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sabato 30 settembre 2017

S. Lucia sul Prato


Via di S. Lucia sul Prato, che prosegue in Via degli Orti Oricellari, faceva parte del primo cardus minor occidentalis, e s'incrocia con Via Palazzuolo, che a sua volta costituiva parte del decumanus maximus in uscita dalla Porta Occidentale. Stiamo parlando, ovviamente, della Firenze romana e della antica centuriazione pure romana, che però lasciò sull'assetto della città un'impronta che permane ancor oggi a distanza di 2.000 anni suonati.  
Ci troviamo dunque in prossimità di un incontro fra due direttrici ortogonali, e non c'è da sorprendersi se a quest'altezza è presente un luogo di culto: la chiesa appunto di S. Lucia sul Prato. Come avevo spiegato qui (ed è solo un esempio), gli incroci tra il primo decumanus minor settentrionalis e i vari cardines minores sono tuttora caratterizzati dalla presenza di chiese, che per lo più furono edificate al posto dei pagi romani man mano che il cristianesimo si affermava soppiantando la vecchia religione pagana. Si può ragionevolmente pensare che dove oggi si trova la Chiesa di S. Lucia sorgesse in antico un pagus romano? Certamente sì, ma non si è mai riusciti a trovarne traccia.
Le stesse origini della chiesa si perdono letteralmente nella notte dei tempi. L'eruditissimo Giovanni Lami, nel suo monumentale Sanctae Ecclesiae Florentinae Monumenta (1758) ammette: "Ecclesia Sanctae Luciae, quando aedificata fuerit, ignoratur". In un documento del 1060 si parla della Ecclesia Sancti Michaelis et Sancti Eusebii, cui in seguito sarà annesso nella parte settentrionale della via un lebbrosario. I lebbrosi - malattia importata dalle crociate - andavano curati, ma a debita distanza da dove rischiassero di diffonedere la malattia, e all'epoca la zona era ben lontana dalle mura cittadine.

 La denominazione Sanctae Luciae ad portam, quae dicitur, Omnium Sanctorum, compare per la prima volta nel 1221, ma è nel 1251 che si parla diffusamente della Capellam Sancte Lucie de Sancto Eusebio, nel diploma di concessione dall'Arcivescovo Giovanni dei Mangiadori ai Frati Umiliati provenienti da S. Donato a Torri. Il fatto che ci si riferisca a una cappella fa supporre che la chiesa non fosse ancora parrocchiale, ma lo sarebbe divenuta ben presto, e proprio grazie ai Frati Umiliati. L'azienda da essi impiantata procurò lavoro e un notevole indotto, come diremmo oggi. Gli Umiliati costruirono case nella zona per accogliere i lavoranti, sicché la popolazione aumentò non poco, e già nel 1288 alcune case vendute risultavano positas in Populo Sancte Lucie Omnium Sanctorum.
Gli Umiliati, com'è noto, lasciarono poi la piccola chiesa di S. Lucia per costruire quella di Ognissanti e ivi trasferirsi, ciò che avvenne intorno al 1260. Mantennero tuttavia il dominio su S. Lucia fino al 1547. Subentrarono i Canonici di S. Salvatore. Erano stati chiamati da Guido Conte d'Urbino, il quale offrì loro nel 1420 il monastero di S. Donato a Scopeto, fuori Porta Romana. Da qui ebbero il nome di Monaci Scopetini. Il monastero fece purtroppo la fine di tutti gli altri in occasione dell'assedio del 1529: raso al suolo. I monaci furono trasferiti in S. Pier Gattolini (via Faenza), dove eressero un nuovo monastero. Che però non ebbe maggiore fortuna, trovandosi nell'area destinata dal Duca Cosimo alla costruzione della Fortezza da Basso. Per breve tempo i monaci alloggiarono in S. Caterina delle Ruote, poi Cosimo acquistò per loro dagli Umiliati, per 840 scudi, S. Lucia  e quivi gli Scopetini poterono trasferirsi definitivamente (per modo di dire, come vedremo).

