sabato 9 febbraio 2019

1914: morte drammatica di una promessa del ciclismo


Mentre scrivo, i medici stanno vagliando le possibilità purtroppo quasi nulle che il giovane nuotatore Manuel Botuzzo possa riprendere a camminare. Gli hanno sparato due delinquenti, fra grandi risate, nella notte tra il 2 e il 3 febbraio 2019. Lo avevano scambiato per un altro. Ma se Manuel ha perduto la deambulazione, non ha perduto né perderà la grinta che ha sempre avuto, e la solidarietà dei genitori, dei colleghi, degli amici e della sua ragazza Martina gli saranno di grande aiuto. Sentiremo ancora parlare di lui, e in cronaca sportiva, non più in cronaca nera.

Alla ricerca di materiale per un post, stavo sfogliando il raro - credo - e preziosissimo - son certo - Album di Firenze, a cura di Giorgio Batini, che fu pubblicato a puntate su La Nazione nel 1976, e mi sono imbattuto in una storia che ignoravo, e che non ho potuto fare a meno di ricollegare alla tragedia capitata a Manuel. Solo che quanto accadde a una promessa del ciclismo fiorentino degli anni 10 del secolo scorso fu per certi versi ancora più grottesco ed ebbe un esito, se possibile, ancora più tragico. Il protagonista si chiamava Luigi Fiaschi. 
da www.sitodelciclismo.net

Di Luigi Fiaschi le notizie sul web sono abbastanza scarne. Ne ho trovate in due siti sul ciclismo: www.museodelciclismo.it e www.sitodelciclismo.net. Le date di nascita fornite sono diverse. Dal certificato di battesimo che ho rintracciato sul sito dell'Arcidiocesi fiorentina risulta corretta quella del primo: l'11 ottobre 1888. Sempre su www.museodelciclismo.it troviamo questa nota sintetica:  "Tra i primi corridori toscani a mettersi in evidenza su scala nazionale, gareggiò con discreto successo pure su pista. Non ottenne risultati strepitosi ma fu ripetutamente tra i principali protagonisti e contribuì notevolmente allo sviluppo del ciclismo agonistico della sua regione prima di morire accoltellato da un ubriaco in seguito ad una lite.". Fece parte della squadra Atena nel 1910 e della Maino nel 1912. In quest'ultima ebbe tra i compagni di squadra Costante Girardengo. 

Ma ecco cosa scrive Giorgio Batini sull'Album di Firenze.

Domenica scorsa - leggiamo nel 'Nuovo Giornale Illustrato' del 6 settembre 1908 - ebbe luogo la grande corsa ciclistica nazionale di km. 100 (si trattava della Firenze-Viareggio) organizzata dal Club Sportivo Firenze, nella quale si disputavano oltre la Coppa Bastogi del valore di lire mille, altri importantissimi premi... Fiaschi, tra gli applausi, arrivò splendidamente primo..." È questa una delle molte cronache del tempo che parlano di Luigi Fiaschi, nato a Firenze nel 1888, un fortissimo atleta, una vera promessa del ciclismo toscano e nazionale, un re della strada e della pista, che in talune riunioni batté altri celebri campioni dell'epoca (come Ganna, Galetti, Bruschera, Brambilla, Cuniolo), che vinse molte gare e che nell'ottobre del 1913 abbassò alle Cascine il record dell'ora professionisti, già detenuto da Ugo Agostoni, coprendo nell'ora km. 39,993.30 Rivediamo il giovane corridore, con la fascia del Campionato toscano, nella foto [sotto], che è del 1911.


Interrompiamo un attimo la cronaca di Batini per riprendere, sempre da www.museociclismo.it (da cui ho tratto anche la foto d'apertura), alcune notizie sulla Coppa Bastogi. Se ne disputarono cinque edizioni tra il 1908 e il 1912. Le notizie sulle edizioni intermedie non sono molte. Nel 1909 e 1910 vinse Cuniolo, le altre se le aggiudicò Fiaschi. Se per i 100 chilometri della Firenze Viareggio del 1909 impiegò 3h9', la Coppa Bastogi del 1912 fu ben più ...impegnativa. Ecco, riguardo all'ultima edizione, cosa riporta il sito.

E' una corsa di "prima categoria" e quindi aperta anche ai maggiori professionisti, ma, nonostante ciò, sono solo tre i partenti. La partenza viene data da Porta San Frediano e la gara si snoda per le strade toscane con la delusione della gente nel vedere lo sparutissimo gruppetto procedere a passo turistico. Pratesi si ritira a Rapolano, Fiaschi attacca sulla salita di San Donato, fra Incisa e Firenze, e vince quasi in scioltezza. Fiaschi conquista la terza vittoria nella competizione e come da regolamento si aggiudica definitivamente la Coppa Bastogi e la corsa non verrà più disputata.

Si trattava dunque di un trofeo che, come la calcistica Coppa Rimet, andava definitivamente a chi conseguiva tre vittorie. Ma, per aggiudicarselo, Fiaschi percorse 260 chilometri, impiegandovi 10h8', alla media di 25.658 km/h. 

Torniamo al racconto di Batini.

La foto [in basso] è un ricordo del V Giro di Lombardia del 1909, vinto da Cuniolo, e dove Fiaschi fu il secondo degli italiani. La sera del 4 febbraio 1914 la vita e la carriera del celebre e popolare atleta furono stroncate per un fatto delittuoso di cui il Fiaschi fu vittima casuale. Quella sera il giovane corridore, reduce da una gara di Bologna insieme ad un amico podista, cenò nella trattoria del proprio padre Raffaello in via Faenza, in un'ora in cui il locale pur essendo vuoto di clienti, era ancora aperto, perché frequentato a volte, anche in ora tarda, da giornalisti. Ad un tratto entrò nel locale un giovane aretino che apparve in preda all'ira e al vino, e che cercava un rivale con il quale intendeva regolare i conti. Il campione cercò di calmare il giovanotto e di allontanarlo dalla trattoria, ma l'aretino, una volta uscito in strada, lo colpì a tradimento con un pugnale e si dette alla fuga. L'aggressore fu raggiunto dal podista amico del Fiaschi in piazza Madonna, e consegnato alla polizia. Il campione, gravemente ferito, fu ricoverato a S. Maria Nuova, dove morì il 14 febbraio, suscitando dolore e rimpianto nella cittadinanza.


Nella cartolina sotto, la fotografia di Luigi è integrata da alcune strofe anonime, forse ingenuamente enfatiche, ma senza dubbio sincere nella loro commozione. Le copio.

da www.museodelciclismo.it

All'alba della nuova primavera, 
Quando tutto sorride e fa sperare 
Una triste novella in sulla sera
Ci venne - inaspettata - a rattristare
Fiorenza tutta ne provò dolore,
Fiorenza tutta ne sentì l'orrore!

Una mano vigliacca ed esecrata
Gigino Fiaschi osò colpire al cuore...
Era dessa la man degenerata
Assetata di sangue e di rancore
Che frugò dentro l'anima innocente 
D'un giovine galiardo [sic] e promettente!

Dopo dieci giornate di dolore
Gigino è morto nel bel fior degli anni.
Quante speranze generò l'amore!...
Quanti sospiri e quanti disinganni!...
Gigino è morto!... niuno ormai potrà
Ridarlo ancora alla felicità. 

Egli era buono, generoso e forte,
Avea la fibra d'un gran lottatore,
Vide più volte - innanzi a sé - la morte
E non sentì mai trepidare il cuore;
Solamente un vigliacco, un gran codardo
Potea colpire quell'eroe galiardo!

