchiava, fischiava, tirava di tutto. Tutto ciò era non solo previsto, ma sperato. Fu, per i Futuristi, un trionfo.
La Serata era stata preceduta dalla grande mostra di pittura futurista in via Cavour, che aveva mandato in tilt, ma soprattutto in bestia, tutta quell'intellighenzia fiorentina provinciale, reazionaria e attaccata come una mignatta al passato, glorioso quanto si vuole, ma usato come scusante per far restare Firenze una città mummificata.

Dinamismo Bar San Marco, 1914, coll. Guggenheim
In contemporanea, e sempre in via Cavour, Ottone Rosai aveva allestito la sua prima personale. Strinse così amicizia con Boccioni, Balla, Papini, Marinetti, Palazzeschi. E Soffici. "In una prima esposizione dei miei lavori che feci a Firenze nel 1913", scrisse lo stesso Rosai, "conobbi Ardengo Soffici. Un tale incontro fu addirittura una rivelazione, e tenendo cari molti suoi consigli, maturai e maturò il mio temperamento d'artista." Soffici divenne un po' il nume tutelare di Ottone, e tale rimase sempre, nonostante un momento di feroce rottura, poi superato. I suoi rapporti con i futuristi rimasero pure vivi e vivaci per tutta la sua esistenza. S'intende: alla fiorentina. Cioè con discussioni, leticate che non di rado degeneravano in scazzottate, rappacificazioni...  Ma, se i rapporti con i futuristi durarono, la sua adesione artistica al futurismo fu ben più effimera. Nondimeno, produsse opere come Dinamismo Bar San Marco e contributi importanti alla rivista Lacerba. Rosai, nel secolo delle Avanguardie, non avrebbe potuto far parte di un'avanguardia. Il suo era uno spirito individualistico. Non aveva sopportato, nel 1910, l'ambiente borghese e muffito dell'Accademia di Belle Arti cui si era iscritto, e due anni dopo fu espulso. Da autodidatta avido di conoscenze e da uomo del Rinascimento nato secondo alcuni nel secolo sbagliato, percorse una strada solitaria.
Il suo stile si precisò in anni difficili. Interventista convinto come tutti i suoi colleghi - ma allora era una mentalità completamente diversa -, si arruolò volontario. Combatté e fu decorato. Nel 1919 riuscì a sopravvivere alla spagnola. Nel 1920 espose a Palazzo Capponi ed ebbe delle belle recensioni da parte di Soffici e Giorgio De Chirico - che come tutti sanno non fu mai molto prodigo di elogi per chicchessia -, e realizzò opere come Serenata, Partita a briscola, Giramontino. Due anni dopo la sua vita fu stravolta dal suicidio del padre, oppresso dai debiti. In un convegno tenutosi a Palazzo Medici Riccardi nel 2008, l'attore e regista Riccardo Lestini lesse la cronaca dell'accaduto, drammatica e commovente, scritta dallo stesso Rosai.

Via Toscanella, 1922
Negli anni seguenti l'attività si ridusse di parecchio. Ma il 1922 fu anche l'anno della celebre Via Toscanella. Nel già citato convegno, Cristina Acidini vedeva in questo dipinto come negli altri dedicati alla medesima strada emergere le radici rosaiane che affondavano fino al primo Rinascimento, negli affreschi di Masolino e Masaccio della Cappella Brancacci, all'epoca di Rosai non ancora restaurati e quindi mostranti tonalità ben più cupe di quelle cui noi siamo oggi abituati. Tonalità e architetture che riecheggiavano nella fuga prospettica di questa via che "Come un ragazzo discolo si è intrufolata insieme a altri lazzaroncelli tra Via Maggio e Via Guicciardini riuscendo a tenere il primo posto, il posto di comando, al centro della zona".
Sono anche queste parole di Ottone Rosai. Come tutti gli uomini del Rinascimento, un unico mezzo espressivo e comunicativo non poteva essergli sufficiente, e scrisse molto e bene. Nel 1994, Editori Riuniti ripubblicò Via Toscanella [1930] e altri scritti, a cura di Alessandro Parronchi. Per dirla con quest'ultimo, Rosai era uno scrittore dilettante, ma uno scrittore. Fu eccellente nella non facile translitterazione del vernacolo fiorentino, bestemmie comprese. I suoi racconti sono non di rado fogli di un taccuino per schizzi, con le parole al posto dei disegni. Parole di una essenzialità che da un lato rende la lettura godibilissima ancora oggi, dall'altro non va a scapito di un afflato poetico degno in tutto e per tutto della sua opera pittorica, che restava comunque per Rosai la (pre)occupazione principale. Scrisse a Vasco Pratolini nel 1942: "Chi ti dà di poeta, chi di descrittore, chi dice una fregna e chi un'altra e nessuno vuol vedere la pittura, la vera pittura che c'è nelle mie cose".

Se in Via Toscanella ritroviamo l'eco delle architetture e dei palazzi di Masolino e Masaccio, questi stessi palazzi sembra di vederli citati testualmente dietro l'Uomo sulla panchina o i Suonatori ambulanti (sono i Lungarni), mentre nei Giocatori di toppa (foto d'apertura) fanno da quinta a un gruppo umano che pare raccogliere l'eredità di quello del Tributo masaccesco.

