sabato 15 aprile 2017

Lorenzo Lippi vs. Pietro da Cortona


La chiesa dei Santi Michele e Gaetano, o più brevemente di S. Gaetano, si trova in Piazza Antinori a Firenze e non è particolarmente presa di mira dal turismo di massa, pur possedendo una non indifferente quantità di tesori. Se ci andate, tra le altre cose, avrete modo di ammirare, nelle cappelle di sinistra Franceschi e Ardinghelli, che sono una accanto all'altra, i lavori di due artisti seicenteschi destinati a non intendersi: Pietro da Cortona, al secolo Pietro Berrettini (1596-1669) e Lorenzo Lippi (1606-1665).

Pietro da Cortona: L'età dell'oro,
Sala della Stufa, Palazzo Pitti
Nel 1637 il Granduca Ferdinando II, per decorare le stanze di Palazzo Pitti, volle a Firenze una delle superstar del barocco romano. Pittore, architetto, stuccatore, Pietro da Cortona aveva fatto delle decorazioni di Palazzo Barberini una sorta di manifesto di questo stile.
Giunto a Firenze, Pietro dispensò generosamente il suo indubbio virtuosismo nella Sala della Stufa e nelle sale di Venere, Giove, Marte e Apollo.

Naturalmente, tutti gli artisti che lavoravano in una Firenze, bisogna dirlo, un po' sonnolenta, vollero andare a esaminare l'opera di questo artista proveniente da Roma  ed esponente di una sorta di avanguardia dell'epoca. Le trovate e le soluzioni artistiche di Pietro non mancarono di affascinare i numerosi pittori fiorentini. Molti ne subirono l'influenza e il loro stile cambiò. Il Volterrano è un buon esempio.

Non fu così per Lorenzo Lippi. Fiorentinaccio di grande talento e di grande cultura, religiosissimo ma non bacchettone, al contrario personaggio allegro e beffardo nonché ottimo compagno di mangiate & bevute, Lorenzo era uno degli allievi prediletti di Matteo Rosselli.

Lorenzo Lippi: Crocifissione, 1647. Museo S. Marco
Certamente ammirò opere come L'età dell'oro, ma non si lasciò irretire. Scrisse il suo biografo e amico Filippo Baldinucci che egli aveva come un chiodo fisso "sempre intorno alla semplice imitazione del naturale, poco o nulla cercando quel più che anche senza scostarsi dal vero può l'ingegnoso artefice aggiunger di bello all'opera sua". Non c'è dunque da sorprendersi se il barocco gli risultava uno stile estraneo non solo a lui, ma alla storia e alla cultura più squisitamente fiorentina, della quale si sentiva parte attiva. Giova poi ricordare che in tutta la sua vita, a parte Matteo Rosselli, considerò come suo maestro, "in tutto e per tutto conforme al suo cuore", quel Santi di Tito che si era battuto contro le degenerazioni del manierismo.

Santi di Tito: L'Assunta.
Pieve di Fagna, Scarperia (FI)

Leggiamo cosa scrisse la compianta Chiara D'Afflitto (1953-2007), la più autorevole studiosa di Lorenzo Lippi dei giorni nostri:

Nel suo caso [di Santi di Tito] la reazione puristica, instaurata allo scadere del '500, era mirata a superare le degenerazioni della cultura tardo manierista, ai fini di una esposizione più diretta e colloquiale, dei temi sacri; nel caso del Lippi l'obiettivo era quello di contrastare le soluzioni 'morbide' della pittura contemporanea locale e le innovazioni barocche importate a Firenze, in nome di valori stabili e condivisi e a garanzia di una piana comunicazione di contenuti.

 E ancora: 

Il suo 'genio alla pura imitazione del vero' [ancora Baldinucci] non era in funzione realistica bensì di un rigoroso purismo figurativo, dal quale era bandito ogni cedimento decorativo. 


Lorenzo Lippi lavorò alla Cappella Ardinghelli in S. Gaetano tra il 1642 e il 1643. La volta, qui riprodotta, non sarà magari il suo capolavoro. Ma ci risulta veramente come una sorta di risposta al dilagare dello stile che egli seguitava a non comprendere. Con questo affresco, Lorenzo sembra dire ai contemporanei: "Sentite figlioli, a nessuno salti in mente che io dica che non mi garba il barocco perché non son capace di fare gli svolazzi dei putti contorsionisti. Volete gli angiolini? Vi ce li metto, con le loro brave ombre portate che neanche Rembrandt. Ma li posiziono in modo che i vostri sguardi non ci si soffermino per dire uh quant'è bravo Lorenzo, ma ci scorrano per convergere sull'evento che rappresento: l'Incoronazione della Vergine. Su questo si deve concentrare l'attenzione di chi guarda e a questo deve concorrere ogni elemento di contorno. A Firenze si fa così. Lo si fa da quando Giotto ha inventato la pittura come ancora oggi è universalmente concepita, barocco compreso (e come lo sarà anche nel XXI secolo), e da questo solco non ho nessuna intenzione di uscire."