Cento battaglie combatté fidente,
Cento battaglie superò finora,
Ed ora è morto inaspettatamente
Quando la gloria lo baciava ancora...
Chiedendo lui che si facesse forte,
E non il sospiro della fredda morte!

giovedì 31 gennaio 2019

Un gallerista under 30: Fabio Rocca


A Firenze, in quella Via delle Ruote in cui abitò Santi di Tito, al n. 6R troverete una galleria d'arte chiamata Roccart Gallery. Prende il nome da Fabio Rocca, che la gestisce.
Fabio è nato a Montevarchi il 17 febbraio 1992 e vive a Loro Ciuffenna. Nel 2011 si diplomò all'Istituto artistico e in seguito fece il decoratore per un mobilificio del Valdarno. Grazie a uno dei professori dell'Istituto ebbe contatti con una scultrice di livello internazionale, la quale lo incoraggiò a restare nell'ambiente. Fabio continuò, e infatti tuttora dipinge. In seguito, prima partecipò all'allestimento di una mostra, e poi ne allestì una lui stesso nel suo paese natale. Ebbe successo e soprattutto la cosa gli piacque. Capì che era la sua strada, e risolutamente la imboccò. La Roccart aprì i battenti in data 17 dicembre 2016.

"Come posizione l'ho trovata valida e funzionale", mi dice Fabio. "Si trova nel centro storico fiorentino, ma a breve distanza dai confini della zona a traffico limitato, e questo riduce le difficoltà ad esempio nel portare le opere." La grande sala d'ingresso è destinata di solito alle personali che restano esposte in genere per un due settimane, anche se al momento in cui scrivo è dedicata alla collettiva Bianco & nero inaugurata il 19 gennaio 2019. La sala inferiore (nella foto d'apertura) ospita opere di vari autori, alcune delle quali in permanenza. Specialmente in quest'ultima, grazie alla attentissima ristrutturazione, è palpabile la sensazione di trovarsi in un edificio antico. Un pezzo di storia di Firenze. Ma le opere che ospita proiettano nel futuro.

Inaugurazione della collettiva Chrismas in Art, 15 dicembre 2018

La, diciamo così, filosofia gestionale di Fabio ha avuto un successo crescente e rapido. Io lo conobbi il 15 dicembre 2018 per l'inaugurazione della collettiva Christmas in art cui ero stato invitato dal mio amico Maurizio Biagi, che vi partecipava. Le pareti brulicavano di opere eterogenee, molte sorprendenti, molte splendide, nessuna banale. Fabio prese la parola e presentò i partecipanti uno ad uno in perfetta pari dignità. Mi ha confessato poi: "Aperta la galleria, non tardai a rendermi conto di quanta gente partecipa alle inaugurazioni solo per godersi il rinfresco. Andando avanti, però, questi elementi sono andati diminuendo, più o meno come sono andati diminuendo gli spazi vuoti alle pareti della galleria." 
"Il mio intento", prosegue, "è quello di fornire agli artisti la possibilità di esporre nel centro di Firenze a costi accessibili, avendo uno spazio cui possono soprintendere secondo le loro esigenze e secondo il loro temperamento. Ho ospitato personali di autori provenienti un po' dai quattro angoli del globo: Argentina, Canada, U.S.A, Brasile, e questo ha favorito gli incontri, gli scambi d'esperienze, le influenze reciproche. La galleria è stata, ed è, un eccellente trampolino di lancio. Marco Monatti, ad esempio,.è partito per la Svezia! Maurizio Biagi sarà ad Arte Genova. Io, tra l'altro, non mi pongo il minimo problema nell'aiutare chi ha esposto da me ad allestire altrove una sua personale."
Fabio è in ottimi rapporti e spesso collabora con il quasi coetaneo Niccolò Mannini, titolare della galleria La Fonderia. "Non potremmo in nessun modo definirci concorrenti: siamo geograficamente distanti, e abbiamo due modi di gestire diversi, sicché non c'è proprio il rischio che ci pestiamo i piedi. E al contrario, ultimamente abbiamo organizzato insieme una collettiva dedicata all'erotismo, intitolata Tra cielo e terra, nell'ex chiesa di Santa Monaca in Oltrarno". La mostra è rimasta aperta dall'8 al 13 gennaio 2019. Ecco cosa si leggeva tra l'altro nella nota di presentazione: 

L’esposizione, organizzata da Galleria d'arte La Fonderia e Roccart Gallery, vuole essere una celebrazione dell’eros, della passione, dell’intimità, in un periodo nel quale le nudità e la volgarità dilagano ovunque, inducendo a credere che si tratti di erotismo. Le opere in mostra vogliono dimostrare che l’esplicitazione della nudità, tipica dei nostri tempi non è necessariamente accompagnata da quel senso di desiderio che al contrario può essere nascosto in uno sguardo, nella gestualità, nelle movenze della figura che abbiamo davanti.

La collettiva Tra cielo e Terra in Santa Monaca Oltrarno.
(dalla pagina Facebook di Roccart Gallery)
La presenza a Firenze per lo meno di un altro gallerista under 30 è senza dubbio una bella notizia. Ma, mi assicura Fabio, gradualmente si sta assistendo a un ritorno dell'interesse dei giovani nei confronti dell'arte. Ciò significa anche mutarne completamente l'approccio. Fabio non solo mette a disposizione degli espositori la stampa di cataloghi, brochure e biglietti da visita, ma lavora anche e soprattutto su internet e con i social. Attualmente Instagram molto più di Facebook. "Non è concepibile oggi lavorare in questo settore prescindendo dal web. Senza, canali fondamentali di promozione e di conoscenza della propria attività sarebbero inaccessibili. È fondamentale imparare a orientarsi nella rete e tra i social, per saperli dominare e sfruttarne le potenzialità positive -che sono tante - nel migliore dei modi. Un compito non sempre facile, ma fa la differenza." 

Fabio viaggia molto. Anno scorso si recò con la sua compagna Silvia a Miami, Florida. Per visitare tutte le gallerie del Wynwood Art District gli ci vollero tre giorni. "Ma anche nelle capitali europee la situazione non è molto diversa. C'è un fermento diffuso, un dilagare di idee e proposte. Firenze purtroppo è come non se ne rendesse conto, è dannatamente indietro." E pare davvero che non voglia guarire dalla malattia che l'affligge ormai da secoli, questo immobilismo causato da una sorta di soggezione e/o inibizione verso il suo passato rinascimentale. Anche oggi, e lo denunciavano oltre un secolo fa i futuristi, Firenze, in nome di un lontano periodo di splendore, sembra non permetta che neanche si tenti di crearne uno nuovo. "Domina l'apparenza. Vai a giro con un bel vestito per esibirti, non puoi portare in giro un quadro! Quando facevo il decoratore di mobili, destinati ad abitazioni di un certo livello, ebbi occasione di entrare in parecchie case di benestanti. Tutte belle quanto vuoi, ma tutte uguali, il che era abbastanza deprimente. Dobbiamo tornare a renderci conto della bellezza di cui siamo circondati, di cui dobbiamo continuare - o meglio riprendere - a circondarci, e che dobbiamo continuare a produrre"

Fabio con tre artiste:
Maria Letizia Scarpelli, Susi La Rosa e Sylvia Teri
Al termine di una chiacchierata in cui mi ha parlato anche di tante altre cose, Fabio mi informa sulle prossime esposizioni: una personale di un artista del Nord Italia e, a marzo, She Is Art. Un omaggio alla donna e alle donne, che si comporrà di soli ritratti femminili. 