Grandi lavoratori, anche in S. Lucia sul Prato gli Scopetini si dettero da fare per ampliare la chiesa e costruirvi di fronte un monastero. Nel 1551 fu ultimata la ristrutturazione della chiesa, ma il monastero non fu mai concluso. Lo si vede nella pianta del Buonsignori (1584), di fronte S. Lucia, con due muri di collegamento - forniti di portone - tra edificio e chiesa, che chiudevano la strada. I rapporti dei monaci con la popolazione non erano peraltro idilliaci, quelli coi vicini frati di Ognissanti ancora meno. Le cronache parlano di un diverbio con questi ultimi, avvenuto nel 1549, perché avendo la chiesa sottosopra per i lavori gli Scopetini volevano celebrare le funzioni di Pasqua in Ognissanti. Gli Umiliati si rifiutarono e, leggendo tra le righe (e finalmente vennero a tale che il popolo restò pieno di scandolo) si capisce che finì in una scazzottata la mattina di Pasqua.
Gli Scopetini andarono via già nel 1575 per trasferirsi in S. Jacopo Sopr'Arno. La chiesa ebbe a questo punto il suo quarto padrone (il primo era stato il Vescovo): i Padri Missionari di S. Vincenzo de' Paoli. Vi rimasero fino al 1720.
S. Lucia sul Prato fu infine affidata al clero secolare. Grazie in particolare alla sponsorizzazione dei marchesi Torrigiani che ne ebbero il patronato, furono intrapresi quei necessari lavori di riparazione e di ampliamento che portarono alla configurazione architettonica attuale, a croce latina.


Come ha cambiato spesso padroni, così la chiesa di S. Lucia sul Prato ha continuato nel corso del tempo a cambiare aspetto, subendo non di rado i capricci delle mode del momento. Giovanni Mannajoni, cui si deve anche la ristrutturazione del Teatro della Pergola (1809), realizzò nel 1838 la nuova facciata, al termine di una serie di altri lavori iniziati nel 1831. La consacrazione della chiesa avvenne nel 1885.

 Molti dei numerosi interventi compiuti nel XX secolo non sono risultati convincenti. Giampaolo Trotta, in Il Prato d'Ognissanti a Firenze (1988), parla di pesanti modifiche compiute dal parroco Don Adelmo Marrani sia prima della Seconda Guerra Mondiale sia dopo l'alluvione. Errori, sempre secondo Trotta, corretti in buona parte dal parroco seguente, Don Vittorio Cirri: in particolare "...è chiusa l'inutile, grande porta centrale aperta nella parete di fondo del presbiterio stesso, inserendo nella muratura di tamponamento il tabernacolo marmoreo di Scuola Fiorentina del XV-XVI secolo..."
Dagli anni Settanta la chiesa si è arricchita di opere moderne, tra cui la decorazione della cappella di sinistra, con scene bibliche in maiolica monocroma rosso mattone, opera di Aldo Rontini (1980), che circondano il fonte battesimale; e un affresco di Luciano Guarnieri raffigurante la Trasfissione, datato 1984.

Se posso esprimere un parere personale, ci sono almeno due opere veramente belle che da sole varrebbero una visita a questa chiesa forse sottovalutata: una Madonna col Bambin Gesù e S. Giovannino di Domenico Puligo (1492-1527) restaurata di recente, e l'affresco risalente al primo periodo della Chiesa, una Annunciazione ripresa - com'era praticamente d'obbligo all'epoca - da quella della SS. Annunziata. L'autore è un anonimo a cavallo tra XIII e XIV secolo, ma è sintomatico che nelle guide dell'800 venisse attribuito a Pietro Cavallini.