Pietro da Cortona, oberato da una marea di ingaggi, impiegò parecchi anni per realizzare la grande pala della cappella Franceschi. Il Martirio di San Lorenzo, che gli fu commissionato nel 1637, vi fu collocato alla fine nel 1653. Lo stile è del tutto inconfondibile, ma vi è una maggiore cura nel ridurre la frammentarietà e la dispersione a favore di un centro focale costituito dalla figura del Martire. La sacralità del soggetto lo imponeva, certo, ma si ha come la sensazione che il Maestro del barocco, durante il suo soggiorno, abbia assorbito almeno in parte la lezione fiorentina e vi abbia, sempre in parte, adeguato il suo stile.





lunedì 10 aprile 2017

Un Enrico Pazzagli inedito: le caricature



Si può affermare con ragionevole sicurezza che Enrico Pazzagli, classe 1933, è il più noto e stimato pittore mugellano. Dei suoi indimenticabili acquerelli, delle sue vedute di luoghi a elevato rischio oblio, delle sue illustrazioni storiche, è stato raccontato molto. Il suo lavoro, o meglio divertimento, come caricaturista è invece sconosciuto ai più. Io stesso ne sono venuto a conoscenza solo qualche giorno fa, andandolo a trovare nella sua bella casa alle porte di Borgo S. Lorenzo. Enrico ha cominciato a raccontarmi dei suoi inizi di carriera. Carriera per modo di dire, perché non ha mai voluto fare della pittura la sua (unica) professione.

Da sin. Pier Nicola Ricciardelli, Enrico Pazzagli, Filippo Benci, Diana Polo, Mauro Baroncini
Talento e passione gli nacquero frequentando da ragazzo lo studio di Mario Lapi, suo parente alla lontana. Dopo aver lavorato per un'azienda di cartelli pubblicitari all'inizio degli anni 60, si mise in proprio. La sua prima personale risale al 1968. 
Fu poi richiesto a gran voce dalla Pastuco, un'azienda di lavorazione della plastica, come disegnatore grafico (aveva frequentato la scuola d'arte e pubblicità). Questa venne poi rilevata dagli americani. Si era intorno al 1974. Fu allora che colleghi e/o dirigenti iniziarono ad apprezzare le caricature che per divertimento faceva loro. Gliene chiedevano sempre più spesso, ed Enrico non si tirava indietro. Alla fine, nessuno si salvò dai suoi acquerelli (e non gli pareva il vero). Non si salvò neanche il gigadirettore intergalattico della Mobil Plastic, emanazione diretta della Mobil Oil. Sì: una delle sette sorelle!

Queste immagini Enrico non le ha più, ma ne conserva le foto, e io le ho rifotografate, con tutti i limiti che ciò comporta. "Certo, mi dice, per apprezzarle bisognerebbe conoscere tutti i personaggi che vi ho immortalato. Ognuno ha la sua caratterizzazione, il suo contesto, la sua battuta caratterizzante. Tutti ridevano, tutti mi ringraziavano. Sì, anche il megadirettore."
In effetti, ora si può 'solo' ammirare incondizionatamente la cura straordinaria con cui i personaggi sono disegnati uno ad uno, e immaginarsi la quantità di retroscena che le figurine sottintendono.



Io però mi ricordavo di alcuni ritratti che Enrico mi aveva mostrato tempo addietro. Gli ho chiesto di ricercarli. Me li ha ritrovati. Anche di questi gli sono rimaste solo le fotografie. 
Sono figure di personaggi incontrati da Enrico lungo gli anni, tratteggiati in modo meno essenziale che penetrante. Non sono caricature. Non sono neanche ritratti.


L'ultimo mostra Michelino. "Un orfanello, rinvenuto nel vagone di un treno merci, e che per tutta la sua esistenza non seppe chi era...". Qualcosa che davvero non fa sorridere. Eppure questi dipinti, peraltro eseguiti nello stesso periodo, sono in qualche modo parenti stretti di quelli che strappavano risate.Tutti concorrono a farci capire come Enrico Pazzagli, famoso soprattutto per i suoi paesaggi, sia uno straordinario osservatore dell'animo umano, con un talento smisurato nel riportarlo su tela o su carta. E dotato di una ugualmente straordinaria sensibilità, che diviene capacità di stabilire quando i suoi soggetti meritino una sana, allegra risata o, al contrario, un sorridente ma commosso senso di partecipazione umana.   







giovedì 6 aprile 2017

Baccia, che allevò un Vescovo e due Papi

Sulla parete interna della facciata della Chiesa di San Giovanni Maggiore, presso Panicaglia (Borgo S. Lorenzo, FI), anche se non si notano molto, vi sono, situati a circa quattro metri dal suolo sopra alle due porte minori, le riproduzioni di due busti, i cui originali si trovano adesso al Museo Beato Angelico di Vicchio, e che sovrastano due lapidi. Lo storico mugellano Luigi Andreani, nel 1917, scrisse una breve monografia su una di esse.