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mercoledì 16 gennaio 2019

Il poeta che non conosceva le virgole


Giovanni Bellini, nato nei pressi di Poggio a Caiano (FI), rimase ucciso da una granata il 7 luglio 1915, a Plava, durante la battaglia dell'Isonzo. Aveva venticinque anni.
Il suo amico Fernando Agnoletti raccolse con commossa e devota cura tutti i suoi scritti in un volume che fu pubblicato da Vallecchi nel 1921. Ristampato in anastatica nel 2003, il volume si intitola Arciviaggio e si compone di 143 pagine, compresi la nota introduttiva dello stesso Agnoletti e l'indice. Leggere questo libro fa rabbia.

Nato il 22 novembre 1889 nella frazione di Trefiano, Giovanni Bellini era figlio di un acetaio che lavorava in una bottega di Firenze, e di una trecciaia. In famiglia non si moriva di fame, ma i soldi per studiare non c'erano proprio. Giovanni continuò il mestiere del babbo e intanto imparò da solo a leggere e a scrivere. Movendosi tra campagna e città, iniziò a conoscere nonché a farsi conoscere nel mondo intellettuale fiorentino. Ardengo Soffici lo conobbe nelle sale dell'esposizione futurista del dicembre 1913. Così lo descrive:

Il suo aspetto era di campagnuolo, magari di contadino: soltanto osservandolo meglio vidi che sula faccia forte, maschiamente modellata dalle larghe mascelle, faccia d'antico guerriero, errava un sorriso timido e fine, mentre di sotto alla tesa del cappello due occhi scuri incastonati in profonde orbite sfavillavano di quella pura luce spirituale che solo emana dalle profonde anime dei veri artisti.

Soffici rimase senza fiato quando, in un suo paesaggio futurista, quindi scomposto e disarticolato, questo giovane riconobbe un casolare nei pressi di Carmignano. E non si sbagliava. Erano quasi vicini di casa, ma non si erano ancora incontrati.

Necrologio di Giovanni Bellini. L'Illustrazione Italana, 10 ottobre 1915

Giovanni Bellini incontrò Agnoletti con una specie di gaffe:

Ci si conobbe a una dimostrazione, di notte. Si camminava in molti in catena per rompere le cariche della polizia. Notai che il mio vicino di destra mi attanagliava forte. Dopo l'inno di Oberdan domandò: "Perché non si canta quello dell'Agnoletti?" "Il mio? ancora non lo sanno." "Il suo? Scusi." E mi lasciò eclissandosi.

Primo Conti, nelle sue memorie, ricordava alcuni versi dell'inno di Agnoletti:

La baionetta nelle schiene ai cani
la pianteremo - senza pietà

Gioia bella - vo lontano, 
dammi la mano - dimmi l'addio.
Se ti nasce - un figlio mio 
TRENTO E TRIESTE - menalo a baciare

Giovanni Bellini fu dunque un interventista, e dei più accesi. Apriamo una breve parentesi per ricordare che interventista non può essere inteso come sinonimo di guerrafondaio, almeno come lo intendiamo oggi. La percezione della guerra che abbiamo noi, dopo i due spaventosi conflitti mondiali, non si può equiparare a quella che si aveva prima. All'epoca il termine guerra non poteva evocare gli orrori che evoca - giustamente - ai giorni nostri semplicemente perché ancora non c'erano stati, e non ci si deve stupire se all'inizio del '900 il concetto di pacifismo neanche esisteva.

Bellini, scrive Agnoletti, era per l'Italia. Con Luigi di Savoia dittatore. In Arciviaggio trovano spazio due lettere, una a quest'ultimo e una agli ufficiali, ed entrambe erano state pubblicate su Lacerba. Lettere dense di retorica meno ingenua che appassionata. Bellini le aveva consegnate alla redazione senza la punteggiatura, cui provvidero Agnoletti e Papini. Perché, scrive il primo, "ancora non padroneggiava la sintassi, e nemmen bene l'ortografia, ma pure conosceva e valutava l'arte e la faceva". "Bellini", continua Agnoletti, "adoperava segni di interpunzione quando annotava pensieri o strofe per la prima volta, ma li adoperava male. Erano per lui una biffatura provvisoria, piuttosto vaga; copiando, ricopiando e modificando la sostituiva man mano con spazii che segnassero le pause logiche e quelle del ritmo. Avrà imparato dai futuristi?"

Ardengo Soffici, Sintesi di un paesaggio primaverile, 1913

Domanda senza risposta. Di sicuro sono le liriche, con spaziature al posto dei punti e delle virgole, a far intuire la statura, seppure ancora in embrione, di Giovanni.
Ho scritto che leggere l'Arciviaggio fa rabbia. Fa rabbia perché davanti ai suoi versi e alla sua, diciamo così, prosa poetica, si comprende che Bellini stava cercando di individuare il suo percorso affinando e perfezionando le sue conoscenze non solo grammaticali, e si può avere non più di un'idea molto vaga dei vertici cui sarebbe giunto se una granata non lo avesse ucciso.

Di tutte le morti precoci, la più catastrofica della storia è stata forse quella di Masaccio, a 26 anni. 26 anni non li aveva ancora compiuti Clifford Brown, quando morì nel 1956 in un incidente stradale che gli impedì di divenire probabilmente il più grande musicista jazz mai esistito. Jean Vigo morì a 29 anni dopo aver girato due soli film. Tutti e tre (ma altri esempi si potrebbero fare, e in tutti i campi dello scibile), quanti e quali contributi  avrebbero potuto ancora dare alle rispettive arti? Ma tutti e tre avevano comunque fatto in tempo a dipanare il loro talento e a lasciare la loro traccia nella storia dell'umanità. Bellini, no. Guardate l'apparente ingenuità di Insalatina di campo:

(...) E tutti quei fiori     tazze adoprate dalla terra
a bever sole    ad esalar sospiri di profumi
Tutti i ricordi si guardano innamorati 
su argini paralleli
viso a viso
quando sui rii fioriti     toppe di paradiso
passa la voce
Insalatinaaa     di campoooo...

Leggete un paragrafo di Serenata:

Tu cantasti     La tua anima di femmina bramosa di carezze si profuse in fila di musica e luce     Segmenti di rette che andavano da te alle stelle destarono sconosciuti splendori geometrici fino a divine alpi piramidali che il cielo appuntò sulla terra

O Un sepolcro:

Il cielo impaurito di me s'incava sopra il mio capo     diviene paonazzo e marmoreo     e non è più che il coperchio del mio sepolcro posato sulle rocche dei monti

Agnoletti raccolse meticolosamente tutto ciò che riuscì a trovare di Giovanni,  anche frammenti, in termini letterali. Una lettera non finita di cui s'ignora il destinatario. Un taccuino, dal titolo Memorie della Campagna d'Italia nella Guerra della Salute, che in parte era comparso su La Voce dopo la sua morte. E note volanti. Ne copio una:

Brani di luce si sdraiano 
sulle ferrane tenere
trine di luce compaiono
di tra gli ulivi cenere.
 