mercoledì 5 luglio 2017

I capi firmati degli Umiliati


L'origine degli Umiliati, che approdarono a S. Donato a Torri (foto d'apertura) nel 1239, resta abbastanza nebulosa. Una leggenda, diffusasi non prima del '400 e ignota alle cronache precedenti, narra che l'Imperatore tedesco Enrico II (ca. 973-1024) fece catturare e deportare oltralpe alcuni nobili lombardi, carbonari ante litteram. Qui, convertiti, rinunciarono alle loro ricchezze e impararono dai maestri locali a lavorare la lana. L'Imperatore li convocò e disse loro: "Ora siete veramente umiliati". Difficile dire se vi sia un fondo di verità. La possibilità che l'arte di trattare i tessuti sia stata imparata nel nord Europa non è da scartare. Si è pensato inoltre che la storiella potesse tornare utile al momento in cui gli Umiliati avevano da trattare vendite di tessuti con la nobiltà e potevano così vantare (o millantare) una del pari nobile ascendenza.
La figura di S. Giovanni Oldrati, alla cui opera altri fanno risalire la nascita o la riforma degli Umiliati, è talmente asfissiata da elementi agiografici leggendari da far mettere talvolta in dubbio la sua reale esistenza.

Abbazia di Viboldone (San Giuliano Milanese): Madonna col Bambino
tra Sant'Ambrogio e San Giovanni Oldrati

Nel documento più antico giunto sino a noi riguardante l'ordine si afferma che gli Umiliati e le Umiliate, che abitavano la casa posta nella brera del Guercio a Milano, si liberano da una decima gravante sul loro possesso. Il documento porta la data del 7 novembre 1173, e la nascita degli Umiliati può essere anteriore al limite di qualche lustro. La storia di questo ordine nato in terra lombarda ha tratti comuni con i movimenti religiosi, più o meno ortodossi, che sorgevano allora come funghi. Il proposito degli Umiliati di vivere secondo i dettami della Chiesa primitiva senza possedere nulla personalmente, traendo i mezzi di sussistenza dal proprio lavoro e costituendo comunità di uomini e di donne che vivevano insieme in continenza, non aveva toni estremi(stici) che sconfinassero nell'aperta ostilità alla Chiesa. Tuttavia, furono scomunicati nel 1184 da Papa Lucio III, che li accomunò ad altri movimenti eretici. La scomunica durò fino al 1201, quando Innocenzo III li riabilitò e anzi ne approvò la regola.
L'Ordine si componeva di tre categorie: i chierici, che pur senza prendere i voti praticavano il celibato e vivevano in comunità, i laici (uomini e donne), che potevano sposarsi ma vivevano in comunità ed i laici (uomini e donne) che potevano vivere in casa propria. Fu dunque un ordine laicale, e il termine frati talvolta aggiunto è improprio.
Se è vero che gli Umiliati vivevano in povertà e solo del loro lavoro, è altrettanto vero che il lavoro in questione era decisamente remunerativo. L'Ordine non impiegò molto tempo a diventare una vera e propria industria. Dalla Lombardia si estese fino a Roma. I conventi - fabbriche raggiunsero, nel momento di maggior fulgore, il numero di 389, di cui 150 in Lombardia.


Sul ruolo e sull'importanza dell'ordine nell'evolversi dell'industria laniera nella città del Giglio i pareri sono discordi. Si era ipotizzato che l'Arte della Lana fiorentina fosse stata fondata dagli stessi Umiliati. In realtà esisteva già dagli inizi del '200, mentre - abbiamo visto - essi ebbero dal Vescovo Ardingo la chiesa e il convento di S. Donato a Torri (o in Polverosa) nel 1239. Lo storico Luigi Zanoni, in un ponderoso studio pubblicato nel 1911 e ristampato nel 1970, sostiene che quella degli Umiliati fu una grande e fiorente industria, la cui casa madre era nel nostro caso quella di S. Michele di Bergoglio (!) in Alessandria, che creò succursali ad Asti, Tortona, Genova e Firenze allo scopo di espandere la propria attività e i propri introiti, non diversamente da una catena di fabbriche o di negozi odierna. La strategia è riassunta da Zanoni: "Domandano un posticino fuori le mura, anche lontano dalla città, una chiesa abbandonata, anche diroccata, un ospedale. Una volta giunti sul posto, presto o tardi troveranno modo di entrare in città mediante oblazioni, prestiti, voti provocati durante pestilenze e guerre, e di collocarsi su un ampio sito."