La lapide, di pessima fattura, era ardua da interpretare. Valentino Felice Mannucci, nel compilare nel 1742 le sue Notizie del Borgo San Lorenzo e suo territorio, non ne era venuto a capo. Andreani ricostruì a fatica l'enunciato, pieno di simboli e abbreviazioni:

BACCIAE MINERVETTAE DE MOEDICIS, SOLERTIAE CVIVS FILIOS ET FAMILIAM OMNEM LAV[RENTIVS] ILLE MED[ICES] PRAEMORTVA VXORE, CREDIDIT, EI[QVE] SIC CONTIG[IT]LEONEM ET CLEMENTEM PONT[IFICES] MAX[IMOS] FELICITER EDVCARE, FR[ANCISCVS] ARCHIE[PISCO]PVS TVRRITANVS E[T] ARETINVS EP[ISCOP]VS I[PSIVS] MATRI S[ACRAVIT]



Il busto - scrisse - è dunque dedicato a Bartolomea di Bernardo de' Medici, moglie del cavalier Tommaso di Andrea Minerbetti e madre di Francesco Minerbetti, di cui parleremo poi. Bartolomea, detta Baccia (oggi come diminutivo non suona molto fine), ebbe la ventura di ricevere in affidamento da Lorenzo il Magnifico, dopo che era rimasto vedovo, i di lui sette figli e - per lo meno - un nipote. Tra i figli di Lorenzo vi era Giovanni, futuro Papa Leone X. Il nipote era Giulio, futuro Papa Clemente VII. La donna raffigurata fu, dunque, l'educatrice di due papi e un vescovo, il figlio Francesco. Quest'ultimo, sempre secondo la lapide, volle dedicare, a lei e al padre, un doppio monumento. Seppure - Andreani se ne chiede il perché, senza sapere rispondere - non di grande valore, oltre che situato nei due punti forse più bui della chiesa.

Parlerò in un prossimo post dell'origine inglese e della discendenza da S. Thomas Becket, postulata ma molto dubbia, della famiglia. I Minerbetti furono ad ogni modo eruditi e munifici, e diedero lustro a Firenze. Ebbero, secondo lo storico Giuseppe Maria Mecatti (1754), 33 priori, 13 gonfalonieri, sei senatori, Cavalieri di Malta e di S. Stefano, e alcuni Vescovi. Con ogni probabilità, Francesco fu l'esponente più illustre. Fu scolaro di Bastiano Salvini, cugino e discepolo di Marsilio Ficino. L'elenco delle cariche religiose da lui ricoperte è interminabile. Legato come abbiamo visto da parentela ed amicizia con i Medici, quando questi caddero in disgrazia egli fu da Leone X  mandato a Sassari, dove fu Arcivescovo dal 1515 al 1517. Sotto la sua reggenza fu ultimata la ristrutturazione della Cattedrale di San Nicola. Nel 1520 fece restaurare la chiesina di San Maurizio a Doccia, sotto Fiesole, tra due ville (villa Egerton e villa Chambers) di cui la famiglia aveva preso possesso. Nel 1525 divenne Arcivescovo d'Arezzo. Nel 1533, tenendo fede a un voto per il ritorno dei Medici a Firenze, fondò la Chiesa e Monastero di San Silvestro, in Borgo Pinti.

Lapide commemorativa della fondazione del Monastero.
In alto lo stemma Minerbetti. Foto Sailko

Nel 1536 concesse l'autorizzazione a erigere una cappella nel luogo vicino ad Anghiari in cui la Madonna apparve a una pastorella di nome Marietta; cappella che poi sarebbe diventata il Santuario della Madonna del Carmine al Combarbio. Nel 1538 rinunziò al Vescovado aretino per ritirarsi a vita privata, ma ebbe ugualmente numerosi incarichi: venne inviato tra l'altro come ambasciatore per l'arrivo dell'Imperatore Carlo V. Francesco Minerbetti morì nel 1543. Nella cappella di famiglia in Santa Maria Novella pose una lapide dedicata al padre Tommaso e una a se stesso. Palazzo Minerbetti si trova in Via Tornabuoni, angolo Via del Parione.