Sono parole, frasi, versi che affascinano. Ma non sanno di capolavoro. Sembrano annunciarne. Suggeriscono l'inizio di un cammino, brutalmente interrotto. Prima dell'arruolamento Giovanni Bellini, racconta Agnoletti,

chiudeva lo stanzone degli aceti, accendeva il sigaro e si metteva accanto alle sorelle chine e attente sul ricamo. Raccontava: "un giorno o l'altro bisogna che vada a fare un gran viaggio". E a me spiegava: "Dovrà essere un gran bel viaggio; un arciviaggio"

Questo viaggio non lo poté compiere. Il suo amico volle come omaggiare il suo progetto dando il titolo alla raccolta.  
Notte eroica, brano di prosa poetica che - parere personale - mi ha richiamato certe suggestioni visionarie di Dino Campana, termina con una frase che dà anche il titolo a un bel saggio di Niccolò Lucarelli

Quella che non calpestò nessuno sarà la strada che mi ricondurrà

Una strada che non calpestò nessuno, e che nessuno più calpesterà.












domenica 6 gennaio 2019

Il Principe dei restauratori


Se Gaetano Bianchi fosse vissuto nel XX secolo, a lui sarebbe spettato il coordinamento delle attività per la difesa delle opere d'arte dai saccheggi e dai danneggiamenti durante il secondo conflitto mondiale. Compito che probabilmente avrebbe svolto nel migliore dei modi possibili. In seguito, forse in perfetta sintonia con Emanutele Casamassima che si occupò dei libri della Nazionale, avrebbe gestito gli interventi sul patrimonio artistico massacrato dall'alluvione di Firenze del 1966. Se vivesse ai giorni nostri, dirigerebbe l'Opificio delle Pietre Dure e sarebbe contemporaneamente a capo delll'Istituto per l'Arte e il Restauro di Palazzo Spinelli. È ovvio però che lavorerebbe in modo ben diverso rispetto a come operò realmente in vita. Non mi riferisco tanto ai logici progressi tecnici, quanto ai concetti di base, ideologici si potrebbe dire, del restauro. Perché Gaetano Bianchi visse nell'Ottocento. E l'idea di restauro che allora dominava ci fa, oggi, inorridire. Impedendoci così di comprendere appieno il valore della sua opera, coerente con la mentalità dell'epoca, sbagliata non per colpa sua. E impedendoci di riconoscergli meriti indubbi.

Gaetano Bianchi nacque nel 1819 a Firenze. Il padre lo mise a lavorare alla cartoleria Pistoj in via Condotta. Lo incaricarono di cancellare, con appositi acidi, gli scritti e le miniature, non di rado bellissime, da antiche pergamene, che, usando le parole di Augusto Alfani, così potevano essere riutilizzate nel far culatte a registri ed a filze. In seguito il rimorso per i capolavori che fu costretto a distruggere lo torturò per tutto il resto della sua esistenza. Questa mansione lo disgustò al punto che, per reazione, volle iscriversi all'Accademia di Belle Arti. Nonostante i tentativi del padre, a suon di legnate, di farlo tornare alla cartoleria, Gaetano all'Accademia ci rimase e si fece onore. Poi, ecco quanto racconta Alfani:

Uscito di là con la medaglia d'oro, guadagnata con un acquerello d'invenzione al concorso triennale, si consacrava tosto principalmente all'arte difficile del restaurare gli antichi affreschi, nel che si parve davvero tutta la sua nobiltà. I numerosi lavori condotti nella sua lunga carriera di artista segnano altrettante orme nel cammino della perfezione; come, a tacer di altri molti, il restauro delle cappelle Peruzzi e Bardi dipinte da Giotto, e la restituzione all'antica maniera dell'arco maggiore con la crociera che volta alla Sagrestia nella Chiesa di Santa Croce; il riordinamento dell'antico Convento di San Marco; i restauri alla Loggetta del Bigallo; i ripristinati affreschi di Giovanni Mannozzi, o da San Giovanni, nella Chiesa di Monsummano; il restauro all'Archivio di Stato in Pisa; le decorazioni di stile antico nel Castello di Vincigliata; le opere egregie del Palazzo Pubblico di Udine; le storie insigni della Casa Malaspina nel Castello di Fosdinovo; i lavori nella Villa reale della Petraia, in quella di Stibbert a Montughie, e nel Palazzo del marchese di Montagliari in Via Cavour; il restauro del vestibolo ed atrio del Palazzo Pretorio di Scarperia; le decorazioni a buon fresco nella classica cappella e i degni lavori nella Villa delle Corti...

L'elenco, che prosegue ben oltre, fu formulato durante il rapporto alla Società Colombaria di Firenze per l'anno 1891-2. Bianchi era mancato da poco.
Il restauro delle Cappelle Bardi e Peruzzi, datato 1853, è forse il suo lavoro più noto. Alfani lo lodò perché era ancora considerato valido il procedimento che Silvia Meloni Trkulja così descrive nel Dizionario Biografico degli Italiani (1968):

La Morte di San Francesco restaurata e integrata da Bianchi
Come era uso allora, il restauro fu pittorico e totalmente integrativo delle parti mancanti, anche per grandi superfici (si veda il S. Luigi, interamente del Bianchi), e l'artista vi riprese la tecnica antica perfino nell'uso della sinopia, tracciata per la testa del S. Francesco portato in cielo. Il divario esistente tra la parte giottesca, per di più in cattive condizioni, e la propria indusse il pittore a ripassare con tempera bruna anche le parti antiche, alterandone vari elementi, come la forma e la direzione delle ombre portate.

La Morte di San Francesco, oggi
Ripeto, oggi non si può fare a meno di sobbalzare, leggendo di questa autentica violenza perpetrata nei confronti di capolavori assoluti dell'arte universale. Un'ulteriore conseguenza del restauro è implicitamente rivelata dall'erudito John Ruskin nelle sue Mattinate fiorentine, lettere pubblicate tra il 1875 e il 1877 in cui disquisiva sulla storia e sull'arte fiorentina. Partendo proprio da Santa Croce, nella prima Mattinata scrive:

Ora, se amate davvero  l'arte antica, non potete ignorare la forza del Duecento e neppure che il carattere di quel secolo trovò la sua espressione più alta ed emblematica nel migliore dei suoi re, san Luigi. (...) Quindi se mi è concesso di indicare una specifica opera di Giotto da cui iniziare il nostro esame direi di partire dall'affresco di una figura ad altezza naturale ritratta sullo sfondo architettonico del campanile, un affresco situato in un luogo importante e che, possibilmente, abbia per soggetto il santo da lui più amato, san Luigi. (...)   È questo san Luigi, sullo sfondo architettonico del campanile, opera di Giotto oppure di un oscuro pittore fiorentino che ha dipinto sopra un Giotto? (...) Ridipinto o no che sia, è senza dubbio bellissimo. 

Insomma il san Luigi, che come abbiamo visto era in realtà opera ex novo di Bianchi, cattura tutta l'attenzione dello studioso, a scapito degli affreschi sulle pareti cui poi, in pratica, Ruskin neanche accenna. E stiamo parlando di una persona di cultura non comune.
Ma, e ripeto anche questo, erano altri tempi.  