A Firenze andò esattamente così. S. Donato era in netta decadenza, forse per un corrispondente decadimento di gestione nonché di costumi da parte degli Agostiniani che l'avevano occupato in precedenza. Sicuramente gli Umiliati sapevano fin dall'inizio che come location non era la più adatta, troppo lontana dalla città e da un corso d'acqua necessario per il trattamento della lana. Ma appena possibile acquisirono un oratorio in riva all'Arno e, nel 1251, ottennero dal Vescovo Giovanni de' Mangiadori la cappella di S. Lucia sul Prato, in permuta con S. Donato. Il possesso dell'oratorio risulta nel diploma vescovile, in cui si legge la concessione di S. Lucia "quae quidem continuata est et propinqua cum vestro Oratorio, et Ecclesia quam aedificare intenditis ad honorem Sanctorum Omnium". Ed ecco dunque anche l'impegno a costruire la futura Chiesa di Ognissanti, che -acquisiti terreni dal Comune e dalla famiglia Tornaquinci - probabilmente fu ultimata verso il 1260 insieme con il convento (Bargellini ipotizza una data di completamento più tarda, dopo il 1278). Gli Umiliati ottennero anche il diritto di sfruttamento delle acque dell'Arno, dal ponte alla Carraia alla confluenza (di allora) col Mugnone.


Ognissanti

Le notizie sugli anni seguenti sono contraddittorie. Da un lato lo storico Ferdinando Balazzi parla dell'acquisizione di sempre maggior prestigio da parte degli Umiliati, i quali esercitarono più volte gli uffici di camarlinghi del Comune. Dall'altro sappiamo che nel 1277 avevano ceduto del terreno in enfiteusi a un gruppo di uomini d'affari  perché vi costruissero un complesso laniero. Nel 1278 si dichiararono disposti a cedere altri terreni ove costruire case per gli artigiani, un porticciolo, la postierla sull'Arno, la gora e le Mulina. Evidentemente gli affari non erano andati espandendosi come sperato.

Gli Umiliati avevano sviluppato una tecnica chiamata ars drapporum meçalane, con cui produceva un tessuto appunto di mezza lana grossolano, di alta qualità, diverso da tutti e immediatamente identificabile, al punto che si parlava di panni humiliati o anche solo di humiliati, come una sorta di griffe. I primi capi firmati ante litteram? Difficile dare una risposta certa, ma sicuramente in questo furono dei pionieri.

Come ancora accade oggi, probabilmente gli Umiliati subirono i cambiamenti, spesso imprevedibili, dei gusti e delle mode. Vi si aggiunse magari lo sviluppo della concorrenza. Tutto ciò non fece venir meno la stima che Firenze continuò a portare a questo ordine religioso che lavorò onestamente e - salvo errore - non tradì la sua regola. Né può essere dimenticato il contributo indiretto dato dagli Umiliati all'arte. Giotto realizzò ben tre opere per la Chiesa di Ognissanti: il Crocifisso - oggi situato nel transetto sinistro -, la Dormitio Virginis e la Madonna di Ognissanti che, e non è un'esagerazione, cambiò la storia dell'arte sacra.

L'interno di Ognissanti

La decadenza vera e propria degli Umiliati iniziò con il XVI secolo. Nel 1561 nel Convento di Ognissanti i Frati Minori subentrarono agli Umiliati, i quali si trasferirono nel Monastero di S. Caterina, nell'odierna via omonima. Nel 1571, quando si erano creati notevoli contrasti tra la Chiesa e l'ordine entrato in sospetto di calvinismo, un Umiliato, a Milano, sparò all'Arcivescovo, il futuro San Carlo Borromeo. Non lo uccise. La repressione che ne seguì culminò con la soppressione dell'ordine da parte di Papa San Pio V.