Come abbiamo visto, Andreani analizzò solo la lapide sotto il busto di Bartolomea. Nella voce dedicata a San Giovanni Maggiore, Emanuele Repetti dà invece una traduzione libera quanto efficace dell'altra lapide, sotto al busto di Tommaso Minerbetti: "Francesco Minerbetti Arciv. Turitano restaurò questo tempio quasi diruto, raddoppiò le sue entrate, e insignì la sua famiglia del di lei giuspadronato". Continua Repetti: "diritto [il giuspadronato] sino dall'anno 1513 stato concesso dal Pont. Leone X a Francesco e ad Andrea fratelli Minerbetti ed ai loro eredi e successori, nei quali infatti si mantenne insino all'ultimo fiato di quella famiglia, spento sul declinare del secolo XVIII". Infatti Andrea Minerbetti, che nel 1774 aveva fatto compilare una storia della sua famiglia attraverso le carte d’archivio, aveva avuto una sola figlia, Teresa. Quando, nel 1771, quest'ultima sposò il Marchese Nicolao Santini, patrizio di Lucca, la famiglia Minerbetti si estinse.

giovedì 30 marzo 2017

GABBATO LO SANTO 5: Il bidone di Santa Reparata

In realtà, stavolta gabbato non fu lo santo, o meglio la santa. Gabbati furono li fiorentini, i quali nel 1352 ricevettero un pacco in piena regola, da far invidia ai venditori di finti tablet dietro il parcheggio dell'autogrill. Ma andiamo per ordine.

La figura di Santa Reparata, qui in una scultura di Andrea Pisano custodita nel Museo dell'Opera del Duomo, non è affatto caduta nell'oblio. Ancora oggi gode di una certa popolarità ed è patrona tra l'altro di Nizza e, in Italia, di Atri (Teramo), Casoli (Chieti), Teano (Caserta), e compatrona di Firenze. Ad Atri si festeggia ancora il Trionfo di S. Reparata il sabato e la domenica successivi alla Pasqua. A Terra del Sole (Castrocaro Terme) si svolge ogni anno, la prima domenica di settembre, un Palio dedicato alla santa, tra le due contrade di Borgo Romano e di Borgo Fiorentino.

Come tutti sanno, a Santa Reparata era intitolata  la Cattedrale fiorentina, prima che venisse sostituita da S. Maria del Fiore. Giovanni Villani ne racconta le premesse:

Essendo la nostra provincia di Toscana stata in questa afflizzione, e la città di Firenze per la venuta e assedio de' Gotti in grande tribolazione, sì era in Firenze per vescovo uno santo padre ch'ebbe nome Zenobio. Questi fu cittadino di Firenze, e fue santissimo uomo, e molti miracoli fece Idio per lui, e risuscitò morti, e si crede che per gli suoi meriti la città nostra fosse libera da' Gotti, e dopo la sua vita santa molti miracoli fece. E simile santificò colui santo Crescenzio e santo Eugenio suo diacano e soddiacano, i quali sono soppelliti i loro corpi santi nella chiesa di Santa Reparata, la quale prima fu nomata Santo Salvadore; ma per la vittoria [nel 405] che Onorio imperadore co' Romani e co' Fiorentini ebbono contra Rodagaso re de' Gotti il dì di Santa Reparata , fu a sua reverenza rimosso il nome e la grande chiesa di Santo Salvadore in Santa Reparata, e rifatto Santo Salvadore in vescovado, com'è a ' nostri dì. 

La chiesa risale in effetti probabilmente a quegli anni, ma quella dell'intitolazione è senza dubbio una leggenda. A parte il fatto che la battaglia ebbe luogo il 23 agosto e il giorno di S. Reparata è l'8 ottobre, nel V secolo Santa Reparata di Cesarea in Palestina, Vergine e Martire, era completamente sconosciuta. Non era stata menzionata neanche dal suo concittadino Eusebio di Cesarea, il che ha fatto sostenere a molti che non sia mai esistita.
Antonio Borrelli afferma: "Non si trova traccia del culto di s. Reparata prima della metà del secolo IX quando, nel ‘Martirologio di Beda’, compare per la prima volta il suo nome all’8 ottobre. Questo manoscritto era proveniente dall’abbazia di Lorsch, nella regione di Würzburg (si tratta dell’attuale ‘Palatino Latino 833’ della Biblioteca Vaticana)". La foto sottostante mostra la pagina appartenente al suddetto manoscritto in cui dunque, per la prima volta, leggiamo il nome della nostra Santa (rendiamo grazie al web).