Della Cappella come appariva restaurata da Gaetano Bianchi ho rintracciato solo un'immagine della Morte di S. Francesco, in un sussidiario degli anni Sessanta. Sull'edizione BUR del 2016 delle Mattinate fiorentine è riprodotta una incisione raffigurante il San Luigi. Nel 1959, ad opera di Leonetto Tintori e sotto la guida di Ugo Procacci, fu ultimato un restauro in cui le parti integrate da Bianchi furono asportate, e sono conservate altrove. Il San Luigi fu rimosso interamente. Quello che ammiriamo oggi è il capolavoro giottesco nel suo aspetto originale. O meglio, quanto dell'originale rimane. Sono adesso visibili le ferite infertegli all'inizio del '700, quando la cappella fu imbiancata e vi furono impiantati monumenti funebri e lapidi. Le cui impronte hanno distrutto irrimediabilmente le parti dipinte. Uno scempio ben maggiore di quello perpetrato da Bianchi. Ma, anche in questo caso, erano altri tempi, e la mentalità del secolo dei lumi non aveva il massimo della considerazione per i primitivi, in pratica tutti gli artisti vissuti prima di Raffaello. La Cappella de' Bardi non ne fu certo l'unica vittima. Solo nel terzo decennio dell'Ottocento, spiega Giorgio Bonsanti, "nacquero le premesse perché si rivalutasse l'arte dei primitivi. Il gruppo dei Nazareni fiorentini, cui appartenevano pittori stranieri come Franz Adolf von Sturler, e gli accademici fiorentini Luigi Mussini e Antonio Marini, propugnava i valori di quella corrente del Romanticismo che sfociava nel Purismo (...). Le parole d'ordine erano 'bellezza - religione - verità', e quei valori venivano riconosciuti nelle pitture medievali". E Laura Corchia scrive: "Intorno al 1840, Marini venne chiamato ad effettuare alcuni saggi sugli intonaci della Cappella della Maddalena [al Bargello]. Nel corso di questo intervento, egli recuperò quel ciclo di pitture murali che Vasari ricordava come una delle opere tarde di Giotto. È opera del Marini la riscoperta del ritratto di Dante." Marini restaurò parte della cappella Peruzzi, dopo che a partire dal 1841 si era iniziato a liberarla dall'imbiancatura. Il lavoro di Gaetano Bianchi sulla cappella Bardi si inseriva in questo solco.

L'affresco nella chiesa di San Donato
Oltre a quelli elencati da Alfani, di Bianchi si possono ricordare gli interventi nel 1864 sulle volte di Orsanmichele, l'anno dopo e fino al 1869 nel convento di S. Marco; le ripuliture e i restauri in Palazzo Vecchio; le sue numerose consulenze storiche e, fuori dalla Toscana, citati da Silvia Meloni Trkulja, i restauri al palazzo municipale di Udine al palazzo ducale di Mantova, i contatti con Alfredo d'Andrade, costruttore del borgo medioevale al Valentino. Aggiungerei le decorazioni di Villa Demidoff a San Donato, e gli affreschi, in questo caso realizzati proprio da pittore, nella vicina chiesa omonima, in stile trecentesco.

L'intervento sugli stemmi sulla volta dell'atrio del Palazzo dei Vicari di Scarperia (foto d'apertura) fu uno dei suoi ultimi lavori. Scrive Mirella Branca: 

Il restauro era stato preceduto da accurati studi storici da parte del restauratore, già dall'estate del 1888, un anno prima dell'effettivo avvio, in un rapporto di stretta collaborazione con il suo committente [il principe Tommaso di Neri Corsini], che provvedeva a integrare i dati sugli stemmi da loro osservati nel corso delle visite compiute in vari loghi fiorentini, sorvegliando poi da vicino i lavori. 
Questo restauro, criticato all'epoca perché troppo evidente era la mano dell'artista, ha tuttavia consentito il mantenimento delle pitture, ripristinate nel loro insieme in base ai caratteri originari.

Le critiche, tuttavia, rimasero fuori dalla porta in occasione dell'inaugurazione dell'atrio, avventa l'8 settembre 1890, e durante la quale lo storico Giuseppe Baccini tenne un discorso, piuttosto logorroico e retorico come d'altronde imponeva l'epoca, in cui celebrò le glorie del castello di Montaccianico e la fondazione da parte dei fiorentini delle due Terre Nove di Firenzuola e di Scarperia, lodò sperticatamente - ma non del tutto a torto - il principe Corsini, finché:

Ed ecco perché (ce lo consenta l'illustre patrizio) noi tutti qui presenti, stretti in un solo pensiero, sentiremo il dovere, in questo fausto giorno, di manifestare a Lui la nostra immensa ed amorevole gratitudine non solo per la cospicua somma che egli spontaneamente elargì per lo stupendo restauro, ma anche per aver voluto associare alla nobile impresa, il Principe dei viventi restauratori, il Cav. Prof. Gaetano Bianchi, nome carissimo all'arte, agli amici, ai colleghi, a coloro insomma che nutrono culto sincero per le opere dei più celebrati maestri dei secoli passati. 
Il Cav. Bianchi, col raro suo ingegno, colla bella sua intelligenza che l'ha reso padrone dei segreti dell'arte antica, ridona col magico suo pennello la vita, la forza e la vivace espressione del colorito a quelle pitture che l'opera distruggitrice del tempo e la trascuratezza degli uomini avevano quasi cancellato. (...) Ed io, lieto che mi si porga oggi l'occasione favorevole, plaudo all'uomo venerando, all'artista ispirato che compì sapientemente i restauri di quest'atrio che gli annali mugellani registreranno con lode a perpetuo ricordo dei posteri.











domenica 23 dicembre 2018

Buon Natale!


Quando gli uomini vivevano con la natura, nel tempo dell'anno che il Sole ritornava a salire nel cielo, sentivano di dover festeggiare il grande avvenimento adornando un abete nella foresta e, nella radura luminosa, con danze e canti si rallegravano nel cuore. 
Poi, dal Paese dove il mare non gelava mai, un giorno arrivarono alcuni uomini ad annunciare la grande novella: era nato Uno che portava la luce. La luce dentro di noi, non fuori di noi. Così per festeggiare quest'Uomo unirono la sua nascita alla festa del Sole.
(Mario Rigoni Stern, Arboreto salvatico, Einaudi 1991)

El Greco (1541-1614), Adorazione dei pastori,1612-14, Madrid, Prado




giovedì 20 dicembre 2018

GABBATO LO SANTO 15: Dalla parte delle bambine


Ho conosciuto la figura di Celestina Donati grazie alla lettura di Il babbo era un ladro (Betti Editrice, 2018), un libro splendido come tutti quelli scritti da Paolo Ciampi, in cui si ricostruisce mirabilmente la vita non facile della figlia di un ladruncolo meno poeta romantico che egolatra, nella Firenze del secondo dopoguerra. Nel 1949, la piccola protagonista Bruna fu condotta a Campo di Marte. Scrive Ciampi: "Qui c'è l'istituto delle Calasanziane, le religiose che hanno raccolto l'eredità spirituale della beata Celestina Donati, la suora di Marradi che per missione ha scelto i bambini abbandonati. E chi può essere più abbandonato del figlio o della figlia di un carcerato? È dal 1889 che l'istituto opera, prova provata che a Firenze il cattolicesimo non vive solo di messe e chiacchiere nei salotti, piuttosto sa rimboccarsi le maniche e dare gambe alla carità". Più avanti: "Da parecchio, ormai, qui non c'è più il collegio dei bambini abbandonati, ma una scuola privata di buona reputazione." Non è la sola. I centri educativi delle suore Calasanziane sono oggi sedici, di cui due in Brasile e uno in Romania, uno in Nicaragua e uno nel Congo. La beata Celestina seppe seminare.

Celestina Donati (1848-1925) fu beatificata a Firenze il 30 marzo 2008 da Papa Benedetto XVI. Le testate religiose ne parlarono più o meno diffusamente. Ecco cosa scrisse tra l'altro Toscana Oggi:

In una Cattedrale gremita di religiose e religiosi, di sacerdoti e di fedeli giunti da ogni parte d'Italia, il Cardinale Saraiva Martins ha tratteggiato la vita della nuova Beata: «sotto la sapiente guida del Padre scolopio Celestino Zini, poi diventato vescovo di Siena, maturò la sua vocazione, conoscendo sempre più profondamente la spiritualità calasanziana. Si consacrò totalmente al Signore, dedicandosi al servizio delle bambine più povere e bisognose di cure, fondando per questo la nuova Congregazione di religiose, oggi note come Calasanziane».

