sabato 15 aprile 2017

Lorenzo Lippi vs. Pietro da Cortona


La chiesa dei Santi Michele e Gaetano, o più brevemente di S. Gaetano, si trova in Piazza Antinori a Firenze e non è particolarmente presa di mira dal turismo di massa, pur possedendo una non indifferente quantità di tesori. Se ci andate, tra le altre cose, avrete modo di ammirare, nelle cappelle di sinistra Franceschi e Ardinghelli, che sono una accanto all'altra, i lavori di due artisti seicenteschi destinati a non intendersi: Pietro da Cortona, al secolo Pietro Berrettini (1596-1669) e Lorenzo Lippi (1606-1665).

Pietro da Cortona: L'età dell'oro,
Sala della Stufa, Palazzo Pitti
Nel 1637 il Granduca Ferdinando II, per decorare le stanze di Palazzo Pitti, volle a Firenze una delle superstar del barocco romano. Pittore, architetto, stuccatore, Pietro da Cortona aveva fatto delle decorazioni di Palazzo Barberini una sorta di manifesto di questo stile.
Giunto a Firenze, Pietro dispensò generosamente il suo indubbio virtuosismo nella Sala della Stufa e nelle sale di Venere, Giove, Marte e Apollo.

Naturalmente, tutti gli artisti che lavoravano in una Firenze, bisogna dirlo, un po' sonnolenta, vollero andare a esaminare l'opera di questo artista proveniente da Roma  ed esponente di una sorta di avanguardia dell'epoca. Le trovate e le soluzioni artistiche di Pietro non mancarono di affascinare i numerosi pittori fiorentini. Molti ne subirono l'influenza e il loro stile cambiò. Il Volterrano è un buon esempio.

Non fu così per Lorenzo Lippi. Fiorentinaccio di grande talento e di grande cultura, religiosissimo ma non bacchettone, al contrario personaggio allegro e beffardo nonché ottimo compagno di mangiate & bevute, Lorenzo era uno degli allievi prediletti di Matteo Rosselli.

Lorenzo Lippi: Crocifissione, 1647. Museo S. Marco
Certamente ammirò opere come L'età dell'oro, ma non si lasciò irretire. Scrisse il suo biografo e amico Filippo Baldinucci che egli aveva come un chiodo fisso "sempre intorno alla semplice imitazione del naturale, poco o nulla cercando quel più che anche senza scostarsi dal vero può l'ingegnoso artefice aggiunger di bello all'opera sua". Non c'è dunque da sorprendersi se il barocco gli risultava uno stile estraneo non solo a lui, ma alla storia e alla cultura più squisitamente fiorentina, della quale si sentiva parte attiva. Giova poi ricordare che in tutta la sua vita, a parte Matteo Rosselli, considerò come suo maestro, "in tutto e per tutto conforme al suo cuore", quel Santi di Tito che si era battuto contro le degenerazioni del manierismo.

Santi di Tito: L'Assunta.
Pieve di Fagna, Scarperia (FI)

Leggiamo cosa scrisse la compianta Chiara D'Afflitto (1953-2007), la più autorevole studiosa di Lorenzo Lippi dei giorni nostri:

Nel suo caso [di Santi di Tito] la reazione puristica, instaurata allo scadere del '500, era mirata a superare le degenerazioni della cultura tardo manierista, ai fini di una esposizione più diretta e colloquiale, dei temi sacri; nel caso del Lippi l'obiettivo era quello di contrastare le soluzioni 'morbide' della pittura contemporanea locale e le innovazioni barocche importate a Firenze, in nome di valori stabili e condivisi e a garanzia di una piana comunicazione di contenuti.

 E ancora: 

Il suo 'genio alla pura imitazione del vero' [ancora Baldinucci] non era in funzione realistica bensì di un rigoroso purismo figurativo, dal quale era bandito ogni cedimento decorativo. 


Lorenzo Lippi lavorò alla Cappella Ardinghelli in S. Gaetano tra il 1642 e il 1643. La volta, qui riprodotta, non sarà magari il suo capolavoro. Ma ci risulta veramente come una sorta di risposta al dilagare dello stile che egli seguitava a non comprendere. Con questo affresco, Lorenzo sembra dire ai contemporanei: "Sentite figlioli, a nessuno salti in mente che io dica che non mi garba il barocco perché non son capace di fare gli svolazzi dei putti contorsionisti. Volete gli angiolini? Vi ce li metto, con le loro brave ombre portate che neanche Rembrandt. Ma li posiziono in modo che i vostri sguardi non ci si soffermino per dire uh quant'è bravo Lorenzo, ma ci scorrano per convergere sull'evento che rappresento: l'Incoronazione della Vergine. Su questo si deve concentrare l'attenzione di chi guarda e a questo deve concorrere ogni elemento di contorno. A Firenze si fa così. Lo si fa da quando Giotto ha inventato la pittura come ancora oggi è universalmente concepita, barocco compreso (e come lo sarà anche nel XXI secolo), e da questo solco non ho nessuna intenzione di uscire."

Pietro da Cortona, oberato da una marea di ingaggi, impiegò parecchi anni per realizzare la grande pala della cappella Franceschi. Il Martirio di San Lorenzo, che gli fu commissionato nel 1637, vi fu collocato alla fine nel 1653. Lo stile è del tutto inconfondibile, ma vi è una maggiore cura nel ridurre la frammentarietà e la dispersione a favore di un centro focale costituito dalla figura del Martire. La sacralità del soggetto lo imponeva, certo, ma si ha come la sensazione che il Maestro del barocco, durante il suo soggiorno, abbia assorbito almeno in parte la lezione fiorentina e vi abbia, sempre in parte, adeguato il suo stile.





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