La diffusione del culto di S. Reparata avvenne in seguito, ma rapidamente e un po' in tutta Europa, ma soprattutto nei paesi del Mediterraneo, con ogni probabilità per il tramite del commercio con l'oriente.
Il ‘Martirologio Romano’, nella sua essenzialità, scrive all’8 ottobre “A Cesarea di Palestina, il martirio di S. Reparata vergine e martire; poiché rifiutava di sacrificare agli idoli, sotto l’imperatore Decio [dunque intorno al 250], fu sottoposta a diverse specie di torture e fu infine messa a morte con un colpo di clava. Si vide la sua anima uscire dal corpo e salire al cielo sotto forma di colomba”. Gli agiografi medievali, dotati meno di immaginazione che di gusto dell'orrido, vollero specificare le torture. Secondo i passionali dell'epoca (un esempio è quello riportato da Marténe e Durand nel loro Veterum Scriptorum e Monumentorum del 1729), una orgogliosa e serena Reparata tredicenne fu sottoposta nell'ordine a: colata di piombo fuso; tenaglie arroventate; lancio nella fornace. Tutto inutile, il Signore la proteggeva e lei non fece una piega. Decio intimò il pubblico ludibrio coi capelli rasati. Poiché neanche questo le fece rinnegare il Signore, fu decapitata, dopodiché la sua anima, come abbiamo visto, uscì dalla sua bocca volando via in forma di colomba bianca.
Sul destino della salma della giovane martire, come sulle sue apparizioni, le leggende, tutte sviluppatesi nel Medioevo, sono ancora più numerose e fantasiose. Si parla di trasporti ad opera degli angeli, via terra o via mare. Una barca abbandonata approdò a Nizza, e fu così che la santa, sepolta nella Cattedrale poi a lei intitolata, ne divenne patrona.

La Cattedrale di S. Reparata a Nizza.
Myrabella / Wikimedia Commons
A Buddusò (Sassari) la Santa apparve a un pastorello e gli chiese di costruire ivi una chiesa. Un'altra barca giunse a Scauri (Latina). Dopo una sepoltura in loco si tentò una traslazione in Benevento, ma i buoi che trainavano la salma si fermarono risolutamente a Teano. Qui sorse un monastero - poi soppresso nel XVI secolo -, e qui (sì: anche qui) S. Reparata ebbe sepoltura.

Teano fu la sede del bidone. L'episodio è narrato da Matteo Villani. 
Si era nel 1352. Ambasciatori di Firenze presenziavano all'incoronazione di Re Luigi con la Regina Giovanna. Colsero l'occasione per chiedere una reliquia della salma di S. Reparata, anche essendo Teano sotto il Conte Francesco di Monte Scheggioso, figlio del Conte Novello grande amico di Firenze. L'abbadessa di Teano acconsentì a donare un braccio della santa, però chiese alcuni giorni di tempo in modo da evitare troppa pubblicità all'evento, che sarebbe certamente dispiaciuto ai fedeli. Infine il braccio fu consegnato e portato a Firenze, dove fu ricevuto dal Vescovo con una processione solenne, alla quale intervennero "tutti i prelati, chierici e religiosi della città di Firenze con grandissimo popolo d'uomini e di femmine, con molti torchi accesi comandati per l'arti e forniti per lo Comune". Era il 22 giugno 1352. Da allora fu un continuo flusso di fedeli accorsi da ogni dove a venerare la reliquia.
Nell'ottobre del 1356 qualcuno ebbe la malaugurata idea di trasferire il preziosissimo e venerato braccio in un reliquiario più pregiato e degno. Lo si estrasse così dal reliquiario originale e venne a galla la fregatura - e la spiegazione dei giorni d'attesa chiesti dalla scaltra badessa - comminata ai fiorentini. Il sedicente braccio di S. Reparata era di legno, con un rivestimento di gesso.






lunedì 27 marzo 2017

L'ultimo feudo






Si raggiunge Turicchi, venendo da Dicomano (FI), prendendo un bivio a sinistra dopo avere superato Contea e salendo un'erta non indifferente fino ad affacciarsi da quota 360 su un ampio e splendido panorama della Val di Sieve di fronte Poggio alla Croce. Turicchi è oggi una piccola frazione fatta di case sparse con poche decine di abitanti, che però si anima dal 4 al 6 luglio in occasione dei festeggiamenti per San Pietro, cui è intitolata la chiesa, e di quelli per San Romolo. Dal 2008 è stata ripresa l'antica tradizione di recarsi alla Cattedrale di Fiesole per consegnare un cero di sei libbre al Vescovo.
Il Sindaco di Rufina, Mauro Pinzani, esemplarmente ferrato in materia,tempo addietro mi fornì volentieri molte altre notizie. Eccone un sunto.
Turicchi ha avuto una storia un po' a sé nella zona del Mugello e della Val di Sieve. Il nome è dovuto quasi certamente alla presenza, un tempo, di una torre di guardia (turricula). Il territorio fu concesso dal potere imperiale, come possedimento feudale, al Vescovo di Fiesole - che acquisiva così il titolo di conte - verso il VII, VIII secolo. La data precisa non è chiara. Non ne sono venuti a capo storici come Repetti o, più di recente, Laura Cofacci. La quale, nel 1989, pubblicò Turicchi e i suoi statuti, edito da Pagnini.
La chiesa di S. Pietro 
 