Subito dopo, però, il web è diventato decisamente avaro di notizie su di lei. 
Di Celestina sono riuscito a rintracciare solo due fotografie, una delle quali è quella d'apertura che riprendo dal sito delle Calasanziane, e da cui in seguito sono originati tutti i ritratti da santino. Ne troviamo una spiegazione sulla sua biografia, stilata da Aladino Moriconi nel 1949 e stampata a Firenze dalla Direzione Generale delle Suore Calasanziane in occasione del centenario della nascita: "Altra cosa cui era difficile sottoporla per la sua grande umiltà era il ritrattarla: bisognava farlo sempre di sorpresa, e solo qualche rarissima volta lo fece per espresso desiderio dei Superiori."
Come già si può comprendere dalle parole di Paolo Ciampi, la vicenda umana della Beata Celestina Donati, al secolo Anna Maria o Marianna Donati, è esemplare per lo meno quanto la sua attività fu anticonvenzionale. Risulterebbe tale oggi, figuriamoci a cavallo tra XIX e XX secolo. 

La prima sede della Congregazione in via Faenza
Marianna faceva parte di una delle famiglie storiche di Firenze. Nel senso che di Firenze fecero anche la storia: i Donati. Il padre, Francesco, avvocato universalmente stimato, ebbe da Costanza Civinini quattro figli: Gemma (come la moglie di Dante), Alfredo, Corso (come Corso Donati, anche se averlo tra gli avi non era tanto da vantarsene) e Marianna. Francesco cambiò spesso luogo di lavoro, da Marradi a Cortona, Montelpulciano, Castiglion Fiorentino, Siena, e finalmente nella natia Firenze. Marianna nacque quand'era a Marradi.
Dunque, la storia di Marianna parte da un classico: una famiglia benestante, uno dei cui elementi (l'avrete già intuito) sceglierà la povertà e la carità. Ma gli sviluppi avranno tratti del tutto insoliti. Marianna dovette aver ereditato qualcosa anche da un'altra Donati: Piccarda. Non solo la dolcezza e la bontà, ma forse soprattutto l'indipendenza, e un carattere di delicato acciaio.

Avere un carattere forte non significa non avere mai dubbi. Marianna ne aveva, e tanti. La devozione filiale non le consentiva di allontanarsi dal padre, specialmente dopo la morte dell'adorata moglie. Era buono, il babbo. Non era affatto un tiranno. Adorava tutti e quattro i suoi figli. Solo che per Marianna sognava un bel matrimonio. E questo la figlia non lo permise. La determinazione di sposare Gesù Cristo le era nata dopo l'incontro col Padre Scolopio Celestino Zini, che la seguì anche dopo essere stato nominato Arcivescovo di Siena. 

Padre Celestino Zini
Un periodo di prova presso le Suore Vallombrosane non ebbe esito felice. Probabilmente Marianna sentiva di dovere e voler compiere un cammino del tutto suo. Né era fatta per appartarsi dal mondo, ma al contrario per viverci dentro. E ci visse.
Ci vollero ancora anni perché il suo progetto si concretizzasse. Cercò un quartiere con vicina una chiesa e in cui poter alloggiare anche il babbo e la sorella Gemma (i fratelli avevano brillantemente seguito le orme del padre). Finché in via Faenza 62, accanto alla Chiesa di S. Giuliano, Marianna Donati fondò la Nuova Congregazione delle Figlie Povere di S. Giuseppe Calasanzio. La regola fu scritta da Padre Celestino. Da lui Marianna prese il nome e da allora si chiamò Suor Celestina Donati. Era il 1889 e Marianna, ora Celestina, aveva 41 anni. Attenzione: non pensate a questa età com'è vissuta oggi. All'epoca si era irrimediabilmente vecchie. Ma il lavoro per lei era appena iniziato. La strada da seguire - tutta in salita e con una pendenza da Stelvio - le fu indicata da una bambina condotta al convento dalla mamma che voleva sottrarla alle botte del padre perché non vendeva abbastanza fiammiferi. Celestina riuscì a far pentire e convertire l'uomo, e alloggiò la famiglia nel convento. Tra parentesi: quanto ci sarebbe bisogno oggi del suo lavoro!


La biografia di Aladino Moriconi ha spesso passaggi un po' enfatici a cui non era facile sfuggire dovendo tessere le lodi della protagonista, ma è articolata e dettagliata. In più, a un certo punto traccia rapidamente una biografia, gustosa in quanto dal punto di vista di Satana, di San Giuseppe Calasanzio (José de Calasanz, 1557-1648), fondatore delle Scuole Pie, che creò a Roma nel 1597 la prima scuola gratuita per i poveri in Europa, e al cui nome, come abbiamo visto, è intitolato l'istituto.

Questa donna - diceva il maligno - si picca di far la scimmia a quel Giuseppe Calasanzio che, di certi monelli, che se ne stavan beatamente in piena libertà per le vie e per le piazze, con quelle sue Scuole Pie s'era ficcato in testa di farne della brava gente, senza avvedersi invece che ne faceva degli spostati: ma ebbe a fare in conti con me, ché gliene feci tante da farlo perfino arrestare e portare pubblicamente di pieno giorno al Santo Uffizio con tutto il suo stato maggiore; e poi gli mandai alla malora tutta quell'accozzaglia d'asini pezzenti dei suoi frati, costringendolo infine a morir di bile e quasi disperato, dopo averlo tartassato per quasi tutti i 92 anni della sua sciagurata vita. Così farò anche di questa esaltata piagnucolona, di questa pitocca che non rifinisce di portar della confusione tra i gaudentoni fiorentini per toglierli dalla loro beata indifferenza religiosa. 

L'unica (?) altra fotografia di Suor Celestina
Suor Celestina non si arrese né a Satana né, soprattutto, alla diffidenza dei fiorentini, inevitabile di fronte a principi come quello che sempre Moriconi le fa esprimere, rivolta alle altre suore:

Che ne dite voi, se si aprisse in Firenze un Laboratorio d'Arti e Mestieri per le ragazze del popolo, onde potessero guadagnar qualche cosa durante l'abilitazione  al lavoro, ed intanto avessero modo d'acquistarsi una formazione cristiana per divenir poi buone e brave madri di famiglia, sottraendole così alle speculazioni e alle cupidigie dei poco coscienziosi industriali, che soglion tenerle nei magazzini, ove è sbandito il santo timor di Dio?

Se l'idea può risultarci oggi superata, allora era ai limiti del sovversivo. E, mentre a Napoli il Beato Bartolo Longo (1841-1926) si occupava, anch'egli non esageratamente difeso e favorito, dei bambini dei carcerati, Celestina dedicò la sua attenzione alle bambine in particolare dei carcerati. Ancora Moriconi scrive che Suor Celestina "non con ciance accademiche, ma con la pratica luminosa dei fatti ha dimostrato falsa e crudele la teoria positivista di un Cesare Lombroso e di un Enrico Ferri, i quali pretendono che i figlioli seguano la natura dei padri: in modo che da un padre delinquente o pazzo debba nascere un figliolo delinquente o pazzo."
Non è una cosa rapida, né indolore. Ma è, come afferma Giampiero Pettiti su www.santiebeati.it, "un intervento che ancora suscita diffidenza e scandalo, tanto è poca la considerazione che all’epoca si ha per chi è in carcere. Ci vuole tempo e pazienza perché Madre Celestina riesca a far convergere sulla sua opera la beneficenza dei ricchi fiorentini, trasformando la loro “carità da salotto” in concreti interventi per i bisognosi."