Uomo sulla panchina, 1930

Già. Suonatori, uomini su panchine, giardinieri, lattai, giocatori di toppa, avventori di osterie. Se Ottone Rosai fosse vissuto ai giorni nostri, nulla lo avrebbe salvato dall'insipienza di certa stampa che gli avrebbe appioppato l'atroce luogo comune di artista sempre dalla parte degli ultimi. Che ultimi non voleva fossero. Per questo mi dà noia anche il luogo comune cui a suo tempo non sfuggì e ancora oggi lo perseguita, quello degli omìni. Gli omìni di Rosai come le bottiglie di Morandi e i fiori di Scatizzi? Forse, ma per Rosai è decisamente riduttivo. Questi omìni sono protagonisti di opere che Ungaretti nel 1935 definì urla di lupi al trono di Dio. Molti anni dopo, era il 1983, Mario Luzi scrisse a proposito del prototipo rosaiano:

Goffo, sformato, declassato a omuncolo non poche volte, incupito da una sua fondamentale inadeguatezza (a che cosa?) o peggio immiserito dalla sua pochezza, offeso comunque, non è però mai privato della dignità del dolore e della colpa. La tormentata umanità di Rosai ha salvato questi relitti di un'epoca oppressiva, violenta, numeraria, nullificante dal diventare manichini, robot, numeri; ha potuto non profanare la loro creaturale individualità, ha lasciato ciascuno al suo misero o grande dramma. E questo fa sì che a queste vive e talora potenti immagini ci aggrappiamo quasi come a reliquie salutari e propiziatorie. Sembra infatti vogliano significarci che per quanto abietto e reietto l'uomo non può essere derubato della sua umanità.

Via San Leonardo, oggi
Rosai era stato entusiasticamente fascista, ma il fascismo non ricambiò affatto questo entusiasmo nei suoi confronti. I suoi personaggi non si trovavano certo in linea con il trionfalismo imperante (in senso letterale), e non era difficile gettare sull'autore sospetti di disfattismo. E all'epoca non c'era nulla di peggio. Secondo Nicola Coccia, giornalista de La Nazione, Rosai abbandonò il fascismo nel 1936 dopo la guerra civile spagnola. I suoi precedenti gli giocarono un brutto tiro: l'8 settembre 1943 fu aggredito da un gruppo di antifascisti in piazza Adua. Il che non lo fece tornare sui suoi passi. Sempre Coccia, al convegno del 2008, riportò una cronaca precisa e circostanziata di come l'artista durante la Resistenza rischiò la vita dando rifugio a Bruno Fanciullacci, prima nel suo studio di via San Leonardo, poi nel suo appartamento in via de' Benci. Nascose anche un altro partigiano, Enzo Faraoni, che l'anno precedente era stato suo assistente all'Accademia, e un militare tedesco passato alla Resistenza. 

Via San Leonardo, 1935
Terminata la guerra, Rosai riprese a lavorare nello studio dove si era sistemato a partire dal 1933, in quella via San Leonardo di cui divenne il cantore.  
Il trasferimento coincise con un periodo felice e produttivo della sua esistenza. Realizzò diverse personali tra cui una a Genova, creò i pannelli per la Stazione di Firenze, nel 1939 fu nominato professore di figure disegnata al Liceo artistico, per chiara fama.
Per questo artista che cantò in sostanza tutta la Firenze Diladdàrno, la strada che sinuosamente collega il viale Galileo con il Forte Belvedere divenne il paesaggio per eccellenza: paesaggio urbano, paesaggio straordinariamente umano, ogni volta nuovo, ogni volta rinnovato, da ritrarre, rianalizzare, ripensare, ristudiare senza interruzione. Via San Leonardo fu per Rosai ciò che la Montagna Sainte Victoire era stata per Cézanne. Le sue vedute accompagnarono questi anni come un leit-motiv. Proseguirono nel dopoguerra, nel cosiddetto periodo bianco, in cui lo stile di Rosai si fece sempre più scarno, disadorno, e le tonalità sempre più chiare. "Uomo e paesaggio" è ancora Parronchi a scrivere "non sono in Rosai termini contrastanti, ché anzi tanta acredine dell'uomo non si capirebbe, non si ambienterebbe, se non nella dolcezza dei colori della natura. Come si fa a scinderli, a separarli?"

Come ho raccontato in questo post, Sergio Scatizzi fece in tempo a vedere realizzata la grande esposizione a lui dedicata nella Galleria d'Arte Moderna di Firenze nel novembre 2009, per spegnersi pochi giorni dopo. A Ottone Rosai andò peggio, purtroppo. Era malato di cuore a partire dal 1954. Nel 1957 si trovava a Ivrea per l'allestimento di una sua prestigiosa personale presso il Centro Culturale Olivetti. Un infarto lo fulminò il 13 maggio, il giorno prima dell'inaugurazione.

Via San Leonardo, 1954 ca.
Vorrei concludere queste brevi note - su un Artista del genere le note sono sempre troppo brevi: non ho parlato dei disegni, dei nudi, degli autoritratti... - con uno scritto dello stesso Rosai, risalente a prima del suo trasferimento in via San Leonardo, quando aveva posto il suo studio nell'ex casotto del dazio di via Villamagna all'Anconella. Il 30 aprile 1932 scrisse a Berto Ricci:

Relegato in questo casotto che tu conosci, al limite della città, mi par d'essere un naufrago miracolosamente scampato alla morte costretto a sopravvivere i giorni necessari all'autoconsumazione. E giorni lunghi, eterni son questi quanto gli attimi di un torturato. Misurerò palmo palmo l'infinita immensità del cielo, conterò tutti i fiori innocenti della terra, rivedrò a uno a uno i miei e l'altrui peccati e finalmente esaudito un mio costante desiderio avrò trovato Dio.

Anconella, 1933