Il nome di Turicchi viene fatto ufficialmente per la prima volta nel 1103, su una bolla del Papa Pasquale II che confermava appunto le corti di Turicchi e Castiglione, insieme col Castello di Agna, al Vescovo di Fiesole. Turicchi rimase a lungo feudo vescovile fiesolano. Come poté attraversare indenne tutte le vicissitudini che videro fronteggiarsi Firenze e Fiesole - con distruzione di quest'ultima -? Poté perché la presenza di un potere temporale fiesolano serviva alla Repubblica fiorentina per temperare l'autorità del Vescovo di Firenze. Fra il XIV e il XV secolo la situazione si stabilizzò, e Firenze non andò oltre dispute di tipo giuridico amministrativo, non vedendo la necessità di azioni di sottomissione. Così Turicchi poté almeno in buona parte gestirsi autonomamente, e darsi statuti altrettanto autonomi come quelli, datati 1455, ammirevolmente trascritti da Laura Cofacci e di cui si è detto. Solo nel 1775, dopo vari tentativi, approfittando della morte di un Vescovo, il Granduca Pietro Leopoldo di Lorena dichiarò la fine della contea e l'annessione del territorio di Turicchi al Granducato. Questo territorio, che si estendeva fino al torrente Moscia, era dunque rimasto con ogni probabilità l'ultimo feudo della regione. Terminarono così una serie di privilegi di cui Turicchi godeva grazie alla sua autonomia: esenzioni da tasse e gabelle, innanzitutto, e il fatto di essere in pratica zona franca. Il che attirò nel territorio parecchi sbandati e anche contrabbandieri e briganti in fuga da Firenze, e certamente non procurò una gran fama alla zona. Racconta Mauro Pinzani: "Questa nomea è rimasta a lungo. Ancora alla fine dell'Ottocento, quando un treno giungeva alla stazione di Contea, c'era l'uso di dire 'Stazione di Contea, valige davanti!' nel senso che se le tenevi dietro te le rubavano! Alla Rufina, quando era un borgo più piccolo, avevano fatto richiesta per un mercato settimanale, ma veniva rifiutato per la vicinanza con Turicchi, terra di contrabbandieri. Lo concessero verso il 1769, ma con la clausola che fosse sorvegliato da due sbirri."


venerdì 10 marzo 2017

GABBATO LO SANTO 4. Teuzzone e Teuzzone


Il Beato Teuzzone Eremita e Monaco della Badia Fiorentina da un lato, e il Beato Teuzzone Monaco Abate della Badia di Razzuolo dall'altro, non solo ebbero in comune il nome di battesimo, l'epoca in cui vissero e la condizione monacale, ma giocarono entrambi un ruolo non secondario nella vicenda di S. Giovanni Gualberto (ca. 990 - 1073). Oggi, poi, sono accomunati anche dall'oblio.

La lontananza storica ha reso scarse e frammentarie le notizie su queste due figure. Il primo a parlare del Teuzzone della Badia è proprio il Teuzzone di Razzuolo, che scrisse nell'XI secolo una Vita di S. Giovanni Gualberto (foto d'apertura), poi ripresa anche da S. Pier Damiani.
I due Teuzzoni verranno in seguito rammentati tutt'al più en passant nelle biografie e agiografie del fondatore dell'Ordine di Vallombrosa. Silvano Razzi li ignora del tutto. Padre Eudosio Loccatelli, nella sua ponderosa Vita del Glorioso Padre Sangiovangualberto (1588) dedica un paragrafo striminzito al Teuzzone di Razzuolo. Solo Giuseppe Maria Brocchi traccia due profili distinti ed estesi nel secondo volume delle sue Vite de' Santi e Beati Fiorentini. Partiamo dal fiorentino.