L'interno di San Giuliano
Così, contrariamente a San Giuseppe Calasanzio, Suor Celestina incontrerà grosse difficoltà, non tanto dalla Chiesa, da cui anzi sarà appoggiata, in particolare dall'Arcivescovo Mistrangelo che era Padre Scolopio, quanto nel reperire i fondi. Nel trovare gli sponsor, insomma. C'era da mantenere una congregazione che pareva espandersi da sola. L'apertura di una Casa delle Calasanziane a Livorno fu la prima di una lunga serie. La suora ideò una colonia marina per la salute delle bimbe, sempre a Livorno. Istituì in San Giuliano l'Adorazione Perpetua del Santissimo, tuttora esistente. Era il 1900. Quattro anni dopo s'inaugurò la struttura di via delle Cento Stelle. Celestina non sapeva dire di no alle richieste di accoglienza di bambine bisognose. La sua esistenza fu così un continuo dibattersi tra la gestione delle suore, la ricerca e/o la manutenzione delle strutture d'accoglienza, l'attenzione alle bambine e soprattutto i conti da pagare. Rigidamente contraria ad accettare qualunque forma di sovvenzione fissa, faceva affidamento sulle donazioni da parte di famiglie per lo più nobili di cui doveva superare i pregiudizi e le resistenze. Resta celebre una battuta di Suor Celestina, riportata anche da Moriconi: "Gesù è morto sui chiodi, noi sui chiodi ci si campa". Un fiorentino sa bene che i chiodi in questione sono i debiti. Quando Mistrangelo si rallegrò con lei perché era guarita da una brutta polmonite e ne attribuì il merito anche alle preghiere delle bambine, ribatté: "Dica piuttosto che sono state le preghiere dei miei creditori".

Via delle Cento Stelle

Quando, in mezzo a non pochi ostacoli e dopo non pochi tentativi andati a vuoto, riuscì a realizzare il suo antico desiderio di aprire una casa a Roma, presso Porta Furba, Celestina aveva 75 anni. Avere 75 anni allora era come essere oggi intorno ai novanta. Scrive ancora Moriconi: "Le prime due bimbe là ricoverate si chiamavano Maria ed Angela: eran della Campagna romana ed avevano il babbo a Regina Coeli per molti e gravi delitti. Quelle creaturine, alle mani di un uomo bestiale..., erano in condizioni miserande! Una tra l'altro aveva i denti spezzati e l'altra aveva una gamba fratturata e bisognava operarla...". Un acceso e appassionato articolo sul Messaggero diede come risultato una serie di donazioni che ridussero la precarietà della nuova istituzione. Lo stesso effetto, anche se s'intende non certo risolutivo, ebbe per le strutture fiorentine un articolo sul Nuovo Corriere. Significativa una lettera scritta a Suor Celestina il 7 marzo 1925, quando era già gravemente malata, dall'amico scrittore e poeta Giulio Salvadori (1862-1928), nella quale le riassume il lavoro instancabile suo e della sorella Giuseppina per il sostentamento delle suore romane. Appelli, sottoscrizioni, richieste presso famiglie amiche. Questi sforzi non furono vani, anche se Celestina non fece in tempo a vederli: entro lo stesso anno si venne all'acquisto di un terreno con un casale a Primavalle, dove nel gennaio 1929 si aprì il nuovo asilo romano per le figlie dei carcerati. Quello che oggi è l'Oasi Celestina Donati. 

Moriconi descrive l'agonia della Suora con eccessiva enfasi retorica, ma la morte di Suor Celestina, avvenuta il 18 marzo 1925, fu in effetti motivo di costernazione sincera per tutta Firenze, e non solo. È morta una santa, fu la frase più ricorrente. Antonio Borrelli, sempre su www.santiebeati.it, scrive: "una decina d’anni dopo si cominciò ad istruire la causa per la sua beatificazione, il 12 luglio 1982 uscì il decreto d’introduzione; il 6 aprile 1998 si ebbe quello sull’eroicità delle virtù e il titolo di venerabile." Insomma, c'è voluto il suo tempo perché si arrivasse alla beatificazione, proclamata, come abbiamo visto, nel 2008. Da Elena Giannarelli, sul suo prezioso Donne di pietra (II ediz. Giorgi & Gambi 1999), veniamo infine a sapere che era stata approvata, da apporre sulla facciata della sede di via Faenza, una lapide che in realtà non è mai stata affissa. Diceva:


QUI LA FIORENTINA SUOR CELESTINA DONATI
VISSE SILENZIOSAMENTE SUI CHIODI 
PER ASSISTERE LE FIGLIE DEI CARCERATI


















mercoledì 12 dicembre 2018

I segreti di Giotto, ma anche no



"L'autoritratto di Giotto in Esaù respinto da Isacco" titola un articolo pubblicato dall'ANSA il 10 novembre. La notizia riguarda il celebre affresco (foto d'apertura) situato nella parte alta della Basilica superiore di Assisi, è ripresa dal Giornale dell'Arte e mi è stata inviata dall'amico Mauro Baroncini. La sedicente straordinaria scoperta che, diciamolo subito, fa acqua da tutte le parti, si deve a uno studioso di cui mi ero già occupato anni fa: Luciano Buso. Questi detiene un sito, www.lucianobuso.it, peraltro totalmente autoreferenziale, e afferma da anni di avere scoperto una tecnica di scrittura criptata, invisibile e/o mimetizzata, all'interno di una quantità di dipinti delle epoche e degli stili più disparati. Afferma Buso nello stesso comunicato: 


Leonardo firmò la Gioconda nascondendo nel ritratto più enigmatico della storia l'iniziale del suo nome nonché la data di composizione del dipinto, il 1501, e addirittura l'intera scritta 'Gioconda'. Ma non fu il solo. Lo stesso usavano fare in quel secolo Giorgione e Raffaello. E quasi duecento anni prima anche Giotto riempiva i suoi affreschi di scritte celate, iniziali, cifre. Il segreto? Una tecnica di scrittura nascosta nata come sorta di incancellabile autentica delle opere e tramandata di bottega in bottega, forse come protezione dai falsi, per oltre 700 anni, tanto che la conoscevano e la praticavano persino Klimt e Picasso.

Il Polittico Baroncelli in S. Croce a Firenze
Veramente le contraffazioni, artistiche e non, come oggi le concepiamo sono fenomeno relativamente recente. Come abbiano fatto poi i pittori a trasmettersi questo segreto senza che per 700 anni nessun non addetto ai lavori ne sia mai venuto a conoscenza prima di lui e tranne lui, Buso non lo spiega. Ma sorvoliamo su questo particolare. Buso non è nuovo ad annunci che riguardano uno degli affreschi più controversi della storia della pittura. Già nel 2008-9, sempre in Esaù respinto da Isacco, riteneva di scorgere “in basso al centro, dove il lenzuolo rosso che avvolge le gambe di Gesù si raggruma sotto il sedere, un volto, una faccia che spunta dalle pieghe; il volto ha lo sguardo serio, è schiacciato dal corpo di Gesù e pare voler uscire dalle pieghe che lo imprigionano, allusione forse questa al male che viene imprigionato e schiacciato dalla forza del bene! Personalmente penso sia proprio questo il messaggio esoterico che Giotto ha voluto tramandarci.” Buso scambiò allora Isacco per Gesù, ma anche questi sono evidentemente dettagli secondari. Però ammettiamolo: per scorgere il volto di cui parla Buso nell’affresco in questione, ci vuole veramente parecchia fantasia.
Stimmate di S. Francesco
Parigi, Louvre