L'anno e il luogo di nascita del Teuzzone della Badia non sono noti, come non è noto l'anno in cui egli prese gli ordini monastici. Secondo il monaco Placido Puccinelli (1609-1685), che però non cita fonti di sorta, nacque nel 960, era fiorentino, figlio unico, devoto di S. Miniato, e prese i voti sotto S. Podo Vescovo, dunque dopo il 989. Nell'epigrafe sepolcrale, riportata da Padre Fedele Soldani da Poppi, si legge che visse in clausura per cinquant'anni.
Giuseppe Maria Brocchi riporta un documento originale, una cartapecora datata 2 novembre 1031 da cui risulta che Pietro, secondo Abate della Badia fiorentina, fonda uno spedale intitolato a S. Niccolò, con possessioni nella zona della Volta dei Peruzzi. Seguono le firme dei frati che danno il consenso, tra cui quella di Ego Teuzo indignus monachus et sacerdos consensi & subscripsi.
Il nome di Teuzzone compare per l'ultima volta in un contratto di compravendita di terreno datato 1071. Alcuni eruditi, tra cui Lodovico Antonio Giamboni (1700), fissano l'anno di morte al 1075. A 115 anni? Un'età straordinaria ancora oggi, figurasi allora. A meno che non ci fosse stato un ulteriore Teuzzone più giovane che con lui fu confuso. Non sarebbe un caso unico.

Narra la leggenda che Giovanni Gualberto, anziché ucciderlo, perdonò l'assassino di suo fratello, dopodiché - e questa non è più leggenda - volle abbandonare la vita di nobile signorotto per entrare nel convento di San Miniato. Data la sua probità, dopo non molto gli fu proposta la carica di Abate. Come faceva praticamente tutta la Firenze religiosa quando non sapeva che pesci pigliare, Giovanni si recò alla Badia fiorentina a chiedere un parere al sapiente monaco Teuzzone, generoso dispensatore di consigli e ammonimenti seppure chiuso nella sua celletta allato alla Badia a guisa di Romito.

Portico della Badia Fiorentina. Sulla sinistra la porta della cinquecentesca cappella Pandolfini.
Qui, secondo Puccinelli, era situata in origine la celletta di Teuzzone. 
Questi lo dissuaderà, perché troppo giovane. Giovanni, ascoltatolo, ringrazierà i monaci per la fiducia ma declinerà la nomina. Con argomenti altrettanto solidi, sempre secondo il Giamboni, Teuzzone convincerà Lamberto a rinunciare al Vescovado nel 1032.
Scrive poi il Brocchi:

Ma avendo poscia egli [S. Giovanni Gualberto] conosciuto, che un tale Ubeto Monaco, e Cellerajo di quel luogo, per via di danaro aveva comprata dal Vescovo Fiorentino Attone primo, la dignità Abbaziale nell'anno MVII (...) ritornatosene dal suo caro Teuzzone, lo richiese nuovamente di consiglio circa quello, ch'ei dovesse fare in tal frangente; a cui il Santo Romito rispose, che vedendo di non poter rimediare a tanto disordine (poiché dalla privata correzione non si sperava frutto) che egli pubblicasse in mezzo di Mercato tanto il Vescovo Fiorentino, che l'Abate di S. Miniato per Simoniaci; e si partisse dal Monastero, e dalla Città, cercando altro luogo, ove si vivesse secondo le regole de' Sacri Canoni, e della Monastica disciplina; al che prontamente obbedendo (a rischio ancora della propria vita) il Santo Giovane [sic.] Gualberto, ne seguì poscia la nota dissensione tra 'l Clero e il Monachismo.  

In definitiva, dopo i consigli di Teuzzone, da un lato la simonia sarà messa in piazza, dall'altro San Giovanni Gualberto inizierà un percorso per il quale ancora oggi, lui sì, è ricordato. Approderà a Camaldoli, poi fonderà l'Abbazia di Vallombrosa, la prima di una lunga serie. Scrive Loccatelli:

Edificò da fondamenti l'honorato Monasterio di San Salvi Fuori di Firenze un miglio dalla parte di Oriente in su la strada, che dalla Città conduce a Vallombrosa (...) dove propose per Abate un ottimo Padre chiamato Don Berizone (...). Ne monti scalari ne edificò un altro in honore di San Casciano martire diocesi di Fiesole, & vi ordinò Abate un Don Eppone persona di buona mente e di santi costumi. Appresso egli ne fabricò ancora due alti nel Apennino, uno nella montagna di Mescheto sotto titolo di San Pietro, e l'altro nella montagna di Razuolo in honore di San Paolo ambidue diocesi di Firenze, in questo pose per Abate Don Bheuzone [sic.]; & in quello Don Ridolfo.

La Badia di Razzuolo oggi
Entra così in scena il Teuzzone di Razzuolo. Anche di lui non si sa molto. L'Abate Fulgenzio Nardi gli attribuisce la casata dei Lamberti. Per tutti gli altri è solo Teuzzone. Gli storici che lo citano sono unanimi nel definirlo Uomo Santo, nonché il prediletto fra i discepoli di S. Giovanni Gualberto. Il quale, fondata nel 1035 la Badia di Razzuolo, ve lo pose appunto come primo Abate. Loccatelli lo loda come eccellente curatore di infermità fisiche, oltre che come uomo di grande erudizione e, abbiamo visto, primo biografo del suo Maestro. In pratica, un precursore dell'umanesimo. Il che non gli impediva di condurre una vita religiosa esemplare, che si concluse il 6 agosto 1095, come riportato nel martirologio benedettino citato dal Brocchi: Id. Augusti B. Teuzzi Abbatis Ordinis Vallisumbrosae, discipuli S. Joannis Gualberti, doctrina, & sanctitate praeclari.

Sia Loccatelli sia Brocchi sostengono che il Beato Teuzzone fu sepolto nella Badia ma, come riportato anche nel post precedente, la salma dell'Abate non è mai stata ritrovata.

Le ossa del Beato Teuzzone di Badia, riposte nel 1645 in una cassa di cristallo dorata, erano ancora presenti nella Badia stessa nel 1858, come afferma Padre Giovanni Battista Uccelli nel suo Ragionamento storico della Badia fiorentina, e venivano esposte per la festa di Ognissanti. Secondo Lorenzo Cantini (1823), Teuzzone veniva festeggiato il 10 gennaio, secondo Luigi Santoni (1853) il 9 dello stesso mese.







venerdì 3 marzo 2017

La Strada delle Stelle


Uscendo da Borgo S. Lorenzo (FI) e imboccando la strada per gli Appennini, la Faentina per intenderci, si superano Panicaglia e Ronta. Dopo Ronta, si passa davanti al Santuario di Madonna dei Tre Fiumi. Da qui, sempre più erta e tortuosa, la strada prosegue fino a Razzuolo. Quando era poco più che una mulattiera, quest'ultimo tratto aveva anche il suggestivo nome di Strada delle Stelle.
Le stelle in questione erano i monaci che abitavano nella Badia di Razzuolo. Fondata da San Giovanni Gualberto nel 1035, ebbe un periodo di assoluto splendore grazie all'operato dei monaci che vi dimorarono e fecero sentire la loro influenza religiosa e culturale sull'intera zona. Nel 1356 divenne possesso del Comune di Firenze, e nel 1566 fu restituita alla Congregazione vallombrosana. Fu soppressa nel 1784, e la chiesa ridotta a semplice oratorio.
La vecchia strada entrava direttamente nel piazzale della badia. Con gli interventi del Granduca nel secolo scorso, la Strada delle Stelle subì parecchie deviazioni, per realizzare una delle quali furono sacrificate l'abside e il transetto, e per la Badia di Razzuolo fu una specie di colpo di grazia. Il colpo di grazia vero e proprio lo fornì cortesemente la Seconda Guerra Mondiale.
"I tedeschi" mi raccontò Maurizio Pieri, che con Don Romano Piattoli, parroco di S. Stefano a Grezzano, cura la manutenzione della Badia, "avevano sfruttato la grande casa accanto alla chiesa come deposito per le munizioni. Al giungere degli Alleati, non avendo il tempo per portarle via, fecero esplodere tutto danneggiando anche la badia. I lavori di ristrutturazione realizzati negli anni '50 sono stati tuttavia piuttosto maldestri.".

Oltre 30 anni fa Maurizio e Don Romano iniziarono a scoprire le mura originali, in precedenza intonacate. La ricerca delle fondamenta non ebbe esito e, purtroppo, neanche quella della cripta. Spiega Maurizio: "Via via che San Giovanni Gualberto fondava monasteri, vi poneva a capo i frati che meglio conosceva: qui mise Teuzzone, che in seguito sarebbe stato beatificato al pari di altri. Nel '600 i monaci vallombrosani fecero una ricognizione delle tombe dei monaci divenuti beati. Su otto 'stelle' furono ritrovate le ossa di sette, le quali ora riposano a Vallombrosa. Solo le reliquie del Beato Teuzzone non furono mai rintracciate. La logica suggerisce - ma non si potrà mai sapere con certezza - che fosse stato sepolto nella cripta.".

Il loro lavoro, tuttavia, ha permesso di riportare alla luce una discreta quota parte della struttura più antica o almeno delle sue vestigia (uno dei transetti, la sacrestia).


I rimaneggiamenti della Badia, del resto, sono stati nel corso del tempo numerosi, a partire dalla inversione dell'orientamento: si vede, sull'odierna abside, l'impronta dell'antica porta.

Cosa resta dell'antico Monastero è difficile dire. Senz'altro la pianta e le mura. Il pavimento però è stato rialzato, la chiesa innalzata e il tetto rifatto più volte. L'interno della chiesa, scarno, pulito e ben illuminato, ritrasmette, con le sue pareti in pietra serena, un fascino sobrio e arcaico.