Nel giugno 2011, un flash ANSA così diceva: "Non l'autentico sudario del Cristo e nemmeno l'opera di Leonardo, come qualcuno ha azzardato. Celata nel volto di Gesù morto, nella Sacra Sindone, ci sarebbe addirittura la firma di Giotto. Con tanto di data, 1315, perfettamente in linea con le analisi al carbonio 14 fatte negli anni Ottanta. A sostenerlo è uno studioso veneto, Luciano Buso". 
Su questa pagina del sito dell'Unione Cristiani Cattolici Razionali è riportata un'ampia sintesi delle confutazioni, più o meno sarcastiche, di questa teoria, e in più si ribadisce che Buso "ci aveva provato qualche tempo fa anche con la “Gioconda” di Leonardo Da Vinci, sostenendo di aver trovato negli occhi della donna numeri e lettere, legati alla tradizione ebraico-cabalistica, quella cristiana e quella dei templari, quella magica e quella naturalistica (cfr. Italiamagazine 3/2/11), ricevendo ovviamente risposte ironiche dai grandi esperti dell’arte e di Leonardo."

Il 10 novembre 2018, alla Domus Pacis di Santa Maria degli Angeli ad Assisi, Buso ha tenuto il convegno dal titolo "Giotto si rivela", durante il quale ha rivelato - appunto - il risultato dei suoi studi, eseguiti su foto ad alta risoluzione (!!!) dell'affresco. Copio dal suo sito. 


“Quanto ora emerso nell’affresco di Assisi – sostiene Buso – fa risultare inesatta l’attribuzione sinora suggerita al Maestro di Isacco perché svilisce l’opera del grande Giotto, padre assoluto della pittura moderna. Essa ci ha rivelato anche i suoi contenuti segreti e sottolineato la straordinaria qualità, la complessità dell’impianto e le sue meravigliose cromie. Fu quindi certamente Giotto di Bondone a firmare l’affresco nel 1315 e lo fece celando ovunque le sue firme ‘Giottvs B’, ‘Giottvs IV aprilis 1315’ e ‘GB’. Una di esse pare essere la firma ufficiale in quanto apposta a forma di semi lunetta in basso al centro, appena sopra la grande decorazione floreale, firma oggi sgranata e in parte consunta ma ancora leggibile. Oltre le molteplici firme segrete sono emerse le date ‘1315’ e ’15’ le quali stabiliscono in modo sicuro la corretta datazione dell’opera che non fu dipinta nel 1291-1295, ma quasi venticinque anni dopo.


Il Polittico di Bologna

L'affresco poi risulterebbe brulicare di figure aliene che nessuno, in oltre 700 anni, aveva notato. Così la nota ANSA: 


Quanto a queste altre figure ritrovate, scrive Buso, "alcune rappresentano volti demoniaci con addirittura il corno, altre paiono rappresentare un re e una regina dell'epoca".

Ma non solo. Perché tra le tante figure "aliene", sostiene Buso, c'è un volto che sembra proprio essere un autoritratto di Giotto. "Si trova in alto a sinistra, proprio sopra la tenda con la fascia azzurra", dice, vicino alla grande data '15'. "Il volto reca a cappello la data e questo mi ha indotto a pensare che esso rappresenti qualcuno di importante, ritenuto dall'artista trecentesco degno di attenzione". Quel volto, sottolinea, sembra riportare "una certa somiglianza" con un ritratto di Giotto eseguito nel XVI secolo.

Un volto, dunque, criptato (a che scopo?), che dev'essere l'autoritratto perché somiglia a un ritratto di Giotto eseguito duecento anni dopo la sua morte. Sarà. Ma andiamo avanti.
Di Giotto abbiamo tre opere firmate: le Stigmate di San Francesco, firmato OPUS JOCTI FLORENTINI, il Polittico Baroncelli, firmato OPUS MAGISTRI JOCTI) e il Polittico di Bologna firmato OP[US] MAGISTRI IOCTI D[E] FLOR[ENTI]A. Nessuno dei tre è firmato Giottvs, tanto meno Giottvs B (Bondone?).

La Croce dipinta in Santa Maria Novella a Firenze

Quanto alla datazione al 1315 (lo stesso anno in cui Giotto avrebbe fatto pure la Sindone), si aggiudica la palma dell'impossibilità assoluta, dato che sconquasserebbe tutte le conoscenze storiche e documentali dell'intera vicenda non solo relativa alla Basilica Superiore di Assisi, ma in un certo senso all'intera storia dell'arte. Nel 1315 la Cappella degli Scrovegni era già stata ultimata da tempo, la Madonna di Ognissanti lasciava senza fiato chiunque entrasse nella Chiesa omonima a Firenze e, grazie a Giotto, la pittura era stata mutata dal greco al latino, per usare le parole di Cennino Cennini. Di questa mutazione, Isacco respinge Esaù fu il capostipite.
Luciano Bellosi, nel 2007, citò una fonte scoperta di recente, un trattatello del 1310, scritto dai frati francescani conventuali, in cui si dichiarava che la Basilica di Assisi era stata fatta affrescare da Papa Niccolò IV, il quale regnò dal 1288 al 1292. Scrive Bellosi: 

Giotto dovette incominciare a lavorare ad Assisi intorno al 1290. Le arti della decorazione della Basilica superiore dovute a lui e alla sua bottega si distinguono nettamente da quelle precedenti non solo per caratteristiche personali, ma perché rappresentano un ordine di idee completamente nuovo. Le prime figurazioni eseguite dal grande pittore fiorentino sono le due Storie di Isacco (Isacco che benedice Giacobbe e Isacco che respinge Esaù) dove la casa del patriarca è un vano architettonico dalle articolazioni sottili, ma robuste e razionali, che creano uno spazio chiaramente delimitato e ricco di punti di riferimento per visualizzare ciò che sta davanti e ciò che sta dietro. 

La Madonnina di Borgo San Lorenzo
Non è vero infine che, come afferma Buso, "l’attribuzione dell’affresco è stata elusa per lungo tempo a causa delle incertezze accademiche, oggi superate con l’avvento della nuova scienza, del nuovo metodo d’indagine, dei nuovi studi." Al contrario, l'attribuzione dell'affresco è stata un vero terreno di battaglia tra storici dell'arte, che si sono combattuti a lungo anche aspramente. Si erano fatti i nomi, oltre che del Maestro d'Isacco inventato ad hoc, del romano Pietro Cavallini, di Gaddo Gaddi, di Arnolfo di Cambio, e naturalmente di un giovane ma prorompente Giotto. Oggi si assegna quasi unanimemente a quest'ultimo, senza bisogno di incursioni criptico esoteriche. In particolare dopo il restauro della Madonnina di Borgo San Lorenzo (1985 circa), le cui affinità con l'affresco di Assisi sono risultate sbalorditive. Scrive Angelo Tartuferi (2007):

L'identificazione del cosiddetto Maestro di Isacco con Giotto appare pressoché certa alla luce della sorprendente affinità che lega queste pitture murali alle opere su tavola che la critica riconosce come i più antichi esemplari autografi del maestro fiorentino a noi pervenuti: il frammento di una grande Maestà conservato nella pieve di Borgo San Lorenzo, nel cuore del Mugello, luogo d'origine della famiglia di Giotto, e la grande Croce dipinta della basilica di Santa Maria Novella a Firenze.